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Quanto è difficile chiudere per sempre le insostenibili tv di stato

Grecia, Israele, Italia. Senza una presa di coraggio, tra nemmeno troppo tempo ci potremmo trovare a gestire la crisi della Rai come fosse una novella Alitalia, costretta a essere svenduta perché nessuno si era assunto la responsabilità di venderla, quando si poteva.

 

 

29 Luglio 2016 alle 11:08

Quanto è difficile chiudere per sempre le insostenibili tv di stato

(foto LaPresse)

Roma. Uno potrebbe credere che la soluzione per la Rai sia quella che il governo Netanyahu sta provando a implementare in Israele: chiudere l’attuale tv di stato, considerata inefficiente e poco indipendente, e aprire una nuova televisione, pubblica ma condotta secondo logiche di autentica sostenibilità economica e di terzietà dell’informazione. Dopo annunci, ritardi e polemiche, sembra che il passaggio avverrà a metà 2017, ma c’è chi scommette su ulteriori ritardi e chi è scettico sul fatto che sostituire una tv pubblica con un’altra tv pubblica possa produrre effetti concreti, tanto più che anche in Israele una delle questioni cruciali (tutto il mondo è paese) è quanta parte dei dipendenti dell’attuale Rashùt Ha-Shidur dovrà essere assorbita dalla nuova realtà.

 

Due anni fa ci provò il governo greco a chiudere la sua tv di stato: eravamo nel pieno della crisi, la Ert è da sempre un coacervo di inefficienze e clientelismo e una quota significativa dell’opinione pubblica ellenica si mostrava favorevole ad abbassare la serranda. Risultato? Due anni dopo la tv è stata ufficialmente “riaperta”, sebbene non avesse mai davvero chiuso. Di fronte a questi esempi mediterranei, uno può credere che il tentativo di privatizzare parzialmente o totalmente la Rai sia uno sforzo titanico, tanti sono gli interessi corporativi e partitocratici a sostegno dello status quo. Eppure, come si evidenziava ieri in un editoriale di questo quotidiano, oggi il proposito (di pannelliana memoria) “Fuori i partiti dalla Rai”, che Matteo Renzi affermava nelle prime Leopolde, difficilmente troverebbe opposizioni politiche sostanziali. Ma da qui alla privatizzazione, il passo è lunghissimo, perché la retorica della riformabilità della Rai – e in una sua magica trasformazione in una Bbc italiana – è ancora capace di illudere buona parte dell’opinione pubblica.

 

Nonostante la netta avversione al canone e l’indignazione per gli stipendi dei dirigenti di Viale Mazzini, c’è un’allergia all’idea che la Rai possa essere collocata sul mercato e venduta a un investitore privato, italiano o straniero che sia. Il mantra del servizio pubblico (cosa è?), il diritto percepito e rivendicato di tanti italiani a vedere in chiaro Olimpiadi, Mondiali ed Europei di calcio, la difesa di una terzietà che non esiste e che mai esisterà: se non supereremo questi pregiudizi, la Rai avrà gioco facile a sopravvivere a chiunque governi. C’è riuscita Ert in Grecia, figuriamoci la Rai. In verità, ogni anno che passa è un anno sprecato. Col passare del tempo mutano i paradigmi tecnologici e i costumi e la Rai fa strutturalmente fatica a inseguire un mercato di cui non fa parte, perché un’azienda finanziata con i soldi dei contribuenti non risponde a incentivi di mercato. Senza una presa di coraggio, tra nemmeno troppo tempo ci potremmo trovare a gestire la crisi della Rai come fosse una novella Alitalia, costretta a essere svenduta perché nessuno si era assunto la responsabilità di venderla, quando si poteva. I primi a rendersi conto di questo rischio dovrebbero essere i giornalisti e gli autori di “mamma Rai”, che più di tutti avrebbero interesse a essere nei prossimi anni dipendenti di un’azienda sana, magari più piccola e leggera, e non passeggeri di un transatlantico alla deriva.

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