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De Magistris, la plebe, la manetta

La pesca del sindaco di Napoli "nella borghesia retrograda in ribellione epidermica". Paolo Cirino Pomicino, Raffaele La Capria, Luigi Compagna, Francesco Durante, chiacchiere smaliziate sul caso Giggetto.

11 Maggio 2016 alle 11:10

De Magistris, la plebe, la manetta

Il sindaco Luigi de Magistris (foto LaPresse)

Roma. Vedi Napoli e poi muori, ma che cosa succede se senti Luigi de Magistris? Antefatto: il sindaco di Napoli uscente e ricandidato Luigi de Magistris, a un comizio, due giorni fa, se n’è uscito con la frase “Renzi vattene a casa! Devi avere paura! Ti devi cagare sotto… cagati sotto. Napoli capitale, sud ribelle, potere al popolo… è il popolo che scrive la storia! Mi hanno strappato la toga ma non possono strapparmi l’anima…”. E insomma, il giorno dopo, mentre l’interessato (Matteo Renzi) commenta con un “a qualcuno è scappata la frizione”, tra napoletani – chi in esilio, chi no – si trasecola e si riflette sul lessico di “Giggetto”, ex simbolo delle primavere arancioni perlopiù fallite. “Mi pare, quello del sindaco, un linguaggio da Masaniello”, dice lo scrittore Raffaele La Capria, con la malinconia di chi ha conosciuto ben altre Napoli (e non solo quella del suo romanzo “Ferito a morte”, vincitore del premio Strega nel 1961): Napoli magari indolenti, magari gaudenti, ma non certo plaudenti a “un linguaggio che degrada la politica a livelli mai raggiunti prima”.

 

Il senatore di opposizione Luigi Compagna, intanto, si definisce “fieramente antirenzista” ma “non al punto da giudicare ammissibile l’uso di un simile linguaggio da parte del sindaco della terza città d’Italia nei confronti di un premier, chiunque egli sia”. Motivo per cui Compagna ora si è messo a rimpiangere, oltre alle Napoli dell’amico La Capria, pure le Napoli “di Giambattista Vico e Benedetto Croce”. Le parole di De Magistris, dice, “sono spia di altri gravi problemi sottesi, problemi che hanno a che fare con la festa gioiosa dello ‘stato delle autonomie’ a cui io non voglio partecipare, visto cosa sta producendo. Si veda per esempio il giorno della visita di Renzi a Napoli, un mese fa, quando De Magistris ha salutato favorevolmente la manifestazione dei centri sociali contro il premier, poi finita in lancio di pietre sul lungomare – e tutto questo nel silenzio di un questore e di un prefetto rimasti al loro posto nonostante l’accaduto”. Se i governi Letta e Renzi “fossero stati più coraggiosi”, dice Compagna, “avrebbero dovuto già da anni commissariare Napoli e metterla sotto una guida di modello austroungarico”. La questione, per il senatore napoletano trapiantato a Roma e sostenitore, sotto al Vesuvio, del candidato di centrodestra Gianni Lettieri, “non si può ridurre al lessico di un personaggio il cui comportamento, anche da magistrato, è stato stigmatizzato dal Csm”.

 

 

In città, per Compagna, “è in corso una campagna elettorale nella quale non sono mancati episodi di squadrismo fascista in nome di colui che riuscì a diventare sindaco in condizioni particolari e che poi è andato avanti tra un grande evento e l’altro, e con progressivo adeguamento al populismo dei suoi tifosi e dei suoi staffisti, membri dello staff molto esagitati. E allora prendiamo atto, guardando Napoli, che in Italia questo tipo di ‘presidenzialismo’ del sindaco eletto non funziona”. Vista con gli occhi dell’ex ministro Paolo Cirino Pomicino, poi, la Napoli di oggi, “nel suo complesso”, sembra essere preda di una “regressione” politico-psicologica allo “stato di plebe dei Borboni”: dice Pomicino che “la situazione è paradossale, con 1.700 candidati e una proliferazione assurda di liste, dove il numero rimanda allo sfascio delle istituzioni locali a venticinque anni dalla promulgazione della legge che ha istituito l’elezione diretta del sindaco. Bisognava e bisognerebbe rivisitarla, quella legge, in direzione dell’elezione in momenti distinti di sindaco e Consiglio comunale, per evitare che le liste collegate al sindaco eletto direttamente dal popolo diventino terreno fertile per populismi straccioni e litigi da cortile, con conseguente impossibilità di portare avanti proposte politiche serie”.

 

“Mi sembra che il linguaggio del sindaco, vernacolare in tutti i sensi, sia in qualche modo indirizzato a un pubblico intellettualmente inerme”, dice lo scrittore Francesco Durante, che nel 2008 sul caso Napoli ha scritto il libro “Scuorno” (Mondadori). Pare a Durante che sia stata fatta, in questi anni, un’operazione di pesca a strascico a trecentosessanta gradi, “nella borghesia retrograda” in “ribellione epidermica” perpetua come in altri bacini “di varie brutalità”. E, dice Durante, “anche se parte del successo di De Magistris è dovuto alla pochezza della performance locale del Pd e al fatto che i Cinque stelle non siano riusciti a imporsi come pensavano, il sindaco ha ormai un suo blocco sociale di riferimento, a partire dai gestori di locali sul lungomare e nella zona di Chiaia, baciati dalle liberalizzazioni, fino ai comitati di quartiere e passando per i soi-disant artisti dei centri sociali occupati, mai riconosciuti artisti al di fuori di quel contesto: una Napoli interstiziale e provinciale. E forse si doveva capire come sarebbe finita da quel primo atto simbolico, dal De Magistris che, a inizio mandato, voleva affidare il Forum delle Culture a Roberto Vecchioni. Sia detto con il massimo rispetto per il Vecchioni cantautore, ma quello era già un biglietto da visita”.

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