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Livorno, il metodo Davigo spiegato a Grillo

Il caso Nogarin dimostra che la politica si mette da sola, e sempre più spesso, nelle mani di un tribunale. Che si tratti di M5s o Pd fa lo stesso: vince la macchina del fango

9 Maggio 2016 alle 18:29

Livorno, il metodo Davigo spiegato a Grillo

Beppe Grillo durante il suo spettacolo "Grillo vs Grillo" (foto LaPresse)

C’è il caso di Filippo Nogarin, il sindaco a Cinque Stelle di Livorno indagato per concorso in bancarotta fraudolenta nell’inchiesta sull’Aamps, azienda pubblica dei rifiuti (Nogarin ha dato il via libera a 33 assunzioni di precari quando era già stato chiesto il concordato preventivo). C’è il contorno di improvviso e insolito garantismo grillino (della serie: perché Nogarin deve dimettersi ora? aspettiamo di vedere che cosa c’è – il che ovviamente è condivisibile, dal punto di vista della presunzione di innocenza). Ma c’è anche qualcosa che il caso Nogarin dimostra al di là del “particulare”; qualcosa che, una volta di più, svela il meccanismo perverso e trasversale della cosiddetta macchina del fango: prendi un politico (candidato o già eletto), sbattilo in prima pagina con notizia di reato presunto e (anche se non nel caso Nogarin) con ampio corredo di intercettazioni, tra le cui righe si fanno labili i confini tra reato e non reato, bene e male, colpevoli e innocenti.

 

A quel punto la giostra parte e tutti ne diventano schiavi di propria iniziativa. A seconda di chi sia coinvolto, infatti, lo schema è sempre lo stesso (a parti rovesciate): il partito X accusa il partito Y di non avere la trasparenza e la moralità necessarie a gestire la cosa pubblica; il partito Y risponde dicendo che il partito X pecca di doppiopesismo (quando sono indagati i vostri è un conto, quando lo sono i nostri è un altro); gli indagati (se non arrestati) diventano protagonisti della tiritera “si deve dimettere”, “no, non si deve dimettere”; gli indagati sospesi dall’incarico (ex caso De Magistris a Napoli) fanno spallucce, sapendo di poter essere reintegrati; alle elezioni successive i candidati del partito X e del partito Y e magari pure dei partiti A, B e Z decidono allora di elevare un altare alla “lista pulita” (fuori chiunque abbia “pendenze giudiziarie”, fosse pure solo una querela, vedi caso Giachetti-Naim a Roma), e anche a costo di sacrificare anni di carriera garantista. Risultato: con o senza intervento dell’Anm, del Csm e del ministero della Giustizia (caso Morosini), la politica si mette da sola, e sempre più spesso, nelle mani di un tribunale: lo si è visto a Quarto (con il M5s protagonista), ma anche di recente a Lodi, con il sindaco pd Simone Uggetti messo in carcere (carcerazione preventiva) con l’accusa di turbativa d’asta per l’assegnazione di due piscine pubbliche. A seconda dei casi, il M5s si è ritrovato a dover sposare una cautela non manettara dopo anni di campagne manettare, e il Pd a gridare su Twitter “avete la doppia morale” dopo essersi piegato, in molti casi, alla logica giustizialista (e anche se ieri il premier Matteo Renzi ha detto “non chiedo le dimissioni di Nogarin”, sembra poco per scardinare lo schema “macchina del fango”).

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