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Come si spiega e a cosa punta la mossa di Renzi sul congresso anticipato

Il premier ottiene due risultati: accoglie una richiesta della minoranza del Pd e si tiene la porta aperta anche per le elezioni anticipate del 2017.

9 Maggio 2016 alle 19:30

Come si spiega e a cosa punta la mossa di Renzi sul congresso anticipato

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Congresso anticipato. Lunedì in direzione il segretario del Pd e presidente del Consiglio Matteo Renzi ha annunciato che il Pd, dopo il referendum, dovrà prepararsi a organizzare il congresso anticipato del Pd, che secondo lo statuto sarebbe dovuto essere nel 2018. La mossa è ambigua e non ancora chiara ma in questo modo Renzi ottiene comunque due risultati: accoglie una richiesta della minoranza del Pd, che aveva richiesto di anticipare il refrendum, e si tiene la porta aperta anche per le elezioni anticipate del 2017.

 

Magistrati e polemiche. “Adesso voglio vedere che cosa dicono i Cinque stelle”: così Renzi ai collaboratori dopo l’intervista tv domenica con Fabio Fazio. Il presidente del Consiglio aveva studiato quell’uscita perché non intende dare pretesti a nessuno per dire che il Pd sta minimizzando quello che accade. E anche sul fronte dei magistrati il premier non intende offrire pretesti, tant’è vero che, sempre in quell’intervista, li ha elogiati. Ma Renzi, di concerto con Sergio Mattarella, ha deciso di lasciare che su quel fronte si muova il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini e, in modo più defilato, il Guardasigilli Andrea Orlando, perché l’imput del premier è sempre lo stesso: “Nessuna polemica con i magistrati in campagna elettorale e, tanto meno, prima del referendum. Poi, dopo ottobre, si apre un’altra partita”.

 

Sabotare Giachetti. Con la minoranza bersaniana, invece, il contenzioso è tutt’altro che chiuso. Il presidente del Consiglio ha chiesto una “moratoria dell’insulto interno”, ma a quanto pare la sinistra del Pd non sembra disposta ad accontentarlo. La minoranza Pdi aveva messo nel mirino persino Roberto Giachetti ma le cose si fanno più difficili ora che Stefano Fassina è stato escluso dalla competizione. Al Nazareno stimano che senza la sua candidatura a Giachetti potrebbe arrivare circa un 2 per cento in più. In più a Roma Sel è spaccata, dal momento che almeno metà di quel partito (che in regione lavora con Zingaretti) avrebbe voluto sin dall’inizio stringere un’alleanza con il Pd. I bersaniani comunque non demordono perché sono convinti che se anche Giachetti arrivasse al ballottaggio, poi al secondo turno perderebbe.

 

Silenzi su Nogarin. Sempre a proposito della minoranza del Pd, al Nazareno è stato notato il silenzio dei bersaniani sul “caso Livorno”. Nessuno ha parlato del sindaco Nogarin indagato. E questo comportamento viene considerato un’ulteriore prova dell’atteggiamento non collaborativo della sinistra interna.

 

Resistenze. C’è un’altra cosa che preoccupa Renzi. La resistenza passiva che i bersaniani stanno facendo sul referendum. Il segretario vuole mobilitare tutto il partito già da adesso per una campagna referendaria senza precedenti. Ma gli esponenti di spicco della minoranza prendono tempo. Con la giustificazione che prima bisogna occuparsi delle amministrative, vogliono rallentare la corsa di Renzi sul referendum.

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