Il paradosso del Cav. Silvio Berlusconi, "femminista di fatto"

Marianna Rizzini

Odiato nell’area “corpo delle donne”, ha lanciato o valorizzato in politica anche donne non (più) berlusconiane

Roma. Chiamale, se vuoi, coincidenze, paradossi e forse anche beffe del destino: sorte vuole, infatti, nell’apertura d’anno elettorale, nel bel mezzo del caso “black carpet” e nel pieno dell’ondata di sensibilizzazione su un tema che, in altri tempi e in altre circostanze, sarebbe stato anche definito “corpo delle donne”, che non poche delle donne oggi in prima linea come capo di forza politica o come futuribile ministro, sindaco, vertice di Regione o sottosegretario abbiano mosso passi importanti durante gli anni governativi o politicamente d’oro dell’uomo a lungo considerato bestia nera per antonomasia dalle paladine e paladini della parità e dignità femminile. E insomma succede che il Silvio Berlusconi oggi risorto dalle ceneri in cui era precipitato agli albori dell’epoca tecnica (governo Monti), e dopo anni di martellamento mediatico (e giudiziario) sulle cosiddette “cene eleganti” e sulle “dieci domande” lanciategli dal quotidiano Repubblica sull’orlo del maelstrom, risulti più che competitivo nei sondaggi e non tacciabile, nei fatti, di anti-femminismo politico. Non soltanto nel suo fronte, infatti, ma pure in quello di centrosinistra spiccano lungo la linea decisionale o di riconosciuta forza elettorale donne che possono dirsi – fatti i dovuti distinguo – o berlusconiane d’origine o berlusconiane en passant o comunque con un passato di valorizzazione ministeriale, partitica o coalizionale berlusconiana (da Mariastella Gelmini a Mara Carfagna a Beatrice Lorenzin a Giorgia Meloni e persino a Emma Bonino, caso a parte tra i casi a parte). Il tutto mentre a sinistra si cerca di rabbonire l’esercito femminista nascosto per le vie del web, quello che, neppure un mese fa, si inalberava per via dell’apparente svilimento di genere sul simbolo del rassemblement Mdp-SI-Possibile (il surreale caso “foglioline”) e per la foto d’avvio dell’avventura, con quattro uomini in bella vista (Pietro Grasso, Roberto Speranza, Nicola Fratoianni e Pippo Civati) e ancora nessuna Laura Boldrini e Rossella Muroni sul palco (poi sono arrivate, ma la diffidenza post-femminista è dilagata via Twitter per una settimana).

 

Ancora più crudele appare allora la Nemesi, a vedere il Berlusconi risorto addirittura sotto il profilo di uomo che non ostacola carriere politiche femminili – anzi. “Alzatevi con il sole in tasca”, diceva il Cav. dell’allora “predellino” a chi, tra il 2007 e il 2008, come Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, in Forza Italia si apprestava ad emergere dopo un periodo sul territorio (entrambe diventeranno ministro poco più che trentenni). “Se non cadi almeno una volta non puoi trionfare”, diceva lo stesso Berlusconi a chi, come Lorenzin, negli stessi anni, e dopo incessante scarpinare lungo il litorale romano, da giovane coordinatrice di partito non vedeva premiato lì per lì lo sforzo, anzi: niente Parlamento, sebbene con tutti gli onori. E ora che Lorenzin, già ministro alfaniano nei governi Letta e Renzi (in tempi non più berlusconiani), è capo-partito della gamba centrista del centrosinistra e porta i capelli alla Meg Ryan, c’è chi ricorda la determinazione da giovane azzurra della ragazza con la coda di cavallo e il chewing-gum, seduta sotto un gazebo in quel di Ostia. Carfagna e Gelmini, invece, a dieci anni dall’esordio nazionale, vengono periodicamente inserite nella rosa di nomi destinati a futuri incarichi di peso, quando è vero e anche quando non è vero (candidature ufficiose e ricorrenti a presidenze di Regione, a sindaco o addirittura a premier, come d’estate si disse per Carfagna). E se Meloni è appunto caso a parte – di destra-destra e non di destra liberale, di un altro partito ma pur sempre, da giovanissima, ministro in un governo berlusconiano – Emma Bonino lo è ancora di più: oggi vertice sul lato sinistro di “+Europa”, nel 1994 fu eletta parlamentare, pur con tutto il suo peso e carico di storia radicale, per il Polo delle Libertà, e nel ’95 indicata Commissario europeo dal governo Berlusconi I. (Poi per Bonino sarà tutta un’altra storia, però intanto un Cav. di fatto “femminista” era spuntato mediaticamente sulla scena).

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.