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Il Piccolo inquisitore

Zagrebelsky, il “principe” che teorizza la superiorità della Consulta dei valori sulla democrazia. Il severo giacobino torinese che adora una sindone laica: la Costituzione.

4 Ottobre 2016 alle 10:26

Il Piccolo inquisitore

Gustavo Zagrebelsky (foto LaPresse)

Roma. Nel dicembre 1991, l’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, annunciò alla stampa: “Siccome ho visto che hanno proclamato l’indipendenza ucraina e lui è di vecchia famiglia aristocratica ucraina, questa mattina gli ho telefonato e lui riteneva che gli telefonassi per la lettera e invece, essendo lui un vecchio principe ucraino, mi sono congratulato con lui per la riacquistata indipendenza della sua patria”. “Lui” era Gustavo Zagrebelsky. A Stefano Rodotà, già allora partner di appelli di Zagrebelsky, andò peggio e Cossiga diede non di “principe” ma di “piccolo borghese”. La discesa in campo di Zagrebelsky è datata 24 novembre 1991: “Fermiamo la deriva costituzionale”. Poi la sua guerra contro i governi Berlusconi, Zagrebelsky l’avrebbe combattuta firmando appelli sulla Stampa e Repubblica. Quella contro Matteo Renzi e la sua riforma costituzionale, Zagrebelsky la combatte direttamente in prima serata tv (faccia a faccia con il premier da Enrico Mentana).

 

La prima volta che questo insigne giurista parlò di “rischio regime” fu dalle colonne dell’Unità l’11 aprile 1994: “C’è il rischio di un nuovo regime”. E ancora: “Si è sviluppata un’opinione pubblica revanscista”. Per questo Zagrebelsky avrebbe teorizzato la “deberlusconizzazione”, non una presa di posizione politica ostile ma lecita in democrazia, bensì l’esigenza “di civiltà” di espungere dalla storia italiana un’esperienza ventennale, la pulizia del paese da una “corruzione” delle coscienze determinata dal “carattere infimo degli spettacoli di intrattenimento”, una “sottocultura” estranea alla democrazia, da curare tramite un modello di comportamento privato e pubblico “virtuoso” da imporre dall’alto, in stile giacobino. Zagrebelsky, coi suoi giudizi etico-estetici, aveva in odio tutto di quella stagione: il “degrado istituzionale”, il “prurito presidenzialista”, la “tentazione plebiscitaria”, ma anche la sovranità del mercato, il trionfo dell’individualismo, il “vuoto di cultura”, le suggestioni mediatiche, cui Zagrebelsky opporrà un’etica pubblica obbligatoria, un Werteordnung, un ordine di valori preciso.

 

Lo ha scritto nel libro “Intorno alla legge”: “La giustizia non è solo questione di codici e procedure. E’ anche questione di giudici e di ethos. Prima che questione giuridica è questione culturale”. Non c’è bisogno di aver studiato giurisprudenza per capire cosa sta dicendo. L’11 maggio 1994, il professore torna sull’Unità: “C’è il rischio di un regime”. Il 7 agosto 1994, Zagrebelsky dichiara: “E’ dovere dei giudici essere scomodi”. E ancora: “La loro azione è necessaria per restaurare la legalità”. Ma chi è Zagrebelsky, questo fine giurista che coniuga la possente cultura a una superba padronanza della tecnica giuridica? Se c’è una carica cui Zagrebelsky tiene di più è quella di socio dell’Accademia delle Scienze di Torino che ha sede a Palazzo Guarini. Per chi la frequenta e la vezzeggia, questa istituzione è nota come “l’Atene d’Italia”, dove marmo e bronzo adornano le sale, le pareti sono finemente decorate a tempera e le boiseries tirate a lucido.

 

Per duecento anni, l’Accademia è stato il suggello dell’alleanza tra il potere monarchico e il movimento degli intellettuali. Tra i soci si annovereranno nomi come quelli di Bobbio, Galante Garrone, Abbagnano, Momigliano, Regge, Mila, Elia, Geymonat, Argan e Castronovo. E’ in questa cultura torinese austera, spocchiosa e illustre, che si è formato Zagrebelsky, riferimento di quelle minoranze illuminate, anche giudiziarie, che cercano di costruire un’Italia a loro immagine e somiglianza. Va da sé che il professor Zagrebelsky ha appena minacciato di abbandonare l’insegnamento di diritto se vincerà il “sì” al referendum del 4 dicembre.

 


Il professor Gustavo Zagrebelsky ha origini russe, per la precisione San Pietroburgo, anche se è nato nel giugno del 1943 a San Germano Chisone, nelle valli valdesi. Non è un “comunista”, ma un “moderato di sinistra”, come quegli “indipendenti” che andavano tanto di moda negli anni Ottanta. Nell’ottobre del 1994, Zagrebelsky promosse un appello di solidarietà a favore del procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli, e del pool di Mani pulite, “auspicando che la magistratura possa proseguire liberamente e in totale indipendenza la sua attività”. Se chi ha vinto le elezioni non è espressione del “Partito della Costituzione”, iniziò a teorizzare Zagrebelsky, occorre svolgere una “funzione anti maggioritaria”. La giustizia costituzionale, secondo il giudice e giurista torinese, “protegge la Repubblica” e quindi “limita la democrazia”, in quanto, se gli italiani hanno votato in modo “sbagliato”, il magistrato, a partire dalla Consulta, “limita, per così dire, la quantità della democrazia per preservarne la qualità”.

 

Questo perché, nella logica di Zagrebelsky, gli elettori altrui non sono considerati liberi, ma irretiti. D’altra parte Zagrebelsky, in passato, ha sostenuto che pure la crocifissione era stata “la condanna di un uomo che si era dichiarato innocente, ma non di un errore giudiziario o di un processo ingiusto”. Neppure Gesù si salva. Nel maggio 1995, l’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro, che stava facendo non poco per osteggiare il governo Berlusconi, firmò assieme a Zagrebelsky un saggio-copertina sulla rivista MicroMega, dal titolo eloquente: “I valori della Resistenza, l’attualità della Costituzione, i poteri del Presidente”. Siamo sempre lì, vent’anni dopo, a questa sacra triade. Da bravo torinese, Zagrebelsky omaggia una sindone laica: la Costituzione scritta nel 1946. Il libro che lo ha reso famoso è “Il diritto mite” del 1992, elegantissimo e coltissimo, pubblicato in piena temperie giudiziaria di Mani pulite.

 

E’ una sorta di teologia del diritto, perché Zagrebelsky vi dimostrava che alla sovranità legislativa si deve sostituire senza scrupoli quella giudiziaria. Il cuore del pensiero di Zagrebelsky è che “la Costituzione non può essere trattata come legge uguale alle altre e rimessa alla volontà delle mutevoli maggioranze politiche che si formano in Parlamento”.  
Perché in democrazia, anche la maggioranza ha un limite, quello dei diritti: “Non c’è principio di maggioranza che possa valere. Le maggioranze che in Parlamento hanno la loro legittimità, ma si devono esprimere nel rispetto di queste identità: pluralismo di partiti, forze sindacali, culturali, religiose”.

 

La giustizia autentica, per Zagrebelsky, si incarna allora nella giurisprudenza della Corte costituzionale. “In questo controllo di costituzionalità non vi è forse da vedere l’emergere della natura della legge che non è tutta e solo positivizzazione di una volontà legislativa?”. E la democrazia? Zagrebelsky ve ne diffida della democrazia, come di ogni retorica che esalti il ruolo della legittimità popolare. E fa appello, come antidoto, alla democrazia critica nella quale, come dice nel suo “Il ‘crucifige!’ e la democrazia”, “neppure la decisione popolare diretta può essere presa come la parola che chiude definitivamente la questione”.
Giurisprudenza dei valori, puro nulla dei verbali: è questo l’approdo ideologico di Zagrebelsky. Anche nella sua analisi del mito greco di “Antigone”, Zagrebelsky mette in guardia contro “i rischi che possono provenire dalla volontà politica” e preconizza una giustizia costituzionale che vegli sul legislatore con severità, all’insegna dei valori. Nominato giudice costituzionale da Scalfaro nel 1995, dal dicembre del 2002 Zagrebelsky ha ricoperto l’incarico di vicepresidente della Corte. Resterà alla presidenza della Consulta fino al 13 settembre del 2004.

 

Fu in una lezione in cui rendeva omaggio al suo maestro, Norberto Bobbio, nel 2004, che Zagrebelsky espose la sua visione della giustizia, teorizzando un “giusnaturalismo del sentimento” invece che della ragione. “Con questa essenziale differenza: che il primo, a differenza del secondo, non pretende di costruire la giustizia in terra ma si limita a rivoltarsi contro l’ingiustizia”, disse il giurista. E va da sé che l’ingiustizia sia sempre incarnata dall’avversario politico-ideologico. Niente grandi riforme, piuttosto si punti a modifiche meno radicali ma più praticabili, nello spirito di quella che Zagrebelsky ha chiamato “rivoluzione ermeneutica applicata alla Costituzione”. Che cosa ha imparato ad esempio Zagrebelsky da Primo Levi, di cui ne scrisse a lungo quando era collaboratore della Stampa? “La necessità, l’obbligo morale, di non essere creduloni e ignoranti”.

 


Norberto Bobbio


 

Michele Ainis li ha chiamati, i fratelli Vladimiro e Gustavo Zagrebelsky, esponenti di punta di “Torino laboratorio del diritto” come “città d’intellettuali temprati al fuoco della passione civile e di professori prestati alla politica”. Una supponenza, un elitarismo e un giacobinismo tipici di quelle élite (da Ezio Mauro a Gian Carlo Caselli). Zagrebelsky, lettore e cultore (e forse imitatore) del “Grande Inquisitore” di Dostoevskij nei “Fratelli Karamazov”, ha tutti i titoli nelle caselle giuste, comprese le edizioni Einaudi, per le quali ha curato anche le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza”. E proprio dalla lettura del “Grande Inquisitore” di Zagrebelsky si evince l’insofferenza del giurista per la libertà.

 

L’Inquisitore imputa a Gesù una colpa: aver condannato l’umanità a quella libertà da cui lui, per il bene dell’umanità stessa, si è dato il compito di liberarla. Il potere, secondo Zagrebelsky, si fa amare dalle sue stesse vittime per mezzo di quella stessa libertà che spinge gli uomini a conformarsi. Zagrebelsky lo disse anche quando nel 1994 Berlusconi scese in campo. Allora gli chiesero cosa detestasse di più di lui: “L’uso smodato della parola libertà. E’ risaputo che il termine contiene un paradosso”.
Il processo a Gesù? “Possiamo considerarlo la prima applicazione del sistema elettorale uninominale e non ha avuto un esito brillante”, ha detto sempre l’illustre intellettuale nel giugno 1994. E Pilato? Il campione della “democrazia scettica”. Non è forse il demos che, cieco di fronte alla più elementare giustizia, ha preferito Barabba a Gesù? Il “crucifige della democrazia” di Zagrebelsky getta un’ombra sinistra sul popolo.

 

Dalla madre, valdese, Zagrebelsky ha preso tutta la severità protestante, la raffigurazione di una intransigenza morale e di una inflessibilità che costituisce l’intelaiatura di una teologia calvinista austera e triste, il puritano vestito di nero. E questa cultura protestante avrebbe influenzato anche la visione del diritto di Zagrebelsky, con il suo determinismo dell’ineluttabilità della giustizia costituzionale come suprema mediatrice tra legge e giustizia. Quando il professore mise il diritto dalla parte della battaglia per far morire di fame e sete Eluana Englaro, Dino Boffo, allora direttore di Avvenire, chiamò Zagrebelsky “il Grande Valdese subito pronto ad impartirci – ad onta di ogni bon ton e garbo interconfessionale – l’ennesima lezioncina”.

 

Leopoldo Elia è l’altro suo grande maestro e per quel tramite Zagrebelsky ha attinto alla cultura di Giuseppe Dossetti e della Costituzione repubblicana come idolo ideologico. Quel Dossetti che era tornato alla vita pubblica dopo la vittoria berlusconiana del 1994: “Come gli antichi Padri del deserto che ritornavano in città in occasione di epidemie, di invasioni o di altre grandi calamità pubbliche”, dirà di sé. Il grande successo del principe Zagrebelsky è quello di aver imposto in Italia una visione interventista del diritto politicamente engagée e presente oggi nelle accademie, nelle procure, nei giornali, nelle corporazioni dei magistrati.

 

Una concezione aristocratica che affida alla volontà virtuosa di un consiglio di censori il monopolio dell’interpretazione del diritto, nonché la missione di ripristinarne la “legittimità” contro la mera “legalità”. Fu Nicola Abbagnano, filosofo torinese neoilluminista, capofila con Bobbio di quella scuola, a insegnare a Gustavo Zagrebelsky che, “poiché non è possibile filosofare rimanendo sul piano della constatazione obiettiva”, la conclusione è: “Occorre impegnarsi”. O per dirla con Kant, in una citazione tanto cara all’eminenza grigia dell’antiriforma: “Fiat iustitia pereat mundus”. Sia fatta giustizia e muoia pure il mondo.
Altro che “mitezza” del diritto. E’ una ferocia che ha la voce nasale del coltissimo professore. Mite, ma mai umile.

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