cerca

Cosa non dicono i professionisti della graticola quando parlano di corruzione e prescrizione

Da molti anni, la classe politica (di ogni colore) ha scelto di assecondare le richieste della magistratura optando per la soluzione mediaticamente più efficace. La stessa che il governo si appresta a imboccare nei prossimi giorni: da una parte aumentare le pene, dall’altra ragionare sulla dilatazione dei tempi di prescrizione. Ma voler combattere la corruzione aumentando i tempi di prescrizione è una sciocchezza. Ecco perché.

9 Maggio 2016 alle 08:14

Cosa non dicono i professionisti della graticola quando parlano di corruzione e prescrizione
C’è una frase vuota, inutile, senza senso e persino ipocrita che viene sbandierata ai quattro venti ogni volta che un grande o piccolo caso di corruzione finisce sui giornali e ogni volta che una qualche procura con particolare propensione alla visibilità mediatica si mette alla caccia di un possibile traffico di influenze. Quante volte lo avete sentito? “Adesso basta, bisogna fare di più per combattere la corruzione”. Anche la pace nel mondo è molto bella, per non parlare dell’essenzialità delle mezze stagioni, ma una volta affermato a schiena dritta il principio che la corruzione, signora mia, è una cosa brutta brutta, ma no?, resta da intendersi su cosa significhi quel benedetto “di più”.
 
Da molti anni, la classe politica (di ogni colore) ha scelto di assecondare le richieste della magistratura optando per la soluzione mediaticamente più efficace. La stessa che il governo si appresta a imboccare nei prossimi giorni: da una parte aumentare le pene, dall’altra ragionare sulla dilatazione dei tempi di prescrizione. L’idea di fondo è sempre la stessa: il corrotto va intimidito, spaventato, minacciato e ai magistrati, di conseguenza, è giusto dare più potere possibile per combattere un’emergenza planetaria. Si può essere d’accordo oppure no sulla scelta di puntare forte sul populismo penale ma, al di là del giudizio di valore su questo punto, c’è una questione che, oltre alle tensioni degli ultimi giorni tra politica e magistratura, risulta chiara e suona più o meno così: se da vent’anni, dai tempi di Tangentopoli, la classe politica, in combutta cordiale con la magistratura, prova a combattere la corruzione aumentando le pene ma senza ottenere risultati significa che c’è qualcosa che non va: significa che “quel di più”, signora mia, non funziona, no? E la ragione per cui quel metodo non funziona riguarda uno dei grandi buchi neri del sistema giudiziario italiano: le modalità, spesso farlocche, con cui le procure portano avanti i loro filoni di indagine e le ragioni, spesso barbariche, per cui il circo mediatico giudiziario, quando parla di come combattere la corruzione, guarda solo il dito (la prescrizione) senza perdere un minuto a guardare la luna (la magistratura).
 
Per arrivare ai nostri giorni, dunque, si potrebbe partire da una domanda elementare: perché è una sostanziale sciocchezza voler combattere la corruzione aumentando i tempi di prescrizione? Intanto, primo punto, perché l’Italia non ha un problema di processi che durano poco tempo ma semmai ha un problema di processi che durano troppo tempo – come è stato giustamente ricordato qualche settimana fa dal “Quadro di valutazione Ue della giustizia 2016” stilato dalla Commissione Europea, secondo il quale “la principale fonte di criticità e di scoraggiamento per gli investitori stranieri continua a essere costituita dalla lentezza dei processi”. La seconda ragione per cui aumentare i tempi del processo rischia di essere solo un modo per dilatare la durata del processo, rendendolo non più “ragionevole” come previsto dall’articolo 111 della Costituzione, riguarda un dato che spesso viene ignorato da quei politici e da quei giornalisti che fanno molta fatica a rendere il proprio pensiero autonomo da quello delle procure. Il dato è questo: sui reati di corruzione, l’80 per cento delle prescrizioni avviene durante la fase preliminare delle indagini, ovvero prima ancora che si arrivi al dibattimento processuale. Il dato è incredibile perché è una conferma che il problema della giustizia non dipende dai troppo ristretti tempi processuali ma dipende, semmai, anche dal modo in cui in Italia vengono svolte le indagini – e in particolare dipende da un fenomeno drammaticamente italiano che si lega, in qualche modo, anche all’abuso dell’utilizzo delle intercettazioni. Il punto è semplice: come può funzionare un sistema giudiziario in cui le intercettazioni vengono spacciate come prove, e non come semplici mezzi di ricerca della prova, e in cui i magistrati cadono spesso nel tranello di strutturare un’indagine partendo da un teorema, da un reato, e non dalle pistole fumanti? Non funziona, naturalmente. Perché una mezza prova, un mezzo indizio, può essere sufficiente per aprire un’indagine ma spesso non è sufficiente per arrivare al dibattimento, e dunque al processo, e così capita spesso che un’indagine che nasce facendo leva più su un teorema che su una prova si ritrovi impantanata in una lunga fase di indagini in cui i magistrati provano disperatamente, spesso con mille testimonianze, a trovare qualcosa di più.
 
[**Video_box_2**]A voler fare un passo in avanti, ulteriore, si potrebbe dire che la corruzione, come giustamente ricorda spesso il grande Carlo Nordio, non la si combatte intimidendo il presunto corrotto ma la si combatte disarmandolo, togliendo gli strumenti che consentono di farsi corrompere, semplificando la legislazione, non appesantendola, e facendo quello che da vent’anni la classe politica, per piccoli interessi clientelari, si rifiuta di fare: sburocratizzare il paese, eliminare le sacche di inefficienza, diminuire le circostanze in cui si possono venire a creare fenomeni corruttivi. Sulle ragioni per cui un pezzo importante di classe dirigente italiana finge di non capire qual è la vera strada, non solo mediatica, per combattere la corruzione si potrebbe aprire un grande capitolo ma tra le tante pagine quella più interessante riguarda la motivazione per cui il circo mediatico giudiziario insiste così tanto con la storia di voler aumentare le pene, di voler allungare i tempi dei processi, di voler riformare la corruzione. Non c’entra soltanto l’idea, signora mia, che la corruzione è orrenda, fa male, ed è un dramma del paese. C’entra anche l’idea che, dando più potere ai magistrati e allungando i termini della prescrizione, sarà possibile dilatare i tempi del processo mediatico e sarà possibile tenere sotto scopa, magari, un pezzo di classe politica infangata non per aver commesso un reato ma solo per essere accusata di averlo fatto. Più prescrizione e più pene per tutti non significa avere un’Italia con più giustizia, significa semplicemente avere un’Italia consegnata ai professionisti della graticola.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi