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Il M5s si Lega alla Tav

Le rassicurazioni di Giorgetti, la calma del capogruppo Molinari: “L’opera si farà, ma diamo tempo al M5s”. Il piano

7 Agosto 2018 alle 11:18

M5s e Lega hanno pareri diversi sulla Tav

Foto LaPresse

Roma. Col gomito appoggiato sul bancone della buvette, di buon mattino, il deputato grillino sventola, con sul viso un ghigno di fastidio esibito, il Corriere della Sera. Indica l’intervista a Edoardo Rixi: “Ormai è un assalto quotidiano”, dice. Lo dice al collega leghista, che gli passa accanto e sorride. “Poteva andarci molto più duro”, gli risponde. E’ l’inizio di una giornata, l’ennesima, di apparente tensione sulla Tav; una giornata che si chiude, che quasi è sera, con le parole rassicuranti di Riccardo Molinari, il capogruppo del Carroccio alla Camera, che predica calma: “Vedrete che si farà, questa benedetta Torino-Lione”.

 

Molinari, alessandrino classe ’83 che oltre a guidare la pattuglia leghista a Montecitorio è anche segretario regionale piemontese, ne è convinto: “Non si può non fare, perdere questa opportunità – dice al Foglio – sarebbe folle. E insomma noi siamo tranquilli: nel Contratto di governo non si parla affatto di soppressione della Tav, ma di una ridiscussione complessiva dell’opera. Ebbene, noi crediamo che i Cinque stelle siano persone di parola, e del resto tali si stanno dimostrando. Dunque noi rispettiamo la loro volontà di approfondire e fare ulteriori analisi, aspettiamo i tempi necessari ma riteniamo che sia ineluttabile la realizzazione di questa linea ferroviaria, fondamentale per il Piemonte e per l’Italia”.

 

Serenità più ostentata che reale, sogghignano dalle parti di Forza Italia, pronti – a parole – a far saltare per aria la coalizione, a Torino e dintorni, di fronte a una eventuale chiusura dei cantieri. Ma in Via Bellerio non si scompongono, più di tanto. Al momento, danno per scontato che alle regionali della prossima primavera, in Piemonte, ci si arrivi con lo stesso schema delle ultime politiche: e cioè con un fronte compatto del centrodestra. Neppure l’idea del referendum pro Tav, lanciata dal governatore Sergio Chiamparino e subito sposata da Giorgia Meloni (“Era un’idea nostra”, ha ricordato la leader di Fratelli d’Italia), è valsa a mandare in fibrillazione i leghisti. “Mi sembra più che altro una trovata mediatica, assai poco percorribile”, osserva Molinari. “E poi – aggiunge – mi chiedo: chi sarebbe chiamato a votare? Solo i torinesi, solo i piemontesi? Ma anche un siciliano ha diritto di esprimersi su un’opera che riguarda anche il suo futuro”.

 

E del resto, nella stessa Valsusa, patria dell’antagonismo No Tav, il Carroccio sa che le posizioni dei contrari non sono affatto maggioritarie. Quando, il 4 marzo, si è votato nei collegi uninominali, sia alla Camera sia al Senato ha trionfato il centrodestra dichiaratamente favorevole all’opera. Marzia Casolati, leghista, ha sconfitto il grillino No Tav Marco Scibona e si è guadagnata così il suo scranno a Palazzo Madama. E anche lei è tranquilla e categorica: “La Tav è un’opera fondamentale per l’economia italiana. L’analisi del progetto chiesta dal M5s è una buona cosa perché se ci sono possibilità di migliorare il progetto sia sotto l’aspetto dei costi sia sotto quello dell’impatto ambientale, è stupido non prenderle in considerazione”. Ma che alla fine la Torino-Lione si farà, ne è convinta anche lei: “Non perché ce lo chiede l’Europa o perché ci sono penali in caso di recesso, ma perché serve ai lavoratori, alle imprese e ai cittadini italiani”.

  
Certo, il M5s, al suo interno, deve risolvere i suoi problemi d’identità, e avrà i suoi prevedibili problemi nel giustificare, davanti alle migliaia di attivisti No Tav, quella che verrà considerata come un’abiura. Ma su questo, almeno per ora, i leghisti non vogliono speculare. “Inutile innalzare la tensione sul tema: siamo alleati”, ha ribadito Matteo Salvini ai suoi. “Noi diremo sempre come la pensiamo, ma non c’intromettiamo nei loro dibattiti interni”.

 
E insomma affannato nel complesso schema a geometrie variabili che lo vede al governo nazionale col M5s ma ancora alleato col centrodestra, il leader della Lega ha tutto l’interesse a non innescare un’escalation sul tema delle Grandi opere. Punzecchia, ma non affonda. Semmai, l’impegno dei vertici del Carroccio, in queste settimane, è quello di rassicurare, più che i sodali di Forza Italia, gli industriali del nord, anche loro preoccupati, e non poco, per il rischio di una svolta “decrescista” sotto l’impulso del Di Battista di turno. Dal Piemonte ne sono arrivate parecchie di telefonate allarmate a Roma, in questi giorni: erano quelle di imprenditori coinvolti a vario titolo nel progetto della Tav. E una parte di quelle chiamate, ovviamente, sono arrivate al ministero dei Trasporti, in cerca di una parola di chiarezza da parte dell’ondivago Danilo Toninelli. Ma molte erano indirizzate anche a Palazzo Chigi, dove a gestire i fondi del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione, c’è guarda caso Giancarlo Giorgetti. Il quale, avendo ottenuto la delega strategica, sulle Grandi opere ha almeno tanta influenza quanta ne può esercitare Toninelli. E a tutti, in vario modo, il braccio destro di Salvini ha offerto, più o meno, la medesima rassicurazione: “Tempo al tempo, ma la Tav si farà”. 

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