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“Inaffidabili" ma forse no. Il senso di Grasso per il M5s

Il leader di Liberi e uguali spiega che è difficile dialogare con i grillini “cambiano idee in funzione di un algoritmo”. Però non chiude ad un'alleanza post elettorale: “Nessuna pregiudiziale”

15 Gennaio 2018 alle 13:05

“Inaffidabili" ma forse no. Il senso di Grasso per il M5s

Pietro Grasso (foto LaPresse)

L'idea di una possibile alleanza post elettorale con il M5s è, da tempo, argomento di dibattito e divisione nella sinistra a sinistra del Pd. Si era già parlato di possibili convergenze a margine delle regionali in Sicilia e, dopo il ballottaggio di Ostia, il centrodestra aveva accusato la sinistra di aver aiutato la candidata grillina Giuliana Di Pillo a vincere. Non solo, anche Marco Travaglio, aveva benedetto una possibile unione tra gli uomini di Pier Luigi Bersani e quelli di Grillo-Casaleggio.  

 

Ora che il voto si avvicina la questione è tornata d'attualità. Anche perché il M5s potrebbe trovarsi nelle condizioni di dover costruire una maggioranza di governo. Liberi e Uguali potrebbe offrirsi come “stampella”? Secondo Laura Boldrini, da poco entrata nel partito guidato da Pietro Grasso, questa ipotesi non esiste. “Non credo che ci siano punti di congiunzione con i 5 Stelle - ha spiegato qualche giorno fa ospite di Circo Massimo su Radio Capital - che sono un partito progressista e di sinistra. Quando Di Maio dice: facciamo un governo con chi ci sta sbanda, destra e sinistra non sono intercambiabili”. 

 

Parole che non erano piaciute a Pietro Grasso intervistato da Maria Latella aveva commentato: “Posso comprendere che la presidente Boldrini la pensi così, però poi decide qualcun altro, mi pare”. Spiegando, se ce ne fosse bisogno, che è lui a decidere. Oggi il leader di Leu è tornato sull'argomento. 

 

Anche lui, in realtà, pensa che i grillini non siano “affidabili”. “Cambiano idee in funzione di un algoritmo - dice parlando a Circo Massimo - così è complicato dialogare”. Guai, però, a dire che non ci saranno alleanze. “Valuteremo al momento opportuno - aggiunge - le loro politiche se saranno compatibili con le nostre di sinistra. Non ci sono pregiudiziali, quelle ci sono solo nei confronti della destra. Useremo lo stesso metodo adottato per le alleanze alle elezioni regionali. Valuteremo
se la nostra politica di sinistra può far parte dei loro programmi”.

 

Insomma, inaffidabili ma anche no. Il nemico vero, alla fine, è solo la destra. E al massimo il Pd di Renzi. “Noi non abbiamo né odio né rancore - spiega -. Il problema sono le politiche: è Renzi che dice di fare quello che Berlusconi non ha fatto. Votare per noi può far costituire un centrosinistra che invece va perdendo pezzi da tutte le parti: Renzi aveva il 40% e si è ridotto al 20%. Dove siamo andati insieme alle amministrative il centrosinistra ha perso, è il Pd che va giù e noi stiamo cercando, attraverso valori, di raccogliere quegli elettori di sinistra che il Pd va perdendo”.

 

E quando gli ricordano la polemica sui soldi non versati al partito, aggiunge: “Questo è il lato squallido della campagna elettorale. Io mi sono tagliato l'indennità da cui i parlamentari prelevano i contributi da dare ai partiti. E l'ho fatto per una ragione chiara: nessun presidente del Senato ha mai dato contributi all'attività politica, proprio perché si tratta di una figura super partes. Del resto, in 60 mesi non me l'hanno mai chiesto. Non me l'hanno chiesto neppure quando mi hanno chiesto di candidarmi in Sicilia. Me l'hanno chiesto solo dopo il 3 dicembre”.

 

“Il Pd ha avuto una amministrazione scriteriata - prosegue -, con una campagna referendaria che ha fatto indebitare il partito. Non puoi andare in giro col treno quando ci sono i dipendenti in cassa integrazione. Pensare che la responsabilità sia mia è
una vicenda squallida”.

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