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Marco, uno e centomila

Pannella transnazionale, not lost in translation

Negli anni m’è capitato di accompagnare Marco Pannella in missioni in Europa, Asia e Africa e, dovunque e con chiunque fossimo, era come se stessimo in una riunione di quelle nella “saletta”, la “situation room” del Partito Radicale dove anche l’ultimo arrivato aveva la possibilità di dir la sua e trovare in Pannella un orecchio attento.

20 Maggio 2016 alle 17:11

Pannella transnazionale, not lost in translation

Marco Pannella (foto LaPresse)

In un caldo dicembre cambogiano di otto anni fa, con Marco Pannella fummo bloccati al gate del volo per Saigon della Vietnam Airlines; il ministero degli Interni vietnamita riteneva che due elementi notoriamente “contro-rivoluzionari” come noi sarebbero stati ad alto rischio di attacchi da parte del popolo. Per quanto con visto sul passaporto di servizio – ci attendeva per il 24 dicembre il presidente dell’Assemblea nazionale ad Hanoi – non ci fu consentito l’imbarco e a niente valsero le rimostranze di Pannella – forse per l'unica volta in vita sua. In realtà dovevamo andare a visitare il venerabile Thich Quang Do, da anni agli arresti domiciliari nella sua pagoda a Ho Chi Min City perché leader della lotta buddista nonviolenta per un Vietnam democratico.

 

Negli anni m’è capitato di accompagnare Marco Pannella in missioni in Europa, Asia e Africa e, dovunque e con chiunque fossimo, era come se stessimo in una riunione di quelle nella “saletta”, la “situation room” del Partito Radicale dove anche l’ultimo arrivato aveva la possibilità di dir la sua e trovare in Pannella un orecchio attento. Pannella parlava con tutti e, forse ancor di più, ascoltava tutti e riusciva a cogliere uno sprazzo, spesso critico, anche nell’ultimo arrivato. L’unica differenza, in quelle missioni, è che il tutto avveniva in altre lingue che Pannella non parlava. Che fossero le udienze col Dalai Lama, o le tre ore col premier cambogiano Hun Sen. Per arrivare alle decine di militanti dei diritti umani che negli anni si son iscritti al Partito Radicale: tibetani, ceceni, uyguri, montagnards, hmong, khmer krom, sind, baluci, assiri, haredin, fino a meno estravaganti kosovari o qualche Lord britannico, mi sono trovato a tradurre Pannella in inglese, una volta per due ore dal francese col direttore dell’Open Society Institute Aryeh Neier.

 

Difficile per alcuni da seguire in italiano, Pannella, quasi miracolosamente, era traducibilissimo nella lingua di Shakespeare. Bastava solo seguirlo attentissimamente, con la stessa attenzione che occorreva quando dettava lettere o comunicati stampa. Di aneddoti da raccontare ce ne sarebbero – ce ne saranno – a migliaia, ma ai suoi interlocutori Pannella non pareva un estravante eccentrico, la sua fama lo precedeva a Washington come a Nouakchott, a Parigi come a Niamey, a Londra come a Tirana. Ed era, resterà, la fama di qualcuno che viveva di e per la politica, spesso nutrendosi di null’altro che non fosse la speranza che rappresentata. Tradurre la speranza è stato per me un onore più ancora che un onere.  

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