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Benvenuti su Zagrebelsky channel

Due ore di lineamenti di diritto costituzionale e alla fine il referendum, per il profeta del no, è  buoni contro cattivi. Ce lo poteva dire subito. Perché Renzi-Zagrebelsky non è stato soltanto uno scontro tra visioni opposte della politica, ma qualcosa di più

1 Ottobre 2016 alle 13:30

Benvenuti su Zagrebelsky channel

Matteo Renzi, Enrico Mentana e Gustavo Zagrebelsky (foto LaPresse)

“Lei non mi ha risposto a una domanda che forse non le ho neanche fatto” dice a un certo punto Zagrebelsky. È la frase chiave del confronto Tv con Renzi su La7. Un mantra da scolpire negli studi televisivi prima di ogni dibattito politico. Dimenticatevi Clinton e Trump. Dimenticatevi botta e risposta, affondi, ritmo incalzante. Renzi-Zagrebelsky non è stato soltanto uno scontro tra visioni opposte della politica, ma qualcosa di più. Più delle dirette infaticabili, più della notturna psichedelica con la “Brexit”, ieri sera Mentana ci ha offerto una delle sue opere più sperimentali, costruita come un formidabile intreccio tra epoche televisive lontane. Una specie di mash-up tra un talent di Sky e la “Tribuna Politica” di Jacobelli, anche se Fanfani rispetto a Zagrebelsky sembra Briatore.
 
 
Quando parlava il Professore, Mentana ci ha riportato sulla Rete Uno anni Settanta. A un certo punto, ero anche convinto stessero tutti fumando in studio. Un salto indietro nel tempo, meglio di “Anima mia” e del “Rischiatutto” di Fazio. Una Tv ipnotica, piena di “altresì”, “ancorché”, temporalità ancestrali e musicalità della lingua. Quando toccava a Renzi sembrava “The Apprentice”. “Lei dice vincere, perdere, il capo….non va bene”, lo incalza Zagrebelsky. Perché non si vince, non si perde, non si decide, non si comanda. Mai. Se non nella deriva autoritaria. Se non altro ieri si capiva che prima ancora che con la riforma dell’Articolo 5, Zagrebelsky ce l’ha col linguaggio di Renzi. Il premier spiega, rispiega, cita pure Leopoldo Elia, il Maestro di Zagrebelsky per provare a far breccia nel cuore del Professore rimandandolo ai beati anni della tesi di laurea. Macchè. Tutto inutile. Zagrebelsky lavora sui vuoti, i rimandi, le pause del senso. Passa da un articolo all’altro, spiega la “Legge della continenza”, il meno che contiene il più e “se avessi tempo potrei divagare con qualcosa di più profondo”. È  il John Cage del Diritto Costituzionale. Pure Mentana va in trance e si risveglia solo per dire “adesso però cerchiamo di essere più rispettosi di chi ci ascolta e andiamo sulla vexata quaestio”.
 
 
Già. Ma qual è? Il referendum? I parrucconi? Il premierato assoluto? L’Italicum? Allora Zagrebelsky tira fuori un libro di Zagrebelsky. “Non è mica la Costituzione” ribatte Renzi. “Sì, ma c’è anche la Costituzione”. E Zagrebelsky legge Zagrebelsky che cita Zagrebelsky. Per tutto il confronto, quando parla Zagrebelsky, Renzi riesce a tenere la stessa espressione. Labbra contratte, sguardo accigliato. Sembra un incrocio tra Michael J Fox in “Ritorno al Futuro” e uno studente di Giurisprudenza che ha sbagliato programma all'esame. Si sconfina nello psicodramma. “Perché mi guarda così?” chiede più volte Zagrebelsky. “Professore, io ho studiato sui suoi libri, lei è fondamentale per me”; “E io allora? Io credevo che la rottamazione fosse un’altra cosa", credeva fosse una cosa “contro l’Italia cattiva”, la "cementificazione", le coste e la casta. Due ore di lineamenti di diritto costituzionale e alle fine il referendum è  buoni contro cattivi. Ce lo poteva dire subito. Ma ha fatto bene perché lo show è stato una meraviglia. Quando Mentana chiama la pubblicità, sulla dissolvenza si sente la voce del Professore che si perde nello studio: “Ma siamo riusciti a farci capire?” Stacco. Praticamente, un manifesto politico. Ci vorrebbe Zagrebelsky channel.

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