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Merkel & Marchionne, ad avercene

Su lavoro, riforme e contratti, Renzi diffidi dei detrattori della coppia.

1 Settembre 2016 alle 06:15

Merkel & Marchionne, ad avercene

Angela Merkel tra Sergio Marchionne e Matteo Renzi mercoledì a Maranello (foto LaPresse)

Maranello, quartier generale della Ferrari: non poteva esserci sede più evocativa per il vertice Italia-Germania di ieri, con il presidente del Consiglio Matteo Renzi e la cancelliera Angela Merkel accompagnati da una fitta delegazione di ministri e industriali, padrone di casa Sergio Marchionne. Ma se con le rosse di Formula 1 il numero uno di Fiat Chrysler insegue per ora inutilmente l’eccellenza delle Mercedes, dal punto di vista dell’Italia e del governo la rivalità con i tedeschi dovrebbe finire qui. Merkel-Marchionne restano il modello da seguire, altro che nemici da abbattere come vuole la retorica di destra e sinistra che riaffiora anche nel post terremoto. Certo, anche la Cancelliera ha difficoltà nel suo paese: non per economia e lavoro (che restano invece il nostro handicap come confermano le ultime cifre Istat) ma per l’immigrazione. Probabilmente uscirà scalfita dalle imminenti consultazioni amministrative nel land Meclemburgo-Pomerania e Berlino. Come del resto già in passato. Trarne auspici per le elezioni generali del 2017 e tifare contro la Merkel, magari a favore degli evanescenti socialdemocratici o della destra nazionalista, è però quanto di peggio l’Italia possa fare. In questi anni la Germania ha sì inizialmente sbagliato nella gestione ragionieristica del Fiscal compact dei bilanci pubblici, errore peraltro al quale l’Italia ha prima contribuito, salvo poi discostarsene sistematicamente non per investimenti produttivi ma per tamponare il debito pubblico. Il quale continua a volare oltre il 130 per cento della ricchezza, mentre i tedeschi sono scesi al 70. E se Berlino resta capofila delle riforme economiche, a cominciare dall’industria 4.0, il che significa nel 2016 un pil in crescita dell’1,8 per cento e una disoccupazione al 6,1, l’Italia, dopo il Jobs Act e in attesa del referendum costituzionale, si impantana tra bonus e richieste di flessibilità. Ultima, sul terremoto. Con risultati che danno un pil quasi fermo (il possibile ritocco di un decimale non sarà certo da festeggiare), una disoccupazione doppia di quella tedesca (scesa a luglio all’11,4 per cento), un tasso di occupazione in coda all’Europa (sempre a luglio, 63 mila occupati in meno rispetto a giugno). Quanto a Marchionne, e con tutto il rispetto per Massimo D’Alema che non trova di meglio che impiccare il manager in pullover al suo sostegno per il referendum costituzionale, in queste ore tornano al lavoro tutti i 24 mila dipendenti italiani di Fca, a parte una settimana di cassa integrazione a fine mese per quelli addetti alla “Punto”: non accadeva da decenni. La frustata marchionnesca non è stata data solo alle sue aziende ma a un intero sistema imprenditoriale spesso timoroso e rinunciatario, indicando la via senza ritorno dei contratti aziendali di produttività. Da parte sua la cancelliera ha dimostrato che crescere non a debito si può. Nessuno dei due è perfetto, ovvio. Ma, come dire, ad avercene.  

 

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