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La post verità è sul lavoro

Claudio Cerasa

Dietro la guerra sui voucher c’è la sottomissione di un paese che vuole seppellire tutti i sogni di riformismo

In Italia c’è una nuova e clamorosa frontiera delle sottomissioni ideologiche che coincide con una battaglia ridicola su un non problema trasformato dalla coalizione della restaurazione (un mix di comunismo, leghismo, populismo, grillismo, cialtronismo, anti mercatismo, anti globalizzazione, anti capitalismo) nel più grave dramma che affligge il nostro paese: i voucher.

 

Non esiste alcun allarme voucher, non esiste alcuna emergenza buoni lavoro, non esiste (fa sorridere persino scriverlo) un eccesso di liberismo selvaggio in un paese statalista che sogna un intervento dello stato in un’azienda privata (Mediaset), che saluta come una liberazione l’ingresso del governo in una banca (Mps) e che considera uno scandalo un’azienda (pardon, un padrone) che licenzia per rendere più efficiente un’organizzazione aziendale. I voucher – ieri ha fatto bene il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni a difendere lo spirito del Jobs Act e a non cadere nella trappola del nuovo lavorativamente corretto – valgono lo zero virgola due per cento del mercato del lavoro. E l’incredibile cortina fumogena (la fake news) creata attorno al falso problema dei buoni lavoro rappresenta un caso da manuale di un paese che sceglie di farsi dettare l’agenda da una minoranza rumorosa che non ha altro obiettivo se non quello di utilizzare una bandierina (i voucher) come un simbolo intorno al quale coagulare un’opposizione contro l’unica grande svolta riformista degli ultimi anni.

Il nemico pubblico numero uno oggi non sono i voucher (il 55 per cento dei percettori di buoni-lavoro si divide tra chi ha un altro lavoro e percettori di ammortizzatori sociali; il 10 per cento è composto da pensionati, il 14 per cento da giovani inoccupati) ma è una parolina magica che suona così: flessibilità. E la battaglia sui buoni è la punta di un iceberg di una guerra più grande. Che vuole individuare un punto debole del mercato del lavoro (gli abusi esistono ma riguardano una porzione microscopica del mondo del lavoro) per scardinare l’intero disegno del Jobs Act e ricondurre così il paese verso una società checcozaloniana dove i diritti contano più dei doveri e dove la protezione del posto di lavoro conta più della protezione del lavoro stesso.

In questo contesto caratterizzato da una irrefrenabile vocazione alla restaurazione giustificata solo dalla volontà di spolpare vivo tutto ciò che è stato cucinato dall’ex presidente del Consiglio si può capire che la minoranza del Pd – fiancheggiata dalla Cgil, che pure dovrebbe ricordare che un decimo dei voucher viene utilizzato dai pensionati e un altro decimo dai giovani inoccupati – voglia trasformare la battaglia contro la flessibilità per riconquistare il Pd.

 

Meno chiara e giustificabile è invece l’idea che i complici di questo saccheggio possano essere coloro che per molto tempo si sono impegnati a promuovere una cultura aperta e riformista del lavoro, all’interno della quale era maturata una convinzione precisa: oggi il problema del lavoro non è quello di non avere un lavoro fisso ma è quello di avere un lavoro. In nome dell’anti renzismo, il centrodestra ha già rinnegato il suo passato schierandosi contro una riforma costituzionale che rendeva giustizia ad anni di lotte berlusconiane. Ripetere lo stesso errore sul lavoro non sarebbe un torto a Renzi. Sarebbe un torto alla storia del centrodestra e a quella dell’Italia. Mai sentito parlare di Marco Biagi, caro Cav., caro Salvini, caro Brunetta? Battaglie politiche quante ne volete, sottomissioni ideologiche no. Smack.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.