L'anti europeismo sull'immigrazione peggiorerà i nostri guai

Claudio Cerasa

Perché anche Salvini scoprirà presto che i suoi amichetti in Europa sono nemici dell’interesse italiano

Bloccare oppure governare? L’illusione coccolata da Matteo Salvini di risolvere i residui problemi legati alla gestione dei migranti triangolando con gli stati più euroscettici del continente e scommettendo sul sostanziale isolazionismo dell’Italia nasce da un equivoco: l’idea che sia possibile portare avanti un piano di immigrazione zero e che per realizzare questo sogno sia necessario schierare i propri carrarmatini contro la maledetta Europa. Al contrario di quello che vorrebbe fare credere Salvini, il no arrivato due giorni fa al vertice dei ministri dell’Interno a Lussemburgo alla riforma del trattato di Dublino sulla politica di asilo può essere considerato una vittoria per l’Italia per le ragioni opposte a quelle suggerite dal ministro dell’Interno. Il no del nostro paese a quella riforma poteva avere un senso perché la riforma del trattato di Dublino non offriva ai paesi più esposti all’immigrazione condizioni sufficientemente accettabili per imporre all’Europa basi minime di solidarietà nella redistribuzione dei migranti. E quando Salvini ricorda di voler imprimere una svolta nella gestione dei migranti insieme con Ungheria, Austria e Polonia dimentica che la ragione per cui i paesi di Visegrad hanno festeggiato il no alla riforma di Dublino è perché quella riforma, a loro avviso, costringeva l’Europa a essere troppo solidale con i paesi più esposti all’immigrazione.

 

Quali che siano le intenzioni future sull’immigrazione da parte di questo governo – ieri i nuovi inquilini del Viminale hanno pubblicato i dati sugli sbarchi nel 2018: al 6 giugno sono diminuiti del 77 per cento rispetto al 2017 – è destino di Salvini accorgersi che anche su questo fronte essere antieuropeisti rischia non di migliorare ma di aggravare i problemi dell’Italia.

 

Serve un’Europa più forte per redistribuire i profughi e i migranti regolari arrivati in Italia. Serve un’Europa più forte per avere gli strumenti per combattere in Africa il business dei trafficanti. Serve un’Europa più forte per intervenire militarmente sui confini dei paesi dove l’immigrazione regolare e irregolare transita con più facilità. Serve un’Europa più forte per stringere accordi con quegli stati da cui partono migranti irregolari che non possono essere rimpatriati fino a quando non ci saranno accordi di collaborazione con i paesi che li ricevono. Serve un’Europa più forte per rimpatriare con efficacia i migranti irregolari che arrivano in Libia prima ancora che questi possano partire (tra il 2017 e il 2018 l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha effettuato 25.000 rimpatri volontari). E servirebbe un’Europa più forte, e meno divisa, anche qualora Salvini dovesse provare a portare avanti una battaglia non per governare l’immigrazione ma per respingerla sul modello australiano: se mai i respingimenti dovessero diventare legali non si può respingere nessuno se prima non si costruiscono accordi con altri paesi per deviare i barconi.

 

Anche su questo fronte, l’antieuropeismo di Salvini, rischia di essere dannoso non solo perché può aggravare i problemi dell’Italia ma perché potrebbe fare il gioco di quei paesi euroscettici con cui Salvini si intende a meraviglia ma che dietro i rassicuranti sorrisi antimerkeliani nascondono la volontà di fare quello che Salvini ha promesso che avrebbe evitato andando al governo: trasformare l’Italia nel campo profughi d’Europa. E dunque la domanda è lecita caro ministro: per governare i flussi bisogna isolarsi e scappare dall’Europa, illudendosi che un paese che si affaccia sul Mediterraneo possa fermare l’immigrazione, o bisogna lavorare affinché l’Europa riesca ad aiutarci a governare il fenomeno con ancora più efficacia? La sovranità sovranazionale e l’interesse nazionale sono conciliabili solo a condizione che si capisca che l’Europa non è un problema ma una grande opportunità: basta scegliersi per una volta gli alleati giusti.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.