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In difesa del globalismo

Consigli liberali per non farsi sopraffare dalla politica della chiusura. Per l'Economist la nuova grande divisione non riguarda più la destra e la sinistra, ma l’apertura e la chiusura, il globalismo e il protezionismo.

29 Luglio 2016 alle 17:59

In difesa del globalismo

Donald Trump (foto LaPresse)

La nuova grande divisione della politica, conferma l’Economist, non riguarda più la destra e la sinistra, ma l’apertura e la chiusura, il globalismo e il protezionismo. Il mondo, spiega il magazine britannico liberale, è diventato un posto pericoloso nella retorica di molti politici, “l’americanismo viene prima del globalismo”, dice il candidato repubblicano Donald Trump, testimonial della politica della chiusura che va dai muri in Messico al protezionismo economico fino all’affossamento delle alleanze geopolitiche internazionali.

 

In Europa il fenomeno è in crescita da tempo, secondo il think tank liberale svedese Timbro, il voto populista – di destra e di sinistra – è duplicato dal 2000 a oggi. Le difficoltà di integrazione e l’assedio islamista in occidente contribuiscono a consolidare un istinto di protezione, di chiusura, di creazione di barriere, in netto contrasto con la politica aperturista liberale che da decenni garantisce benessere all’occidente. Questa nuova divisione sta generando nuovi assetti, è il motivo ad esempio per cui alcuni leader europei della destra, a cominciare dalla cancelliera tedesca Merkel, si posizionano a favore di Hillary Clinton e non di Trump, complici anche le sue dichiarazioni sulla Nato senza America che schianterebbe l’Europa. I sostenitori del globalismo però non sono così rigorosi, tentennano, persino una come Hillary si è schierata contro il Ttp, trattato di libero scambio transpacifico, per assecondare un umore protezionista prevalente nell’elettorato. Molti governi europei si sono spostati su posizioni di intransigenza, i populismi della chiusura aumentano, “troppi amici della globalizzazione – scrive l’Economist – si stanno ritirando, borbottando cose sul ‘nazionalismo responsabile’”.

 

Per difendere la globalizzazione oggi ci vuole coraggio, “retorica forte, politiche audaci, tattiche più intelligenti”, ma è l’unico modo per mantenere quell’apertura che arricchisce, quella collaborazione che è l’unica possibilità per creare una strategia anti terrorismo vagamente efficace. Non c’è una formula unica per tutti i paesi e soprattutto il concetto stesso di globalizzazione “necessita di qualche lavoro”, perché l’insofferenza della middle class non è la conseguenza della chiusura, ne è la causa. Ma gestire la globalizzazione non vuol dire rinunciarvi.

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