La visione di Martina

Dai sei anni ai 70 passando da Mazzini fino a Renzi attraverso Lenin, Che Guevara, Mao, l'Amor nostro. E ora? 

10 Luglio 2018 alle 06:00

La visione di Martina

Maurizio Martina (foto LaPresse)

Avevo sei anni e amai perdutamente Maria Mazzini col di lei figlio, Giuseppe, avendo il Comune chiamato me e mio fratello no, tié, al coro di voci bianche che ne inauguravano il busto: giardini dell’Acquasola, piazza Corvetto (Genova), 1953. Sbagliai. La ragione stava con Cavour. A sedici anni, Rosa Luxemburg: “Quando si ha la cattiva abitudine di cercare una gocciolina di veleno in ogni fiore chiuso, allora si ha fino alla morte qualche motivo per lamentarsi”. A saperlo, però. Sbagliai di nuovo. Carissimi amici mi convinsero di quanto fosse più fico Lenin. E Lenin fu. Che Guevara l’adoro ancora. Di sbieco, ma me ne aveva spiegato il motivo Guy Debord, società dello spettacolo. Salvo apprendere, in tarda e inutile età, di come fosse stato, quel tipastro, il grillino di Cuba, vale a dire non solo incompetente, pure sadico. Arrivò Mao. Senza quei Quattro (che come si scandiva bene Chen-Po-Ta nei cortei, nemmanco i Beatles) ancora starei lì. Quanti errori! E che gran tempi, però! Che personaggi! Poi quante idee del cazzo, in tanti decenni: con Amendola e Malagodi, e Saragat, e Craxi, e l’Amor nostro, e la Fornero, e perfino Renzi alla fine. L’ultimo con la visione, spiegano adesso, sarebbe Martina. Ho settant’anni, dai. Ditemi che non è vero.

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