Il libro dei sogni populisti è un incubo anche senza euro

Claudio Cerasa

Il governo Conte può avere un futuro solo a condizione di smentire buona parte delle promesse fatte ai propri elettori da Salvini e Di Maio

Se il governo che ieri ha giurato di fronte al presidente della Repubblica non avesse avuto i colori giallo e verde del populismo italiano, i populisti italiani avrebbero descritto la squadra del Mega Presidente Galattico Arcangelo Clamoroso Duca Conte Cavaliere Dott. Ing. Gran Curriculum Di Gran Croc. Visconte Prof. Giuseppe Conte in un modo chiaro: un governo non eletto dal popolo, amico dei tecnocrati, schiavo dei mercati, ricco di professoroni, sottomesso ai banchieri centrali, in combutta con le lobby, inesperto, incompetente, frutto di un inciucio tra forze politiche che hanno mentito agli elettori sulle proprie alleanze, con un presidente del Consiglio nominato senza essere passato per le elezioni e un gabinetto di governo pronto per essere sottoposto alle attenzioni giudiziarie dei Davigo, degli Ingroia e dei Di Matteo in vista di una possibile e doverosa apertura di un fascicolo relativo alla vergognosa trattativa stato-spread. Le contraddizioni di cui si è fatto portatore il più pericoloso governo mai avuto dall’Italia dal Dopoguerra a oggi sono molte e forse sono infinite.

 

Ma per fissare sul terreno alcuni paletti utili a identificare il percorso che ogni opposizione di buon senso dovrebbe avere il coraggio di seguire per sopravvivere alla vitalità che mostrerà il governo populista più che concentrarsi sulle contraddizioni occorre concentrarsi sulle azioni, sulle intenzioni e sulle condizioni che hanno permesso a Luigi Di Maio e a Matteo Salvini di portare a casa l’esecutivo più pazzo del mondo. Le immagini folcloristiche del giuramento di ieri porteranno molti osservatori a concentrare la propria attenzione più sulla forma che sulla sostanza ma una volta esaurito l’inchiostro per raccontare chi sono i nuovi volti del governo del cambiamento di governo toccherà tornare a occuparsi dell’unico tema che merita di essere messo a fuoco da qui ai prossimi anni: la ragione per cui il libro dei sogni rappresentato dal contratto firmato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini può essere qualcosa di diverso da un libro degli incubi solo a condizione che Lega e Movimento 5 stelle decidano di tradire buona parte delle promesse presentate agli elettori. Aver archiviato la percezione antieuropeista rappresentata dalla prima versione del governo Di Maio-Salvini – grazie al commissariamento da parte del presidente della Repubblica del ministero degli Esteri e di fatto del ministero dell’Economia e grazie all’allontanamento di Paolo Savona da qualsiasi ministero di peso e soprattutto con portafoglio e con molti euro da convertire in lire, ieri la Borsa italiana ha chiuso a più 1,49 e lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi ha chiuso in calo a 226 punti base – ha permesso all’Italia di non perdere parte della credibilità riconquistata con fatica negli ultimi anni. Ma se si entra nell’ottica che l’unica garanzia che può dare il nostro paese per non tornare a essere la zavorra d’Europa è augurarsi che Di Maio e Salvini siano coerenti con la loro incoerenza (il Di Maio che ieri ha giurato con felicità di fronte al presidente della Repubblica era quello che sei giorni fa lo accusava di alto tradimento e il Salvini che ieri ha giurato praticamente in gonna di fronte al capo dello stato è quello che fino a qualche giorno fa sosteneva di non poter accettare nessun altro ruolo per Savona che non fosse quello dell’Economia) si capisce che sul futuro in fondo c’è poco da essere ottimisti. Il dibattito sull’euro per il momento è archiviato ma il tema dell’uscita dalla moneta unica non potrà che tornare a essere di attualità qualora Salvini e Di Maio volessero realizzare in modo integrale il proprio libro dei sogni.

 

A regime, le promesse del contratto di governo implicano una spesa che oscilla tra i 104 miliardi e i 147 miliardi di euro a fronte di un impegno solo in minima parte controbilanciato da fonti di copertura irrealizzabili e a volte persino fantasiose (“la ridiscussione dei trattati Ue”, il finanziamento delle proposte attraverso un generico “taglio degli sprechi”; “la gestione del debito”, “un appropriato e limitato ricorso al deficit”). Ed è evidente che se Salvini e Di Maio non volessero rinnegare le proprie promesse senza ricorrere a una patrimoniale, a nuove tasse, a un aumento del debito pubblico, non ci saranno altre soluzioni per essere coerenti con se stessi se non uscire dall’euro dall’oggi al domani (il ministro Tria ieri ha rassicurato di non voler uscire dall’Euro, non sapendo però che al Parlamento europeo Lega e M5s, pochi giorni fa, hanno votato per la creazione di un fondo che aiuta i paesi proprio a uscire dall’euro).

 

Parlare del libro dei sogni limitandosi a mettere in fila il tema freddo delle coperture non è però sufficiente a inquadrare la pericolosità del contratto che il presidente del Consiglio siamo certi proverà in tutti i modi a non rispettare. Il punto, se ci pensiamo bene, non è se sia possibile o no, nel paese delle meraviglie populiste, realizzare delle promesse da Cappellaio Matto. Il punto è se sia pericoloso o no avere un ministro della Giustizia che più che essere portavoce dei cittadini promette di essere portavoce di un’Italia giustizialista nemica dello stato di diritto – un grillino alla giustizia dovrebbe far paura quasi quanto l’uscita dall’euro. Il punto è se sia pericoloso o no avere un ministro delle Infrastrutture e un ministro dello Sviluppo che fanno parte dello stesso partito che si è rifiutato di gareggiare per portare le Olimpiadi nella Capitale italiana e e che promettono di essere portavoce di una corrente di pensiero in base alla quale l’unico modo per essere onesti è manifestare in modo orgoglioso il proprio immobilismo – no Tav, no Triv, no Tap, no Ilva, no tutto. Il punto è se sia pericoloso o no avere un ministro dell’Interno che ha promesso di chiudere le frontiere, di respingere i barconi e di voler “scaricare sulle spiagge africane i migranti con una bella pacca sulla spalla, un pacchetto di noccioline e un gelato”. Il punto, in altre parole, non è se il governo gialloverde nasca tra mille contraddizioni.

 

Il punto è che il governo naturale, il governo destinato forse persino a durare, può non essere pericoloso solo a condizione che trasformi il libro degli incubi in un libro dei sogni. “Le norme entro cui operiamo – ha ricordato con saggezza il governatore Visco a inizio settimana – possono essere discusse, criticate. Ma non possono prescindere dai vincoli costituzionali: la tutela del risparmio, l’equilibrio dei conti, il rispetto dei trattati. Bisogna avere sempre presente il rischio gravissimo di disperdere in poco tempo e con poche mosse il bene insostituibile della fiducia: la fiducia nella forza del nostro paese che, al di là di meschine e squilibrate valutazioni, è grande sul piano economico e su quello civile”. La possibilità che Salvini e Di Maio cambino idea su molti punti del programma è incoraggiante. Ma fino a che non lo faranno quello che ieri è nato, per via della sua visione su giustizia, democrazia, stato di diritto, è il governo più minaccioso mai avuto in Italia dal Dopoguerra a oggi. E anche durante la luna di miele, senza perdere il buonumore, conviene ricordarselo. Basta un istante, basta un tweet, a far crollare il castello di credibilità costruito con fatica dall’Italia negli ultimi anni. In bocca al lupo.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.