Foto LaPresse

Il ministro del Lavoro ha un problema con i sindacati

Maria Carla Sicilia

Stato di agitazione per la riorganizzazione del ministero dello Sviluppo annunciata a febbraio da Di Maio. Rappresentanti sindacali all'oscuro di tutto: “Qual è il progetto dietro a questa ristrutturazione?”

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha un problema con i “suoi dipendenti” e con i sindacati della funzione pubblica che li rappresentano. Il conflitto nasce intorno al progetto di ristrutturare il Mise, una decisione annunciata circa due mesi fa. “Entro giugno – aveva scritto in una nota Di Maio – si procederà alla riorganizzazione totale del ministero che prevederà anche l'accorpamento di alcune direzioni con risparmi per le casse dello stato”. Da allora non si è saputo più nulla, ma a quanto pare il dibattito all'interno del ministero è iniziato ed è già in una fase avanzata. 

      

Gli sviluppi sono stati svelati venerdì, quando le organizzazioni sindacali hanno scritto al ministro per comunicare l'avvio dello stato di agitazione. A prendere in mano la vertenza è stato direttamente il segretario generale del Mise, Salvatore Barca, amico e uomo di fiducia di Di Maio, a cui il ministro ha affidato “il compito di organizzare il riordino della struttura”. Nella lettera di risposta, Barca ha spiegato che un gruppo di lavoro è già all'opera e che a giorni – entro il 5 aprile – sarà pronto un documento di sintesi preparato dopo avere ascoltato i 15 direttori generali. Sempre ad aprile, assicura il segretario generale, sarà indetta una riunione con i sindacati, che però avrebbero auspicato un incontro a monte invece che a valle del percorso. Per questo, ieri, Cgil, Cisl, Uil e Unsa hanno rilanciato con un comunicato congiunto in cui annunciano nuove iniziative. 

       

“Quello che vorremmo capire – dice al Foglio Carlo Filacchioni, responsabile nazionale Cisl Fp del ministero del Mise – è se lo scopo finale della riorganizzazione è quello di ridurre gli uffici e le direzioni generali per ottenere un ipotetico risparmio oppure se c'è un progetto politico sul ministero dello Sviluppo economico, che potrebbe essere attuato attraverso il potenziamento di alcuni settori rispetto ad altri”. Sarebbe legittimo da parte del governo decidere di investire più risorse su una divisione del ministero per rafforzarne le attività, ma rendere noto il progetto è il minimo per non sottrarsi al confronto e valutare gli eventuali impatti sulla macchina amministrativa.

            

“Non si può non tenere conto del fatto che l'età media degli impiegati è altissima. Nei prossimi anni ci sarà un'emorragia di personale a vario titolo, tra quota cento e pensioni ordinarie. Serve un intervento in deroga per assumere nuove risorse se si vuole evitare il blocco delle attività e l'erogazione dei servizi ai cittadini, soprattutto per quanto riguarda le sedi sul territorio, dove sono dislocati 15 uffici”. Il punto critico, continua Filacchioni, è che “le ricadute congiunte della riorganizzazione e dei pensionamenti mettono seriamente in difficoltà il funzionamento dell'amministrazione. Come pensiamo di affrontare questi problemi?” 

    

L'altro aspetto controverso, di cui ha scritto nei mesi scorsi Startmag, è che la riforma potrebbe andare nella direzione di rafforzare le competenze del segretario generale declassando le direzioni generali a semplici uffici istruttori senza alcun potere. Un processo che in parte è stato già avviato a febbraio con il potenziamento degli uffici del segretariato, la struttura di vertice del ministero che fa capo a Barca, a cui sono state sottoposte quattro nuove divisioni portando a sei il totale, mentre dall'altra parte venivano tagliati tre diversi uffici in altrettante direzioni generali. Poche settimane prima, Di Maio aveva dato un altro segnale all'interno del dicastero, avviando un rimpasto dei vertici e cogliendo l'occasione per dare spazio alla retorica grillina del cambiamento. “È tempo di togliere le incrostazioni che si sono accumulate nel corso degli anni – ha detto alla stampa – Il Mise fa il primo passo, ma il nostro obiettivo è fare una piccola rivoluzione in tutti i ministeri e più in generale in tutta la pubblica amministrazione. Più efficienza, più risparmi. Non si campa più di rendita e di posizioni acquisite. Adesso se vuoi andare avanti devi dimostrare di meritarlo e di saper far bene il tuo lavoro, anche all’interno delle strutture pubbliche”. Tuttavia, farlo coinvolgendo i sindacati potrebbe essere una buona pratica da considerare, soprattutto per un ministro che vuole dare il buon esempio e che si occupa, tra le altre cose, di concertazioni sindacali e tutela dei lavoratori.

Di più su questi argomenti: