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La scienza dello stato messa in mutande dal prof e cattivo maestro

Non ne ha azzeccata una. Uno spirito inconsapevolmente contraddittorio, dedito a un esercizio di cattiva retorica accademica. Messo davanti a se stesso ha mostrato la sua faziosità e la sfacciataggine bullistica da serie B. Sto parlando di Zagrebelsky, Gustavo.

2 Ottobre 2016 alle 06:00

La scienza dello stato messa in mutande dal prof e cattivo maestro

Gustavo Zagrebelsky (foto LaPresse)

Era tutto ciò che è detestabile nella vita, malgrado la sconfitta cocente, naturalmente non rilevata da nessun giornale, lo rendesse simpatico, nel senso di patetico, ispirava compassione. Non ne ha azzeccata una. Era il peggio di Torino, questa città secessionista nelle sue classi dirigenti, e da sempre dedita a fornire alla nazione pessimi Re e spocchiosi tribuni della moralità borghese e proletaria, in lui c’era albagia dissimulata sotto il basto di una inutile erudizione. Uno spirito inconsapevolmente contraddittorio, dedito a un esercizio di cattiva retorica accademica.

 

Ha cominciato dicendo di essere favorevole al bicameralismo paritario. Un’assemblea migliora il lavoro dell’altra. E se lo peggiorasse, invece? Se esponesse la Repubblica, oltre che alla lentezza istituzionale, alla proliferazione dei giochi di gruppo e di pressione? Non c’era però alcuna grandezza nel rivendicare senza capire cosa stesse dicendo la storia proporzionalista dell’Italia dei partiti, la sua architrave nata da un’ossessiva paura della capacità di governo, resa possibile da un patto consociativo che a Meuccio Ruini, un liberale, faceva orrore dall’inizio. Altrimenti si sarebbe svegliato dal torpore biascicante del professore emerito e avrebbe rivendicato secondo valori e criteri accettabili l’impianto originale della Costituzione, come fa un Formica, come fanno in tanti che voteranno come lui per restaurare qualcosa di cui hanno vera nostalgia. Lui no, non poteva scoprire il vero nemmeno a sé stesso, perché è parte di quel ceto riflessivo che la Repubblica d’antan l’ha sepolta in combutta con Di Pietro e i dipietristi, sotto gli auspici di un suo gemello, il procuratore Borrelli.

 

 

Poi ha esposto il superamento professoralmente corretto del bicameralismo paritario, dicendo il contrario di quanto affermato in principio. Si è inoltrato in tecnicismi che non sapeva nemmeno da che parte cominciassero, esponendosi a una sequenza infinita di lezioni di buon senso e di congruità da parte del contraddittore, il politico. Ha fatto un discorso paleomarxista sulla Costituzione come “sostanza”, la metafisica della politica oligarchica e la rivendicazione di un contenuto materiale oltre la norma che liquida come pezzo di carta e “formuletta” (parole sue) la forma, che è il Dio da sempre di tutti i costituzionalisti liberali. Lo avesse sentito parlare Antonin Scalia sarebbe inorridito, gli avrebbe domandato dove avesse preso quelle idee da dinosauro che però schiaffeggiano e tradiscono il meglio delle leggi fondamentali.

 

Ha mostrato la sua faziosità e la sfacciataggine bullistica del prof di serie B quando è stato messo davanti a sé stesso. Ha firmato due appelli, uno che predica la svolta autoritaria imminente, l’altro che la esclude: ha risposto da magliaro con la legge della continenza. L’appello che esclude la dittatura adveniente è il meno, il più è quello che la preconizza, il testo sempre da lui firmato di Libertà e giustizia, il club dei miliardari che mise sul palco dei suoi osceni comizi antiberlusconiani un minore indottrinato per sputtanare il nemico (Palasharp). Richiesto di spiegare come mai tre anni fa dichiarasse di essere favorevole a una legge elettorale comprensiva di ballottaggio, ha balbettato che non erano lì per spiegare le loro contraddizioni personali. Ridicolo, compulsivamente derisorio.

 

L’idea che Berlusconi voti con lui contro il proprio erede e capolavoro politico mi fa rizzare i capelli in testa. Invece capisco perfettamente che sia diventato il portavoce, per quanto lesso, dell’adunata dei refrattari. Guido Guazza, storico torinese, costeggiava il partito armato negli anni Settanta alimentando il mito della Resistenza tradita. Il vecchio Bobbio sornioneggiava quando si sparava nelle strade, oltre a cacciare balle madornali sul suo passato sotto il fascismo, e Alessandro Galante Garrone invitava a vedere nel corpo di un imputato in sciopero della fame non la persona ma il ruolo, con lo stesso preciso disprezzo dell’essere umano trionfalmente esibito da Curcio dietro la gabbia degli imputati quando diceva ai magistrati che i compagni delle Bierre sparavano alla toga, mica al loro corpo. Una generazione di cinici cattivi maestri e di bugiardi sconsiderati ha avuto per sé la palma del perbenismo e la cattedra della più ossequiosa rispettabilità.

 

Infine, per non farsi travolgere dai dettagli più imbarazzanti, cercava di rivenderci l’idea che il maggioritario sia illiberale, che la sostanza della politica sia la consociazione, che le riforme costituzionali fatte senza consultare la casta docente sono scritte male. E in tutto il dibattito si dimenticava l’unica cosa importante: se siamo ormai abituati all’idea che i governi possono cambiare, in nome della sovranità popolare, lo dobbiamo a quel pazzo uomo di tv e di popolo che disse “o di qua o di là” e rese possibile, per la prima volta dopo anni di penoso conformismo e di unificazione posticcia delle classi dirigenti, una situazione politica in cui il giorno dopo le elezioni si sa chi ha vinto e chi ha perso, chi ha titolo per governare e chi per controllare. La scienza dello stato non era mai stata messa così riprovevolmente in mutande come nel corso di questa ottusa performance. Sto parlando di Zagrebelsky, Gustavo.

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