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Tregua nel Pd su Martina segretario. La resa dei conti è rimandata

All'assemblea di sabato prossimo il segretario sarà rieletto, ma Zingaretti ha ottenuto un'importante concessione: il congresso si farà prima delle elezioni europee

2 Luglio 2018 alle 19:37

Tregua nel Pd su Martina segretario. La resa dei conti è rimandata

Maurizio Martina (foto LaPresse)

Nel Partito democratico regna (per così dire) la pace. Infatti è stato trovato, come è stato scritto anche qui, un accordo per eleggere Maurizio Martina segretario all’assemblea di sabato prossimo. Niente liti, niente drammi plateali il 7 luglio. Ma le cose in realtà non sono così pacifiche come sembra. Nel pacchetto del compromesso raggiunto rientra infatti anche la data del congresso. Ossia la decisione di farlo prima della tornata delle Europee. Era la richiesta di Nicola Zingaretti, per evitare ulteriori slittamenti, perché il giochetto dei renziani era quello di posporre le assise nazionali a dopo le elezioni regionali dell’Emilia Romagna che si terranno nell’ottobre del prossimo anno. Il governatore del Lazio, pur avendo pubblicamente detto che si fida di Martina, in realtà è sulle spine. Se infatti all’Assemblea nazionale non verrà detto con chiarezza quando si aprirà la fase congressuale e quando si chiuderà, l’iter resterà incerto. E su questo punto in realtà non è stata fatta ancora chiarezza. Goffredo Bettini, che di Zingaretti è lo spin doctor, non si fida affatto dei suoi compagni di partito. Teme che una volta eletto Martina in assemblea, sul congresso prossimo venturo venga fatta una cortina fumogena che consenta a ognuno di interpretare come meglio crede il calendario per le tappe successive. Per questa ragione i sostenitori di Zingaretti chiedono che il 7 luglio, all’Ergife, venga annunciata (e scritta nero su bianco) se non la data del Congresso almeno la tempistica. Insomma, che sia detto senza pericolo di equivoci che le assise si terranno prima delle Europee.

 

Nel frattempo Leu ha smentito il proprio appoggio alle primarie del Pd a Zingaretti. Una precisazione d’obbligo dal momento in cui quella formazione è spaccata tra chi (Laura Boldrini per esempio) vorrebbe che la sinistra si mettesse tutta insieme e chi, invece, come Nicola Fratoianni fa resistenza all’idea di andare a braccetto con il Pd. Comunque la precisazione di Leu non ha di certo amareggiato Zingaretti. Anzi. Il governatore del Lazio è infatti convinto che schiacciare la sua immagine a sinistra sarebbe un errore esiziale. Non vuole passare come colui che ha risolto la scissione, né tantomeno come colui che ha messo in piedi i Ds di nuova generazione. Si rende conto che così avrebbe pochi margini di manovra e si condannerebbe a un ruolo politicamente marginale, anche guadagnando qualche punto percentuale in più.

 

In questo scenario Carlo Calenda si sente più a disagio. L’ex ministro dello Sviluppo economico ha preso la tessera del Pd solo qualche mese fa, dopo la sconfitta elettorale, ma adesso è pronto a restituire quella tessera e, come dice lui, a “seguire la mia strada”. Del resto, qualche tempo fa Matteo Renzi, con cui i rapporti sono altalenanti, gli aveva consigliato di dare vita a una formazione di centro invece di buttarsi nella contesa dentro il Pd. Calenda non aveva seguito quel suggerimento, ma, a quanto pare, ci ha ripensato.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    03 Luglio 2018 - 09:09

    Siamo alle pagliacciate. Anni di proclami sul primato delle primarie che coinvolgevano l’intero popolo italiano nella scelta del segretario del primo partito italiano. Un esempio di democrazia e trasparenza, si gridava ogni giorno ai 4 venti. Milioni di cittadini coinvolti alle urne dei circoli Pd. Figuararsi. Ora par di capire che siamo a fine corsa, nei quasi accordi di retrobottega.

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  • Giovanni

    03 Luglio 2018 - 08:08

    Potrei... anzi vorrei sbagliarmi ma intravedo un futuro alquanto fosco per il PD. L'inerzia, l'ignavia, la confusione si sono impossessate del partito che fino a qualche mese fa dominava il quadro politico italiano, che aveva espresso due governi (Renzi e Gentiloni) che avevano riportato l'economia italiana ai livelli pre crisi e che erano persino riusciti a far diminuire il flusso migratorio. Oggi il partito nella sua struttura organizzativa è allo sbando, e tranne sparuti casi sa di vecchio e stantio. In molti esponenti si nota la tentazione di buttarsi di nuovo a sinistra, quella del pugno alzato e di "avanti popolo", cioè il populismo di sinistra. Sennonchè questo angolo della politica è stato già occupato dal movimento di Grillo (cancellazione della Fornero e del jobs act, reddito di cittadinanza, no Tav, no Tap, no tutto) e fra l'altro, visti i sondaggi in forte calo, non è che stia rendendo molto ai casaleggios. E' forse arrivato il momento di abbandonare il PD al suo destino?

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  • imentori@ophiere.it

    imentori

    02 Luglio 2018 - 22:10

    Mah cosa aspetta Renzi a far partire una nuova formazione? La gente non è più convogliabile nel Pd, organizzare un mini festa dell'Unità (nome improponibile) è impossibile: non ci crede più nessuno: fai fai e poi hai il fuoco amico che ti ammazza... Non capisco come non riescano a prendere atto dei fatti. Per Renzi il momento di fare il passo è ora, senza aspettare la Leopolda, così si ricomincia a lavorare con un senso.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    02 Luglio 2018 - 20:08

    Per chi non avesse capito: Calenda è un corpo antropologicamente estraneo alla Ditta. Dovrà farsene un ragione, il buon Carlo. La cultura della Ditta non tollera contaminazioni.

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