cerca

In morte della opinione pubblica italiana

Sicurezza, lavoro. L’orrore dell’Italia del rancore che punta sulla percezione e non sulla realtà. Reagire all’agenda fuffa

Claudio Cerasa

Email:

cerasa@ilfoglio.it

3 Luglio 2018 alle 06:14

In morte della opinione pubblica italiana

Il governo Conte in Parlamento (foto LaPresse)

L’Italia cresce, ed è sempre più arrabbiata. La disoccupazione diminuisce, e il risentimento aumenta. L’occupazione migliora, e l’indignazione si moltiplica. Il numero di sbarchi crolla, e la paura degli sbarchi si dilata. I delitti calano, gli omicidi calano, i furti calano, i femminicidi calano, le rapine calano, gli omicidi calano, e l’insicurezza aumenta. La stragrande maggioranza degli italiani si dichiara molto soddisfatta della vita che conduce e la stragrande maggioranza degli italiani dichiara di coltivare un forte sentimento di rancore. La percentuale di stranieri in Italia è di otto persone ogni cento e il settanta per cento degli italiani è convinto che siano almeno il doppio. Nell’Italia delle fake news, delle bufale, delle cialtronate, del virale che conta più del reale, dei bambini morti su una spiaggia che vengono descritti come se fossero bambolotti, più passano i giorni, più si accavallano i dati, più si sommano le statistiche e più risulta sempre più evidente quello che in pochi vogliono vedere: la post verità di solito nasce con la distruzione del principio di realtà e quando un paese non riesce a mettere il principio di realtà su un piedistallo più alto rispetto a quello della demagogia quel paese è destinato a essere governato da un agenda che risulta essere un mix di rancore e di fuffa.

  

L’Italia di oggi, se vogliamo, è tutta nei dati del Censis della scorsa settimana – i reati sono in calo, meno 10,2 per cento nell’ultimo anno, ma nonostante questo si moltiplicano paure e insicurezza. E’ tutta nei dati del Viminale di ieri – il numero dei migranti sbarcati tra il primo gennaio 2018 e il 2 luglio 2018 è del 76,62 per cento inferiore rispetto al 2016 e dell’80,51 per cento inferiore rispetto al 2017. E’ tutta nei dati dell’Istat sempre sull’occupazione – a maggio gli occupati hanno raggiunto il massimo storico di 23 milioni 382 mila unità, il tasso di disoccupazione è sceso al 10,7 per cento ai minimi dal 2012. E’ tutta nella grande contraddizione in cui si trova oggi il paese governato da Salvini e Di Maio: due forze politiche che hanno tarato la propria offerta elettorale più sul percepito che sul reale (“Always predict the worst and you’ll be hailed as a prophet”, cantava il musicista americano Tom Lehrer) e che ora di fronte a un’Italia che va meglio di quanto è stato raccontato sanno che il rischio che corrono è non riuscire a fare meglio dei predecessori.

 

Quando un paese si ritrova a essere governato dai professionisti della percezione, e dagli algoritmi del rancore, quel paese rischia di avere politici interessati a occuparsi più della forma che della sostanza, più della fuffa che della realtà, più dei problemi inventati che dei problemi reali. Ma quando un paese si ritrova a essere governato più dal virale che dal reale – e quando cioè un paese viene messo nelle condizioni di osservare il mondo non per quello che è ma per quello che sembra – il problema non riguarda più solo la politica. Riguarda prima di tutto uno spazio che dovrebbe essere cruciale per ogni democrazia: l’esistenza o meno di una opinione pubblica. La ragione per cui l’Italia tende più di altri paesi in Europa a considerare come potenziali verità diverse potenziali bugie – e tende a considerare come potenziali falsità diverse potenziali verità – è il frutto di un meccanismo perverso che si è andato a innescare nel nostro tessuto democratico e che riguarda un fenomeno persino più grave rispetto a quello delle fake news: la proliferazione delle bad news. La storia la conoscete. Una notizia può essere considerata tale solo a condizione che la notizia sia negativa.

 

Una buona notizia è automaticamente una non notizia e a forza di considerare notizie degne di essere trattate solo notizie che descrivono un problema siamo arrivati ad avere un’opinione pubblica che ha certificato la sua scomparsa nella misura in cui è diventata volontariamente o involontariamente portavoce di unico sentimento: quello del rancore. Gregg Easterbrook, autore di un formidabile saggio sull’ottimismo pubblicato pochi mesi fa in America con la casa editrice Public Affairs (“It’s Better Than It Looks: Reasons for Optimism in an Age of Fear”), sostiene che una delle ragioni per cui le società moderne tendono a dare poco peso alle buone notizie sia legata al paradosso del progresso: “As life gets better, people feel worse”. Più le cose vanno bene e più le persone tenderanno ad accorgersi della propria felicità solo quando staranno per perderla. Nell’Italia di oggi – dove il rischio descritto da Easterbrook lo si corre più che in altri paesi europei – la fine dell’opinione pubblica può essere messa a fuoco utilizzando diverse lenti di ingrandimento. La più importante, e la più grave, è però quella che impedisce di raccontare il mondo per quello che è per paura di essere considerati veicoli di fake news. Se il cretino collettivo ha deciso che il mondo è prossimo allo sfascio affermare il contrario non significa opporre alla demagogia il principio di realtà, ma significa negare la realtà virale, esponendosi all’assalto delle cavallette digitali. La rinascita dell’opinione pubblica non passa solo dalla capacità di reagire ai professionisti dello sfascio. Passa da qualcosa di più rivoluzionario: cominciare a saper distinguere un fatto per quello che è, e non per quello che sembra, e stanare senza pietà la demagogia vuota di chi non ha altro strumento per governare un paese se non quello della paura. E’ arrivato il momento di svegliarsi.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    03 Luglio 2018 - 20:08

    Le statistiche bisognerebbe citarle nella loro interezza. Per esempio l'incremento occupazionale ha queste percentuali: 1% lavoro a tempo indeterminato, 4% lavoro autonomo e 95% dico 95% lavoro a termine. Di fronte a queste cifre come può un giovane coltivare il sogno di comprare casa e mettere su famiglia, chi darà un mutuo a queste persone? Questo fa parte del problema demografico dell'articolo di Raineri, e le statistiche ci dicono anche che se solo ci fossero un quarto in meno di aborti il saldo demografico sarebbe positivo. Bisognerebbe scambiare il significato che si dà alla realtà con quello della percezione: la percezione sono le statistiche node e crude, la media del pollo, la realtà è ciò che uno si ritrova davanti, tutti i giorni, h24: anche se sono in aumento i lavori precari, come dice l'ISTAT, provate ad ottenerne uno in certe realtà o a una certa età: non te lo danno neanche in nero, il lavoro, mentre nelle redazioni dei giornali si percepisce tutto il contrario

    Report

    Rispondi

  • Zazza77

    03 Luglio 2018 - 19:07

    La vera colpa del giornalismo soprattutto tv è aver accettato senza battere ciglio e per lo share(che non mi risulta sia 1 sinonimo di diritto di cronaca all'anima dell'autonomia che guarda caso suona maledettamente allo stesso modo dell'autonomia della magistratura, stessi risultati, senza che nessuno si interroghi sullo stipendio di 1 dei 10mila magistrati ordinari o 1 giornalista di una grande testata...anche solo per avere 2 stramaledetti termini di paragone con lo stipendio più dibattuto degli ultimi 25 anni) il metodo Casalino. Non esiste trasmissione tv sedicente di approfondimento politico che si sia ribellata al non contraddittorio...come 2 pugili su 2 ring diversi che dopo aver menato fendenti all'aria alla fine ti spiegano pure quanto gliele hanno date all'altro... per cui torniamo ai soliti 2 scenari che la storia alla fine ti presenta. O l'Europa diventa per l'Africa quello che gli USA sono stati x noi o sarà guerra. Il mondo si riposiziona e l'Europa come sempre guarda..

    Report

    Rispondi

  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    03 Luglio 2018 - 17:05

    È arrivato il momento di svegliarsi - disse, vedendosi con la coda dell'occhio mentre passava davanti allo specchio della realtà. Il poppolo italiota è rimbecillito - visto chi vota. Essì che il governo dell'avanti-o-poppolo precedente altro non ha fatto che dispensar diritti e libbertà e risolvere finalmente i problemi vitali fondamentali di 60milioni di italiani ossia i matrimoni gay, il divorzio sprint e il suicidio gratuito e assistito. Ma il bello doveva ancora venire, con abolizione del contante, cittadinanza italiana onoraria ai clandestini invasori, diritto di adozione ai pedofili, droga libera e gratuita, reato di Cristianesimo, reato di opinione, reato di rievocazione storica di italianismo e dintorni, reato di umanismo contro il prkmato animalista, reato di carnivorismo, reato di inquinamento respiratorio dei non iscritti ai "partiti amici". Gli italioti sono proprio incontentabili. Da rieducare, e basta.-

    Report

    Rispondi

  • DBartalesi

    03 Luglio 2018 - 14:02

    Partita la nuova serie "Salvini contro tutti". Un sacco di comparse, c'è il bello che dice poco e quello che fatica a parlare ma nel complesso, al popolo piace. E' il punto da cui partire. Da uno story telling che nel genere ricorda assai il successo della trasmissione di Orson Welles, del 1938, "La guerra dei mondi". Allora la seconda guerra mondiale alle porte, e Welles spaventò gli americani annunciando una sera per radio l'arrivo dei marziani. Oggi l'incubo è l'arrivo dei nordafricani, forse dell'Africa intera. L'ha detto anche Trump in un discorso, non Orson Welles: saremo ridotti ad un campo di profughi.. Cosa c'è di vero? Tutto e niente. Forse che il mondo è di nuovo in grande ebollizione, più nessuna certezza, molta paura e un tutti contro tutti. E certo, a fare gli ottimisti è gran fatica.

    Report

    Rispondi

Mostra più commenti

Servizi