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La guerra dei due mondi

Dietro la sfida del referendum non c’è solo lo scontro tra costituzionalisti ma c’è una partita più grande che riguarda la scelta tra due modelli di paese: competizione vs concertazione. Cosa sono i due universi non comunicanti.

5 Ottobre 2016 alle 06:09

La guerra dei due mondi

Matteo Renzi, Enrico Mentana e Gustavo Zagrebelsky (foto LaPresse)

Gustavo Zagrebelsky ha ragione quando dice che dal suo punto di vista il confronto con Matteo Renzi è stato inutile, perché in ballo, ha detto l’inquisitore del No, oggi non ci sono solo diverse idee di Costituzione ma ci sono visioni del mondo diverse e opposte che semplicemente vivono come extraterrestri in universi diversi, non comunicabili. Il punto in effetti è esattamente questo ed è inutile girarci attorno: nella gustosa dialettica tra il fronte del No e il fronte del Sì esistono valide ragioni per contestare o elogiare alcune specifiche modifiche presenti nel ddl Boschi ma al netto delle considerazioni di natura tecnica la vera ciccia della questione riguarda le due visioni opposte del mondo che si trovano alla radice delle motivazioni che spingono ora ad avvicinarsi verso il Sì, ora ad avvicinarsi verso il No. E andare a studiare le due visioni ci può aiutare a capire per quale ragione l’elettore di centrodestra non sa ancora del tutto da che parte virare: Sì o No?

 

Matteo Renzi sostiene da mesi che l’Italia-che-dice-no lo fa solo ed esclusivamente per inviare un avviso di sfratto al presidente del Consiglio. In parte è vero ma lo è fino a un certo punto. Perché dietro alle ragioni del No, o almeno dietro a molte di esse, c’è una precisa e consapevole visione del mondo che viene manifestata in modo franco, a viso aperto, e che prevede la difesa di un sistema politico e istituzionale come quello attuale. Costruito deliberatamente per avere governi deboli, per non offrire eccessivi poteri al presidente del Consiglio, per non dare agli elettori il pieno potere di scegliere da chi farsi governare, per far sì che nessuna minoranza sia del tutto tagliata fuori dalle dinamiche di governo e per alimentare di continuo quello che è il vero baco della Costituzione italiana: l’affermazione di una democrazia che ha deciso di concentrarsi più sulle esigenze del demos che sulle esigenze del cratos. In altre parole: una democrazia che rappresenta il popolo ma senza avere di fatto i poteri per farlo.

 

Il tic ideologico che si nasconde dietro il fronte del No – e che inevitabilmente porta a considerare Renzi come un perfetto erede di Berlusconi – coincide dunque con una precisa attitudine di una parte importante del nostro paese sintetizzabile più o meno così: la politica non deve essere messa nelle condizioni di prendere tutte le decisioni che ritiene giusto prendere per la semplice ragione che chi governa deve accettare di essere governato da alcune delle grandi forze invisibili del paese (non è un caso che contro questa riforma siano schierate molte forze che negli ultimi vent’anni hanno provato con successo a governare coloro che dovevano governare: il capo della Cgil, il capo degli ambientalisti, il capo dei sindacato dei magistrati, il capo dei magistrati di sinistra, il capo dei girotondini). Quello che in queste ore nessuno dice con chiarezza è che, comunque la si pensi, il succo della sfida referendaria è questo ed è tutto in una precisa dialettica. Da un lato c’è la competizione, la possibilità di dare a chi vince le elezioni (chiunque esso sia) gli strumenti per governare senza essere ostaggio degli ottimati, senza dover rinunciare al primato della politica, senza dover necessariamente rappresentare platonicamente più il partito dei sapienti che il partito degli eletti. Dall’altro lato invece c’è una più inevitabile tendenza alla concertazione, una predisposizione involontaria o forse volontaria a promuovere un sistema dove nessuno vince davvero, dove nessuno decide davvero, dove nessuno è responsabile di nulla. Si può discutere quanto si vuole del merito della riforma Costituzionale e della qualità dell’Italicum. Ma non si può non riconoscere una cosa semplice: un combinato disposto che diminuisce le possibilità che vi sia un Parlamento ingovernabile – attraverso (a) una legge elettorale che offre alla lista vincente un numero di parlamentari minimo per poter governare e (b) una riforma costituzionale che cancella il rapporto di fiducia tra il governo e il Senato – rafforza i governi e rende gli esecutivi potenzialmente più forti e, più responsabili. Si può dire poi, come sostiene giustamente Stefano Parisi, che il problema di questa riforma è che non si semplifica tutto quello che si doveva semplificare – e che il Senato è abolito solo a metà, che i poteri del presidente del Consiglio purtroppo non vengono toccati direttamente, che il premio di maggioranza alla Camera non offre garanzie di stabilità assolute in quanto regala a chi vince le elezioni solo 24 parlamentari in più rispetto a quelli necessari per avere la maggioranza alla Camera e che per dare alla classe politica la possibilità di liberarsi dal cappio della società degli ottimati bisognerebbe reintrodurre l’immunità parlamentare.

 

Si può dire tutto questo e ci si può rattristare per una riforma non perfetta ma non si può non riconoscere che la sfida del referendum è una sfida che non può essere capita fino in fondo se ci si perde nei dettagli e se non si capisce che quella in corso è una sfida dove la lotta vera è tra chi si augura che l’Italia si doti dei requisiti necessari anche se non sufficienti per non essere ostaggio dei professionisti del veto e tra chi accetta di lasciare tutto immobile e di danneggiare non tanto Renzi ma tutti coloro che sognano di ritrovarsi un giorno con una politica forte che esercita il suo potere in nome del popolo che lo ha eletto e non in nome di una società civile che sfruttando un sistema imperfetto prova ogni giorno a commissariare la politica. Alla luce di quanto descritto, si capisce dunque la ragione per cui la sconfitta del fronte del Sì coinciderebbe con l’affermazione di un’altra precisa tentazione politica: il ritorno della cultura proporzionale, l’idea che la rappresentatività sia più importante della governabilità. Una cultura legittima ma che semmai fosse necessario dimostra che la guerra dei due mondi non è solo tecnica ma è soprattutto culturale. E’ tra chi crede che non debba esistere nessun governo capace di decidere autonomamente e tra chi crede che un governo debba avere i requisiti minimi per, suggerirebbe Fabio Rovazzi, andare a comandare. Dice bene il nostro amico Massimo De Angelis: “Renzi ha mostrato nel confronto con Zagrebelsky tutte le ragioni del Sì. Fa ancora fatica a tirare fuori quella forse decisiva: far vincere il Sì serve non tanto ad abbassare i costi della politica ma in primo luogo ad avere una politica forte, necessaria proprio per bilanciare i ‘poteri forti’ evocati da Zagrebelsky (finanza globale, etc.) che se la spassano con parlamenti lenti e frammentati che nemmeno la dieta polacca dell’Ottocento. La verità è questa. Smettiamola di farci le seghe”.

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