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La pericolosa scatola vuota del populismo

Perché gli anti casta sono più permeabili alle eterodirezioni dei poteri loschi

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

15 Giugno 2018 alle 06:13

La pericolosa scatola vuota del populismo

Virginia Raggi (foto LaPresse)

Dimentichiamo i contenuti dell’inchiesta giudiziaria che a Roma ha travolto il moralistico circo grillino dell’onestà e proviamo a spostare per un attimo la nostra attenzione dai soggetti agli oggetti, dalla forma alla sostanza, dal chiacchiericcio alla ciccia. Ci sarà tempo per capire che fine farà l’inchiesta della procura di Roma e sarà importante naturalmente distinguere una condotta immorale da una illecita. Ma al netto del rispetto delle garanzie, la parabola non solo romana dei moralismi moralizzati ci porta ad affrontare un tema che avrà una sua centralità anche nel corso di questa legislatura populista. Non sappiamo che fine farà l’indagine ma già oggi possiamo dire che tra i molti danni prodotti dalla finta rivoluzione grillina ce n’è uno che merita di essere isolato e che riguarda un dramma con cui prima o poi l’Italia dovrà fare i conti.

 

In estrema sintesi: quando ci renderemo conto che svuotare di significato la politica non significa moralizzare una classe dirigente ma significa trasformare la politica in una pericolosissima scatola vuota? Al contrario di quello che si potrebbe credere non è un caso che i partiti anti sistema siano maggiormente permeabili rispetto ad altri alle eterodirezioni di ogni tipo e la storia dell’indagine romana non fa altro che ricordarci che i partiti nati sull’onda dell’anti politica tendono in modo naturale a diventare dei taxi occupati da altri poteri. Chi sceglie di fare politica facendo proprio tutto l’arsenale offerto dal linguaggio dell’anti casta in alcuni casi potrà anche vincere le elezioni ma alla lunga non potrà fare a meno di notare che il linguaggio dell’anti politica non ha aiutato solo a combattere gli avversari ma ha aiutato prima di tutto a svuotare di significato il mestiere della politica. E se ci pensate bene si tiene tutto. La lotta contro i privilegi della casta, la guerra contro i vitalizi, la fatwa contro la democrazia rappresentativa, la demonizzazione della delega, l’introduzione del vincolo di mandato, il sogno di abolire il voto segreto, la trasformazione dei parlamentari in portavoce dei cittadini, la presunzione di innocenza usata come uno sciacquone del gabinetto, l’illusione che per essere alternativi al vecchio sistema sia necessario essere non più competenti degli azionisti del vecchio sistema ma semplicemente più onesti, più puri, più genuini, più spontanei.

 

L’incubo che oggi sta vivendo Virginia Raggi e che presto vivranno probabilmente anche i suoi colleghi al governo è quello di non aver capito che la demonizzazione della casta non ha coinciso con l’affermazione di un nuovo primato della politica, bensì con la sua perfetta negazione: l’ascesa di una nuova classe dirigente vuota scelta prima di tutto per essere facilmente manipolabile. E la declinazione più genuina del principio che uno vale uno in fondo l’abbiamo osservata in modo trasparente – in modo onesto? ops – negli ultimi anni a Roma. Un sindaco non capace amichevolmente eterodiretto da uno studio di avvocati che sceglie di candidarsi alla guida della Capitale firmando un contratto estorsivo che le impedisce di prendere decisioni senza avere l’autorizzazione del capo di una srl privata. Il capo di una srl privata che grazie alla presenza di un sindaco leggero riesce a governare da dietro le quinte una città dando alla democrazia diretta la sua giusta dimensione – la democrazia si chiama diretta perché è diretta da qualcuno dall’alto.

 

Un avvocato ambizioso mandato a Roma dal capo della srl privata anche per bilanciare l’influenza esercitata sulla sindaca da un grande giro di avvocati romani. E un’idea diffusa che i portavoce dei cittadini – dovendo quasi per statuto essere la negazione di una politica attiva e autonoma, e a proposito indovinate chi ha scritto l’ultimo statuto della nuova associazione a 5 stelle: proprio lui, Luca Lanzalone, presidente dimissionario di Acea, uomo forte di Raggi e Di Maio, da mercoledì agli arresti domiciliari con l’accusa di aver utilizzato il suo rapporto con i grillini come un taxi per ottenere consulenze sospette – siano di fatto ostaggio di quelle burocrazie che non possono combattere per non perdere consenso e che di giorno in giorno tendono a riempire con il loro potere i vuoti lasciati dalla politica non capace e non competente.

 

E’ la fotografia della Roma di oggi, dove la corruzione avviene non soltanto perché ci sono corrotti e corruttori ma anche perché esiste una politica che non occupandosi di tagliare i rami secchi della burocrazia ogni giorno crea un’infinità di occasioni per far maturare episodi di corruzione. Ma se ci pensiamo bene questa rischia di essere la fotografia anche della nuova repubblica populista rappresentata al governo da un buon numero di ministri che in mancanza di proprie competenze (i curricula si falsificano anche per questo) non ci metteranno molto a scoprire che una politica svuotata nel migliore dei casi viene eterodiretta dai vecchi mandarini della repubblica e nel peggiore dei casi viene utilizzata come un taxi dai molti marrazzoni pronti a indossare l’abito facile del moralismo per sfruttare uno dei molti difetti del populismo anti casta: quello di aver fatto di tutto per trasformare la politica in una scatola vuota senza rendersi conto però che trasformare la politica in una scatola vuota semplifica la vita ai poteri loschi che non aspettano altro che un moralista incompetente per entrare velocemente nelle stanze del potere.

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Commenti all'articolo

  • DBartalesi

    15 Giugno 2018 - 12:12

    Lei ha ragione. Per dare un volto, una figura, a ciò che sta accadendo, potremmo dire che l'antipolitica, la democrazia diretta da altri, sta nuovamente dando vita a un popolo di eterodiretti, di "trinariciuti". Dove la "terza narice" sembra essere oggi il nostro smart phone, la rete, e ciò che viene insufflato il verbo populista. Che ai tempi del grande Giovannino Guareschi era, come si ricorderà, il verbo totalitario dell'allora Partito Comunista succube del Cremlino.

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