L'orrore di un'Italia governata con un like

Claudio Cerasa

Il porto sbagliato. La battaglia su Aquarius dimostra che i follower del sovranismo sono nemici dell’interesse nazionale

La cinica vittoria politica incassata ieri da Matteo Salvini sul famoso barcone da 629 migranti (Aquarius) che la Spagna di Pedro Sánchez ha accettato di accogliere per evitare una crisi umanitaria innescata dalla scelta dell’esecutivo Conte di negare all’imbarcazione l’attracco nei nostri porti, dimostra che sulla politica migratoria, come su molto altro, il governo della settima potenza industriale del mondo ha scelto di farsi guidare da una dottrina che si trova a metà tra il metodo della repubblica dei like e il modello della democrazia dei tifosi.

 

In questo mondo mostruoso dove ciò che è virale conta più di ciò che è reale – il ministro dell’Interno sa che il numero di migranti in rapporto alla popolazione ci dice che l’Italia ha una percentuale vicina al 7 per cento, contro l’8,8 per cento della Germania, l’8,9 per cento della Francia, l’8,8 per cento della Spagna, ma sa anche che il numero percepito dei migranti in Italia è superiore a qualsiasi grande paese europeo ed è grande quasi quattro volte quello reale: 24,6 per cento contro il 13 per cento della Germania, il 18,1 per cento della Francia, il 23,2 per cento della Spagna – Matteo Salvini può vantarsi di aver ottenuto il risultato sognato, ovvero respingere un barcone carico di migranti diventato simbolo supremo di un male assoluto contro cui una democrazia sfascista non può che mostrare i suoi muscoli. Ma dall’altro lato non può fare molto per negare un principio che di giorno in giorno appare sempre più evidente: il sovranismo antiumanitario di cui è portavoce il governo Salvini-Di Maio rischia di essere in costante conflitto con l’interesse nazionale.

 

La ragione per cui Salvini ha trasformato una non emergenza come quella degli sbarchi nella nuova emergenza nazionale – comparati con i dati del 2016 e del 2017, nel 2018, nei primi sei mesi dell’anno, gli sbarchi, ci ricorda il Viminale di Matteo Salvini, sono diminuiti del 71,8 per cento e del 77,5 per cento – non è solo il sintomo di un governo che scommette più sulla tattica che sulla strategia ma è anche la spia di una pericolosa direzione che potrebbe imboccare il nostro paese sulle politiche migratorie. Una direzione che, mettendo da parte l’orrenda incapacità di Salvini e Di Maio di non fare campagna elettorale sulle vite umane, potremmo sintetizzare con una domanda semplice: l’Italia può permettersi di portare il tema della gestione dei migranti su un piano isolazionista che tende a scaricare i problemi sull’Europa per non interessarsi più a ciò che accade in Africa?

 

In Europa, Conte & Co. hanno già ampiamente dimostrato di aver scelto gli alleati sbagliati per governare con più efficacia di oggi il fenomeno dell’immigrazione. Polonia, Ungheria e Austria, le nazioni a cui si ispira l’illuminata dottrina Salvini-Di Maio, come è noto a tutti forse tranne che a Salvini e Di Maio, hanno deciso di non riformare il trattato di Dublino perché troppo solidale con paesi come l’Italia esposti al fenomeno dell’immigrazione, e se un qualsiasi esponente dell’esecutivo del cambiamento rileggesse i dati sulle ricollocazioni in Europa scoprirebbe che da quando il Consiglio di giustizia ha costruito nel 2015 un piano di relocation per i profughi arrivati in Italia e Grecia tra i paesi che hanno scelto di non accogliere alcun profugo spiccano proprio gli alleati di Salvini e Di Maio, Ungheria e Polonia, con zero ricollocazioni contro le 5.400 della perfida Germania.

 

Il punto però non è solo questo, il punto è che la strategia isolazionista dell’Italia – che punta a coltivare nella testa dell’opinione pubblica l’idea che il problema dell’immigrazione irregolare sia legato più al “dove” arrivano i barconi che al “come” arrivano i barconi – è destinata a essere controproducente per ragioni che dovrebbero essere evidenti a tutti. Per contrastare l’immigrazione irregolare, senza mettere a rischio ogni giorno le vite dei migranti che riescono a partire dalle coste africane, un governo interessato più ai flussi che ai like dovrebbe fare il contrario di quello che questo esecutivo sembra essere interessato a fare. Per esempio, rafforzando la presenza dei nostri militari al confine sud della Libia (quando l’Italia a inizio anno ha votato per mandare una missione in Niger per governare sul campo, non su Twitter, i flussi migratori la Lega non ha votato a favore, il M5s ha votato contro). Per esempio, preoccupandosi di non perdere i contatti costruiti con la guardia costiera libica che hanno permesso negli ultimi diciotto mesi all’Organizzazione internazionale per le migrazioni di effettuare dalla Libia circa 25.000 rimpatri volontari (non è un caso che gli sbarchi dalla Libia siano ripresi proprio dinnanzi a un governo che ha promesso discontinuità rispetto al passato anche sulle politiche migratorie). Per esempio, ricordandosi che per un paese come l’Italia promettere una maggiore politica di vicinanza alla Russia può essere un serio problema nel caso in cui entrare nell’orbita di Putin dovesse portare l’Italia ad allontanarsi da un capo di governo libico come Serraj con cui il nostro paese ha costruito un faticoso ma solido rapporto di collaborazione e che tuttavia ha obiettivi divergenti e conflittuali con il leader libico più vicino alla russia: il generale Haftar.

 

La somma delle scelte fatte in questi primi giorni di governo dal professor Conte può aiutare Salvini – che sulle contraddizioni dei suoi alleati di governo ci giocherà chissà quanto – ad offrire ai propri elettori ottime noccioline per sfamare la propria fame populista. Ma la scelta di cancellare il principio in base al quale i veri confini dell’Europa vanno fatti coincidere sempre meno con quelli dell’Italia e sempre più con quelli dell’Africa – sommata alla scelta di allearsi con gli stessi leader che da anni paralizzano l’Europa per scaricare sull’Italia ogni problema legato all’immigrazione – è un atto simbolico pericoloso che può portare l’Italia a essere prigioniera della sua stessa marcia ideologia.

 

Il sovranismo non è solo disumano ma per quanto riguarda l’Italia rischia di essere ancora peggio: un ottimo amico dei follower ma un nemico giurato dell’interesse nazionale. La campagna elettorale è finita: l’Italia non si governa con i like.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.