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Marco, uno e centomila

La radice della religiosità laica, ai tempi della goliardia

L’indispensabile rompicoglioni, il metodo laico, Sciascia e Craxi, il retore creativo – di Gianfranco Spadaccia

21 Maggio 2016 alle 06:18

La radice della religiosità laica, ai tempi della goliardia

Marco Pannella (foto LaPresse)

E’ un momento di commozione profonda in cui si affollano emozioni, ricordi, episodi, aspetti e sfaccettature diverse di una vita lunga e complessa come è stata quella di Marco e di un rapporto con lui che non è mai stato un rapporto facile per la difficoltà degli obiettivi che di volta in volta ci ponevamo e perché era assai esigente con sé stesso e con la sua vita più di quanto lo fosse con gli altri. Mi perdonerete perciò se sceglierò un ricordo dei lontani anni cinquanta. Ero delegato dell’Unione Goliardica Romana al Congresso dell’UNURI di Trieste, dove ascoltammo il discorso inaugurale di Ferruccio Parri, e Grado, dove per tre giorni si svolse un duro confronto politico fra i laici dell’UGI e i cattolici dell’Intesa Universitaria che, a differenza di quanto accadeva nel paese, avevano una rappresentanza quasi paritaria e insieme rappresentavano l’80 per cento degli studenti italiani. Quando Pannella intervenne il dibattito si elevò nei toni e nei contenuti, a partire da una proposta, da una richiesta, rivolta alle diverse componenti dell’Intesa, dove confluivano giovani democristiani e organizzazioni ecclesiali (tra cui la FUCI), di rompere una unità politica dei cattolici fondata esclusivamente su motivi confessionali.

 

Era una proposta apparentemente irrealistica e che poteva essere facilmente, nel clima dell’epoca con una Dc maggioritaria nella vita del paese, liquidata come provocatoria. La singolarità del suo convinto e appassionato discorso stava tuttavia nel fatto che quella proposta era sostenuta non con argomenti laicisti e anticlericali ma citando Maritain e Mounier, il personalismo e il comunitarismo, Bernanos e Mauriac, la rivista Esprit, quella stessa cultura cattolica ignorata o addirittura bandita in Italia e che qualche anno dopo (eravamo a metà degli anni cinquanta) influenzerà l’intero concilio Vaticano II e il pontificato di Giovanni XXIII. Naturalmente l’intervento elevò e alimentò il dibattito ma non ebbe e non poteva avere conseguenze politiche neppure nell’ambito limitato della democrazia universitaria di allora. Eppure in quel discorso io ritrovo oggi l’anticipazione di molte cose che hanno caratterizzato la nostra comune azione politica nell'arco dei decenni. Innanzitutto vi ritrovo la radice di quella religiosità laica che ha sempre contraddistinto la sua politica anticlericale e che lo ha portato ad avere sempre grande attenzione per ogni aspetto di rinnovamento della Chiesa e del mondo cattolico e a ricercare terreni comuni di azione in difesa degli ultimi (i carcerati, i migranti, i perseguitati).

 

Non a caso gli anticlericali Pannella e Bonino furono ricevuti da Giovanni Paolo II (sulla fame del mondo), non a caso il dialogo fra diversi con Papa Bergoglio. Ma vi ritrovo anche la visione della alternativa politica che lui aveva in mente per l’Italia, le caratteristiche del “suo” partito democratico fondato su un metodo laico e libertario di convivenza e non sulla giustapposizione di apparati di potere.  Aveva visione politica ma non era un visionario, era un leader politico: la sua proposta ottenne un “no” dai cattolici dell’Intesa. Ma qualche mese dopo essa fu raccolta da una parte  a cui non era stata rivolta. Accadde quando Palmiro Togliatti lo convocò a Botteghe oscure per comunicargli che la direzione del Pci aveva deciso lo scioglimento del CUDI, l’organizzazione degli studenti comunisti: scioglimento unilaterale senza trattative politiche. I comunisti decidevano di mettere alla prova quella convivenza fra diversi che Pannella aveva proposto ai cattolici. Pas d’ennemis a gauche. E l’Università divenne il terreno di sperimentazione di una unità a sinistra impensabile in qualsiasi altro ambiente politico e sindacale. Una unità a sinistra però che si realizzava, per dirla usando categorie gramsciane, ad egemonia laica e liberaldemocratica. Forse qualche lontano episodio serve meglio di ogni discorso a illuminare la qualità e i contenuti delle sue visioni e della “sua” alternativa.

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