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Le sfide nei collegi uninominali, i big che vincono e quelli che perdono

Da D'Alema a Grasso, passando per Boldrini, Pinotti, Franceschini e Fedeli. Tanti gli sconfitti “illustri”. E il M5s dovrà rinunciare all'“economista strappata alla Merkel” 

5 Marzo 2018 alle 16:15

Le sfide nei collegi uninominali, i big che vincono e quelli che perdono

Pietro Grasso (foto LaPresse)

Speriamo che Angela Merkel non sia una che serba rancore. Perché Alessia D’Alessandro, che le fu “strappata” da Luigi Di Maio, che l’ha candidata col Movimento 5 stelle nel collegio di Agropoli, in Campania, non è diventato un deputato della Repubblica italiana. L’ “economista” scelta dal candidato premier dei Cinquestelle, che costrinse la fondazione vicino alla Cdu a chiarire che lei non aveva “alcun rapporto” con la Cancelliera, è arrivata soltanto seconda nel suo collegio diventando di fatto l’unica candidata pentastellata sconfitta in un collegio maggioritario da Roma in giù.

 

In quello stesso collegio la vincitrice, la professoressa forzista Marzia Ferraioli, ha fatto un’altra vittima eccellente: Franco Alfieri, ex sindaco proprio di Agropoli, potentissimo notabile dem vicino a Vincenzo De Luca, più noto per la famosa battuta di quest’ultimo sulle “fritture di alici” da offrire alle persone per “fare clientela come si deve”. Perde, anche se sarà comunque eletta con il “paracadute” nel proporzionale, Sandra Lonardo in Mastella che era in corsa per il Senato nel collegio di Benevento.

 

Resta fuori Domenico Fioravanti, olimpionico di nuoto e candidato ministro per lo Sport del Movimento 5 Stelle, no. Alla voce “giornalisti”, fallisce la discesa in campo (che, per la verità, è apparsa da subito piuttosto complicata) anche Francesca Barra, che era candidata nel collegio uninominale di Matera, mentre il condirettore di Repubblica, Tommaso Cerno, ce la fa a Milano. A parte il “solito” Massimo D’Alema, che si è fermato al 3,9% nel suo collegio di Nardò, in Puglia, conquistato da Barbara Lezzi, e alla finaccia dei suoi colleghi di partito di LeU (Pietro Grasso arriva quarto a Palermo, mentre Laura Boldrini lo “imita” a Milano), il 4 marzo fa segnare la mancata rielezione di Cesare Damiano e il fallimento del tentativo (senza rete) di ritorno dell’ex governatore Riccardo Illy, fermato nel suo collegio dalla candidata di centrodestra. Mentre Pier Ferdinando Casini “espugna” Bologna.

 

Sul fronte governativo Paolo Gentiloni fa il pieno a Roma, Marianna Madia segue a ruota, Pier Carlo Padoan conquista Siena, mentre Beatrice Lorenzin vince a Modena e Graziano Delrio a Reggio Emilia. Vittoria anche per Luca Lotti a Empoli e per Maria Elena Boschi a Bolzano. Fa scalpore, però, la “strage” di alcuni ministri. Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali, subisce lo smacco di essere superato da un candidato di centrodestra nella “sua” e “rossissima” Ferrara, anche se sarà comunque eletto al proporzionale. Male un’altra “riserva del Pd”, cioè il ministro dell’Interno Marco Minniti, che era in trasferta nelle Marche (collegio di Pesaro) ed è arrivato addirittura terzo dietro il grillino dei rimborsi mancati Andrea Cecconi. Il risultato peggiore - del quale, forse, il protagonista non è l’unico responsabile - è quello del Ministro del Mezzogiorno Claudio De Vincenti. Napoletano, dopo essersi occupato di Sud è stato spedito all’ultimo minuto nel collegio uninominale di Sassuolo, che doveva essere super-blindato. Ha fatto qualche video con le “zdore” locali che cucinano i tortellini, ma non è servito: arrivato terzo, resta senza seggio.

 

Sempre a Ferrara esce sconfitta la prodiana Sandra Zampa, battuta nientemeno che da una esponente di Fratelli D’Italia. Sconfitte anche Roberta Pinotti e Valeria Fedeli, mentre Bruno Tabacci, che correva sotto le insegne di +Europa, mette a segno un colpo che farà molto male al patron di Arcore: resta fuori l’avvocata Cristina Rossello, legale che ha seguito la causa matrimoniale di Silvio Berlusconi con Veronica Lario. Se Emma Bonino vince e Riccardo Magi ha battuto a Roma la Iena grillina Dino Giarrusso, resta fuori l’ideatore della lista, cioè il viceministro degli Esteri uscente Benedetto Della Vedova. Restano fuori i leader di Noi con l’Italia, Raffaele Fitto (cioè il primo che aveva intuito che i Cinquestelle avrebbero sfondato al Sud) che era candidato nel proporzionale nella sua Puglia e Lorenzo Cesa, che correva a Nola, nel Napoletano. Senza speranze l’ex governatore lombardo Roberto Formigoni e pure Flavio Tosi, che aveva qualche chanche di essere eletto soltanto nel caso la lista della “quarta gamba” avesse superato il tre per cento. Verdi, addio: non torna in Parlamento nemmeno Angelo Bonelli.

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