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Perché il dramma italiano è il deficit di efficienza, non di moralismo

L’inchiesta sullo stadio della Roma dimostra che per combattere la corruzione le ricette populiste possono essere persino controproducenti 

14 Giugno 2018 alle 06:03

La Capitale del marcio moralista. Ecco l’ultimo stadio del populismo

LaPresse/Fabrizio Corradetti

Se Virginia Raggi avesse il coraggio di usare contro la sua giunta le parole usate in passato per giudicare i predecessori, di fronte a un sindaco rinviato a giudizio per falso ideologico (Raggi), al suo ex braccio destro arrestato per corruzione (Marra), al suo uomo forte in Consiglio comunale indagato in un’inchiesta legata alla corruzione (Ferrara), al suo uomo forte nelle municipalizzate arrestato nell’ambito di un’indagine per associazione a delinquere (Lanzalone) non avrebbe altro da urlare nel suo megafono se non ciò che lei stessa ha urlato per anni contro i suoi nemici: a Roma c’è un grave problema di deficit di onestà, a partire dagli uomini scelti dal sindaco per governare la Capitale, e per risolvere questo deficit bisogna azzerare tutto e promuovere una nuova ondata di moralismo chiodato.

     

A leggere le ragioni che hanno portato ieri la procura di Roma a ipotizzare un’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione nell’ambito del progetto per lo stadio della Roma si potrebbero costruire racconti spassosi sulla meravigliosa moralizzazione dei campioni della morale. E a voler calpestare ogni principio minimo di rispetto delle garanzie degli indagati (cosa che non faremo) si potrebbe lanciare contro il sistema grillino finito sotto inchiesta la stessa accusa utilizzata per una vita dai grillini per inchiodare gli avversari: il problema di Roma, e dell’Italia, è che questo sistema di potere scoperchiato dai pm dimostra che la politica è marcia. La procura di Roma avrà tempo di dimostrare se le sue accuse troveranno riscontri. Ma se c’è un elemento di riflessione utile da mettere a fuoco a prescindere da quale sarà l’esito dell’inchiesta è che ancora una volta dovrebbe essere chiaro che Roma, così come l’Italia, non ha un sistema caratterizzato solo da un grave deficit di moralismo: ha prima di tutto un sistema caratterizzato da un grave deficit di efficienza. La corruzione matura non solo laddove politici e imprenditori mostrano di essere disinvolti a scambiarsi denaro per ottenere favori che non dovrebbero ottenere. Ma matura prima di tutto in quei contesti in cui la presenza di una burocrazia asfissiante, una politica onnipresente, un mercato bloccato, una semplificazione rinviata, un appalto non trasparente, una concorrenza non stimolata, un adempimento formale aggiuntivo e un’amministrazione che scommette più sul moralismo che sul riformismo contribuisce a creare le condizioni affinché le occasioni di corruzione piuttosto che diminuire aumentino a dismisura.

 

Non sappiamo quale sarà l’esito dell’esplosiva inchiesta sullo stadio romano. Ma sappiamo che alcuni degli elementi messi in evidenza dai magistrati romani ci dicono che il “sistema”, come direbbero i grillini, descritto dagli inquirenti somiglia a un’architettura di marchette fatta per bypassare quei percorsi spesso kafkiani di autorizzazioni comunali che potrebbero essere resi più semplici solo a una condizione, che nessun moralista potrebbe mai accettare: scegliere di ingaggiare un’impopolare lotta senza quartiere contro i padroni della burocrazia inefficiente. In uno dei passaggi dell’inchiesta, il pm Paolo Ielo sostiene che l’imprenditore Parnasi (arrestato) e i suoi uomini avrebbero “offerto a Luca Lanzalone (presidente di Acea, avvocato di fiducia dei grillini, ndr) diverse utilità, e tra queste svariati incarichi professionali, al fine di corromperlo, acquisendone il costante asservimento agli interessi del gruppo imprenditoriale” e spiega che il tutto sarebbe stato fatto per elaborare “una soluzione tecnica” per il progetto dello stadio della Roma “finalizzata a consentire un immediato inizio dei lavori senza il ricorso a procedure d’urgenza”, in modo da evitare ricorsi “con conseguente allungamento dei tempi” e per far sì che fosse individuato “un escamotage nell’interesse esclusivo del privato per eliminare gli ostacoli frapposti alla realizzazione del progetto”. Ci sarà modo di capire se le mediazioni offerte dal dottor Lanzalone fossero lecite oppure no. Ma la descrizione fatta dai magistrati dimostra che per combattere la corruzione le ricette populiste possono essere persino controproducenti. Per diminuire la possibilità di avere mazzette non servono più moralisti, non servono più pene, non servono più capri espiatori ma serve più efficienza, più concorrenza e meno burocrazia. Serve insomma quello che nessun populista drogato di consenso potrà mai garantire a un’amministrazione in salute: una politica forte non sottomessa, per dirla alla Francesco Giavazzi, ai signori del tempo perso. E a Roma, anche con Raggi, il tempo perso ormai non si conta più.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    14 Giugno 2018 - 14:02

    Al direttore - Leggendo e condividendo l'analisi ne deriva una considerazione più generale sul malefico circolo vizioso. Le diffuse inefficienze gestionali e amministrative del settore pubblico, anche quello privato ci mette del suo, creano l’humus più adatto per il prosperare degli spazi di corruzione. Invece di impegnarsi, occorrerebbero determinazione e fatica per sconquassare interessi materiali consolidati, è costume nazionale ricorrere al moralismo parolaio e vociante, facendo credere essere quello in metodo più utile per combatterla. Risultato: più moralismo vociante si usa, più l’inefficienza gode. Ovvio, l’indignazione suscitata dal moralismo distingue sempre tra avversari e amici e, da spietato diventa tollerante. Quando si dice costume nazionale …, non si salva nessuno.

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  • giusevim

    14 Giugno 2018 - 10:10

    Bello, condivido in pieno. così siamo almeno in due. Aggiungiamo Gavazzi e siamo a tre, aggiungiamo a occhio, probabilisticamente, tutti i lettori del Foglio, aggiungiamoci una piccola percentuale di altri cittadini (difficile da stimare, ma direi piccola) e tutti insieme mi sembra che non contiamo una cicca.

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  • furfaronadia

    14 Giugno 2018 - 08:08

    Grazie Cerasa ancora una volta un'analisi lucidissima del disastro grillino e dell'errore fatale che ì romani e gli italiani hanno fatto nel votarli. Sono tra il 50% di quelli che non li hanno votati intravedendo i pericoli che Virzi ieri ha sintetizzato magnificamente. Il foglio è ormai da tempo l'unico giornale che leggo. Rifiuto laltra stampa che ha contribuito a creare la situazione attuale. Non so come se ne uscirà. Intanto proporrei di darmi la possibilita di girare ai miei contatti i vostri articoii che leggo on line. Che a loro non sono leggibili perché non abbonati. Potrebbe sembrare per voi añtieconomico io penso di no. Aiuterebbe a diffondere invece ciò di cui scrivete e ad acquisire nuovi lettori

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    • ancian99

      18 Giugno 2018 - 19:07

      Sono fra quelle lettrici che, come Lei, hanno scelto Il Foglio come unico esempio di un giornalismo indipendente, critico e veritiero.

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