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Sulle divergenze fra il compagno Zagrebelsky e noi

Il duello tra Renzi e il costituzionalista dimostra che questo affare del Sì e del No è solo affare di singoli e se non caricato di sensi estranei non sarà in grado di incrinare nessuna amicizia.

6 Ottobre 2016 alle 18:37

Sulle divergenze fra il compagno Zagrebelsky e noi

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi si giocherà tutto il prossimo 4 dicembre, giorno in cui è previsto il referendum sulla riforma costituzionale (foto LaPresse)

A un certo punto Zagrebelsky ha detto a Renzi (più o meno, non ho preso appunti): “Non metto in discussione la bontà dei suoi propositi, sostengo che la realizzazione sia sbagliata”. Era una netta conferma della contrarietà alla legge di riforma costituzionale. Ma era anche la rinuncia a farne una fatale questione di democrazia. Muovendo da propositi (più o meno) condivisibili, ci si divide sul modo di realizzarli: per gli uni apprezzabile, per gli altri da respingere. Né le famiglie né l’intera società italiana si contrapporrebbero su una simile divergenza relativa fra No, Sì e Non So, Non M’Importa. Commentando poi la serata Zagrebelsky ha detto che si era trattato di un confronto fra due mondi diversi e non comunicanti. Forse era lo sfogo di un uomo che non si era mai sentito così a disagio, ma sembrava smentire l’andamento della discussione, che aveva conosciuto da ambedue i partecipanti elusioni trucchi vere furbizie e false ingenuità, ma aveva mostrato di non vertere sulla sopravvivenza della democrazia. L’idea dei due mondi diversi era troppo e troppo poco. Troppo poco perché i mondi diversi sono parecchi milioni, e per esempio io – se posso intromettermi – in un confronto con Renzi da una parte e Zagrebelsky dall’altra contribuirei a mettere in scena almeno tre mondi diversi. Troppo, perché Renzi e Zagrebelsky (e gli altri, perfino io) sono dello stesso mondo, questo, e in quella evocazione dei mondi diversi c’era come un’eco tarda della diversità antropologica evocata da Berlinguer contro Craxi, cittadini di un mondo comune dal quale ciascuno dei due volle divincolarsi, a costo di dimezzarsi. Mi fermo anch’io su Z. – mi sia permesso abbreviare, del resto è un segno glorioso – perché è anche formalmente un capofila della mobilitazione per il No, e ne dà una motivazione netta e riconoscibile. A differenza degli scrittori più autorevoli di questo giornale, io ho una memoria grata degli intellettuali azionisti torinesi, e questo affetto contribuì alla mia amicizia preziosa per Ezio Mauro, per esempio; e l’attribuzione, anzi l’imputazione, di Z. a quella tradizione me lo rende più simpatico. Il fatto è che Z., e molte altre degnissime persone con lui, avevano sentito ed espresso la divergenza sul referendum come una questione vitale per la democrazia, e anzi, più precisamente e radicalmente, come una questione morale e antifascista – che per noi vecchi ammiratori dell’azionismo piemontese sono quasi sinonimi. Dunque mi sembrava decisivo verificare quella convinzione. Non potendo tener dietro alla congerie di occasioni pertinenti al referendum – vita breve, forze corte – e non disponendo di competenze costituzionali, mi sono regolato su alcune, poche, circostanze. Naturalmente, ho letto il testo della riforma condividendo senz’altro lo scarso entusiasmo per il suo stile.

 


Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky dopo il confronto televisivo sul referendum costituzionale (foto LaPresse)


 

Ora, nel dibattito con Renzi, che si è formato, dice, sui suoi libri – allarmante chiamata di correo, se non di mandante – Z. ha anche spiazzato i profani come me, che non mi formai, con l’insistenza messa sulla sostanza piuttosto che sulla forma del dettato costituzionale. I profani si aspettano che un presidente del Consiglio svelto come Renzi miri al sodo e un ex presidente della Corte si faccia paladino della forma. Ma insomma, non ci si può fermare alle impressioni di una serata televisiva. Così sono risalito a una circostanza in cui Z. ebbe agio di tenere a un pubblico appassionato di fautori del No una specie di solenne e spiritoso seminario di massa, che ascoltai attentamente. Era a Firenze, il 2 giugno, sull’appello di Libertà e Giustizia, di cui Sandra Bonsanti è l’anima e Z. il presidente onorario. In quell’occasione, si manifestarono tre accenti del No radicale, per così chiamarlo: quello democratico-morale, incarnato da Z., quello antifascista, incarnato da Smuraglia, e quello senza aggettivi plausibili, incarnato da Travaglio che, spogliato del core-business, si affannò dall’inizio a fare di Renzi un clone di Berlusconi, finendo col dichiarare che Renzi è peggiore di Berlusconi. Su quest’ultimo non mi soffermo. Z. spiegò distesamente alcune delle cose che in tv ha ripetuto in modo più esitante. Spiegò il nesso che lega – come in una partitura musicale – i tre elementi enunciati nell’art. 1: repubblica, democrazia, lavoro. Disse che “non ci può essere democrazia dove la società è divisa fra ricchi e poveri, potenti e impotenti”, e aggiunse anche “fra rottamati e rottamatori”. Che i beni repubblicani appropriati dai privati non sono più repubblicani. Che l’Italia non è davvero democratica. Che non può esserlo una società di bonus, voucher e lavoratori dipendenti. Ascoltavo con un sentimento misto di compiacimento e di stupore. Compiaciuto di riconoscere una canzone al cui suono avevo ballato per molte estati, stupito della sua somiglianza con la vecchia opposizione fra la democrazia formale e la democrazia sostanziale. La quale, evidentemente fondata, storicamente si era spinta alla denuncia della democrazia “formale” come una truffa borghese. Z. mi pareva affacciarsi su quella denuncia con una gran naturalezza, con affabilità, prendendosi naturalmente formidabili applausi. (Forse esagero e fraintendo, ma il raduno fiorentino è in rete e vi esorto a guardarlo con occhi vostri). Per giunta la democrazia, oltre a essere quel pessimo regime del quale nessun altro eccetera, è, direi, impensabile come una condizione statica, e apprezzabile solo come un processo: in movimento lei, in movimento chi la osserva e vi incide. Democrazia compiuta non esiste, democrazia spenta sì, e ha tanti nomi noti e creativi – Pinochet in Venezuela, per dire l’ultimo. Ascoltavo e come mi succede ormai due volte al giorno mi interrogavo sulla degradazione moderata cui sempre più devo aver ceduto. Ascoltavo e mi ricordavo che tanto tempo fa, in un altro stupore, avevo coniato l’espressione di “estremismo senile”, spinto dall’irruzione pubblica del professor Gianfranco Miglio a settant’anni più che suonati, sperticato ideologo della Lega e autore di Costituzioni. Poi i giovani pompieri mutati in vecchi incendiari sarebbero diventati valanga. Con tutto il rispetto, come dice Renzi. E’ tipico delle democrazie esauste suscitare l’indignazione di anziani signori: mettete ai voti la pena di morte o l’ergastolo ostativo e troverete più vicini un detenuto e un presidente di Cassazione che la maggioranza degli altri. Nel teatro fiorentino c’era un’aria di nuova resistenza, e Z. mi sbigottì quando, vantando giustamente il disinteresse che aveva portato a quell’assemblea tante persone, aggiunse: “In qualche caso l’essere qui è contro i nostri interessi particolari”. Non riuscii a capacitarmi di una tal allusione al sacrificio eventuale suo o di altri partecipanti, in quell’atmosfera di lotta partigiana. Comunque. Disse molte altre cose Z., giuste, sentite. Che “lo stato dei denti è un segno della collocazione nella scala sociale: c’è una parte di popolazione che non è in grado di curarsi i denti”. E’ così. Enrico Deaglio, sobrio discendente dell’azionismo torinese, si batte da più di trent’anni per un programma sociale che abbia al centro la cura gratuita dei denti del popolo. Poi Z. denunciò le assicurazioni private, “riservate a chi se le può permettere”, e la politica asservita all’economia finanziarizzata. Denunciò l’idea di vincere – l’ha ripetuto a Renzi – come un residuo fascista, “Vinceremo”, mentre “la democrazia è l’assunzione di un compito comune fra tutte le forze concorrenti”. (Renzi gli ha replicato che nelle democrazie più solide Winner-take-all e Spoil-system, e le forze concorrenti fanno l’opposizione, il governo ombra e si preparano all’alternativa. Io sono più comprensivo con l’intenzione di concordia che ispira Z., ma lo trovo in contrasto con l’oltranzismo della contrapposizione al Sì, i “due mondi diversi”). Concluse che “nella vera democrazia bisogna essere contenti di perdere”, e questa è un’idea saggia. Noi, intendo gli estremisti giovanili, perdemmo, e ne ringraziammo il cielo. “Per fortuna”, concluse Mauro Rostagno. Poi, distrattamente, i fautori del No annunciano a gran voce la vittoria, esattamente come quelli del Sì. Disse altre cose che mi allarmarono –un poco, non tanto. Che l’Italia deve “recuperare un minimo di sovranità”. Che è una repubblica sovrana, cui spetta “il controllo delle decisioni fondamentali che riguardano tutti noi”. Che la sovranità, come vuole la Costituzione, può essere limitata solo per assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni. Sono allarmato quando sento odore di rinazionalizzazione della sovranità, pur in odio alle espropriazioni sovranazionali di potenze finanziarie o di burocrazie irresponsabili, piuttosto che di un internazionalismo di diritto, e prima di tutto un europeismo federalista.

 


Gustavo Zagrebelsky (foto LaPresse)


 

Arrivato a questo punto io, che con le remore della mia senilità (e ho un anno di più) mi ero riacceso di una giovanile esaltazione sociale, mi sono chiesto che cosa avesse a che fare questo grandioso ordine del giorno col Sì e il No alla riforma costituzionale. Divisione in ricchi e poveri, potenti e impotenti (lasciamo stare rottamati e rottamatori: c’è sempre uno più rottamatore di te che ti rottama); economia finanziaria; dannato mal di denti dei poveri; e insomma tutte le cose sopra riassunte alla meglio, sono destinate a dipendere dalla scelta fra la Costituzione vigente e quella riformata? Non riesco a vedere come, se non attraverso cavilli troppo acrobatici. Però quell’assemblea non era sulla rivoluzione anticapitalista del lavoro o evangelica dei poveri contro i ricchi, era sul referendum costituzionale. Magari si potessero affrontare quelle rivoluzioni votando per tener ferma la costituzione vigente. Insomma, la dichiarazione di Z. che “dunque è una retorica falsa quella della prima parte della Costituzione che non viene toccata. Non ce n’era bisogno”, mi sembra azzardata. A Costituzione immutata o no, i poveri restano e diventano vieppiù poveri se non si provvede altrimenti. Del resto Z. stesso avverte che la costituzione non è che il pretesto, e l’oggetto vero è la vittoria politica. “Chi vince avrà la strada spianata per il potere per chissà quanti anni”. Dunque bisogna votare No non contro la costituzione riformata, ma per sbarrare la strada a Renzi finché si è in tempo. Dichiarazione che almeno bilancia, e probabilmente soverchia, la infantile pretesa iniziale di Renzi che si debba votare Sì perché se no lui va a casa.

 

C’erano molti altri intervenuti nell’assemblea fiorentina, e tengo a dire che di molti ho una franca stima e a non pochi voglio proprio bene. Ma appunto, mi sono persuaso che ’sto affar del Sì e del No non sia in grado, se non caricato di sensi estranei, di incrinare nessuna amicizia. C’è un mucchio di gente che si lascia definire indecisa e ne sorride, perché vuole semplicemente decidere fra due scelte che hanno ciascuna i suoi pro e i suoi contro. Giuliano Pisapia predica qualcosa del genere e non è un animo tiepido. Almeno un altro degli oratori dell’assemblea fiorentina però voglio citare, perché è un gran personaggio e incarna la piega antifascista dell’impegno per il No. Carlo Smuraglia ha svolto con lucido vigore un bilancio aggiornato dei sogni della sua gioventù partigiana, traditi e incompiuti. Aggiornato al punto di rievocare la grande svolta del voto alle donne e dei diritti sanciti dalla Costituente – che ebbe non solo padri, ma anche madri, poche ma memorabili – e metterla a confronto con l’ignobile attualità di due donne appena uccise dai loro uomini e date alle fiamme. Molte altre cose ha detto, sdegnate e capaci di muovere allo sdegno. Ma anche lui stava facendo un quadro desolante e combattivo dell’ingiustizia del nostro tempo, che non sta nella Costituzione com’è, né in quella che potrà essere.

 

Non penso che il risultato del referendum comporti una “svolta autoritaria”. Renzi ha ragione quando invita a guardarsi attorno, da Erdogan a Duterte a Orban ecc. Del resto, di che cosa penso io chi se ne fotte. Io non ho il diritto di voto, tra l’altro. Se fossi come voi e dovessi decidere entro il 4 dicembre mi regolerei parecchio sull’auspicio che scompaia dalla legge elettorale quello spropositato premio di maggioranza. Del secondo turno mi importerebbe meno, salvo che mi pare vergognoso sentirne motivare l’abolizione col rischio di spianare la strada ai Cinque Stelle. I Cinque Stelle al governo sarebbero ben più che un rischio, una tragica farsa, a chi voglia appena considerare lo stato del mondo e dell’Europa – ma quasi nessuno lo vuole considerare – e però cambiare le leggi elettorali per far vincere qualcuno o far perdere qualcun altro è grottesco. O argomentare che prima eravamo bipolari e ora siamo tripolari. La prossima volta pensateci, e restate bipolari, se ci riuscite. La mia opinione, per così dire laica, stenta anche a capire perché associazioni collettive debbano pronunciarsi per il sì e per il no, invece di riconoscere che è affare dei singoli: vale per Anpi, Cgil, Coldiretti, Confindustria e così via. Anche per i partiti.

 

 

P.S. Se dovessi votare non per il merito della cosa, ma per le conseguenze governative, voterei Sì. Dei governi immaginabili, compreso quello “della Troika” (sic!) nessuno farebbe meglio, cioé meno peggio, sulla questione che considero principale: i migranti. Chi vota No per cacciare Renzi o ha fatto già conto, per stupidità o per vanità, di favorire l’avvento dei Cinque Stelle, e una dose di estremismo senile va ascritta a questo conto. Oppure è di sinistra, dentro e fuori del Pd, e di Renzi si vuole sbarazzare o vendicare con l’illusione di ricostruirsi all’opposizione, e allora non è nemmeno vanità, solo stupidità. Provino davvero a figurarsi di temprare un’opposizione di sinistra durante un governo in cui grillini o leghisti tengano la giustizia, gli esteri, la difesa, gli interni, l’economia… Chiudano gli occhi e lo immaginino.

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