cerca

Il realismo silenzioso di Mattarella

Il presidente si muove con passo felpato non aprendo la porta al militantismo giudiziario (via Csm), senza indulgere ai residui dell’antipolitica (referendum) e sfidando i campioni dei no. Immobilismo apparente. Il risultato non delude.

10 Maggio 2016 alle 06:18

Il realismo silenzioso di Mattarella

Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Di questi tempi, tra The Donald e Fabrizio Corona, viene sempre alla memoria Calvin Coolidge, presidente americano negli anni Venti celebre per il suo laconismo e  per la sua ritrosia a fare alcunché. Dormiva sempre. Groucho Marx, avvertito della sua presenza in platea, lo interpellò con la sua celebre grazia: “Mr. President, non è un po’ tardi per lei?”. Ma chi è davvero adorabile, e sensato molto più ancora che adorabile, è il presidente Mattarella. Lo prendono in giro perché il suo vasto silenzio parla, e far parlare il silenzio non è solo nel carattere dei siciliani, ma una prerogativa della carica ricoperta dal giurista fattosi politico istituzionale e poi di nuovo giurista alla Suprema corte; lo vorrebbero in molti interprete della coscienza anticastale tipica dei filistei mascherati da rivoltosi, magari in nome della Costituzione più bella del mondo, ma a Palermo lo spartito se lo scrivono da soli, e anche le esternazioni non arrivano mai a caso o con una regolarità prolissa decisa da altri. Che la parola migliore sia quella che non si dice, proverbio insieme nobile e sinistro, però non si attaglia al titolare del potere quirinalizio: lui parla quando deve, ma non esorbita mai da un fondo di benevolente ovvietà protocollare implicita nelle figure di garanzia costituzionale. Francesco Giuseppe, che non si permetteva di sembrare più svelto o intelligente dell’ultimo suddito del vasto impero su cui regnava, all’uscita da un concerto o da uno spettacolo teatrale non si esprimeva mai altro che così: “Es war sehr schön, es hat mir sehr gut gefallen” (è stato molto bello, mi è piaciuto proprio molto). Così si fa, in linea generale, quando non obbligati altrimenti da stringenti circostanze, che fu il caso eruttivo di Cossiga, un po’ sordido di Scalfaro, eminentemente politico di Napolitano (e per metà anche di Ciampi, tecnocrate tricolore). Il tempo della turbolenza programmata è passato, ciò che fu imbroglio è diventato questione, si passa da un bicchier d’acqua all’altro per soffiare inutili tempeste, e un brodino riscaldato di esternazioni non era evidentemente nel carattere di un presidente felicemente, se non vivacemente, diverso dal solito.

 

In tutto questo non c’è solo il temperamento della persona, c’è una logica. Cossiga era un “sassarese impiccababbu”, cioè un gran signore che si sacrificò per una storia d’Italia che considerava sua figlia. Scalfaro fronteggiò la caduta della Repubblica dei partiti e l’anomala soluzione Berlusconi, votata dal popolo; lo fece con la faziosa malignità che tutti ricordano, in eroica e grave buona fede fino alla fine dei suoi giorni (il ribaltone è entrato grazie a lui nel lessico della politica più spettrale). Ciampi ebbe a che fare con l’Ulivo arrembante e poi calante, e con il “governo lungo” del Cav. più estroverso (2001-2006): ebbe qualche cedimento sentimentale per la “nota lobby” politico-editoriale di cui sparlava alla grande Cossiga, ma tutto sommato si contenne. Napolitano, eletto sulla solita premessa della fine di Berlusconi, due anni dopo (2008) ebbe il piacere di incontrare un plebiscito a favore del Cav. e poi l’impazzimento parallelo di economia mondiale, società italiana e sistema di alleanze del governo, più l’indecorosa offensiva mediatico-giudiziaria in nome del comune senso del pudore: diede una bella mano all’Italia concordando con un premier senza più maggioranza un ribaltone tecnocratico che lese il principio di autogoverno ma evitò il collasso greco del sistema. Infine generò Letta Jr. dopo il “gratta e vinci” conseguente alle elezioni del 2013, le ultime che si siano viste e che portarono allo stallo l’ennesimo leader rottamato, e varò il governo Renzi in virtù delle primarie democratiche e del buon senso. Mattarella, silenzioso come realista, da presidente e da garante si trova di fronte a un cambio generazionale, di cui la sua elezione è ellitticamente il prodotto, e a una stagione che si vuole di energia, normalità e riforme. La sua riluttanza a manovrare e a sovrintendere impropriamente lo porta a un rigoroso immobilismo apparente e a una modestia di ruolo che riconduce in scena il famoso carattere notarile dell’istituzione a lui affidata in custodia. Ma c’è notaio e notaio.

 

Mattarella non è cinico né rinunciatario. Difende senza strepito né furia un tracciato che è nelle carte, negli atti parlamentari, nel senso comune di una parte notevole del paese. E lo difende non aprendo la porta al militantismo giudiziario (il suo vicepresidente del Csm è stato chiaro in proposito), senza indulgere ai residui dell’antipolitica e della demagogia. Non aprendo, senza indulgere: comportamenti riluttanti, precisamente come il silenzio che parla, talvolta hanno la virtù di disegnare attivisticamente un percorso di relativa sicurezza nella foresta nera delle paure, delle fobie, delle bizzarrie di un paese stremato da vent’anni e più di guerra civile non guerreggiata. Il risultato non delude. Per Coolidge, secondo Henry L. Mencken, saggista e critico satirico della società americana, “la giornata migliore era quella in cui non succedeva nulla”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi