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Marino sbaglia la diagnosi per Roma, ma Atac e sindacati sono da rottamare

Promosso il Senato per il caso Azzollini, rimandato Mattarella, bocciato Fabrizio Palenzona per quanto successo a Fiumicino. Il pagellone fogliante della settimana politica

1 Agosto 2015 alle 12:03

Marino sbaglia la diagnosi per Roma, ma Atac e sindacati sono da rottamare

Kaputt Caput

 

Macchinisti della metro che bucano le fermate e portano un treno su due al deposito, treni che viaggiano con le porte aperte, conducenti dell’Atac in subbuglio, capetti sindacali (Cambiamenti M 410, sigla da ricordare)  che bramano la creazione di un’agenzia pubblica del trasporto regionale: tutti senza voto, non si spara sulle ambulanze.

 

Sparerei invece e a palle incatenate su Ignazio Marino: “Non avevo calcolato la comorbilità” ha detto al Corriere e l’intervistatore Sergio Rizzo: “che animale è? ”. Ci vuole un occhiello per spiegare che in ambito medico indica la coesistenza di più patologie nello stesso individuo. Insomma una gran minchiata. L’incomunicabilità per chi vuole comunicare e non limitarsi a far sapere che ha fatto buoni studi, è errore da matita rossa. Voto: 4 alla sua vanità. Ma 2 al medico di chiara fama che ha sbagliato la diagnosi. Ha detto che le patologie che affliggono Roma sono criminalità organizzata e politica marcia: questo è ricucirsi l’imene. Di criminalità a Roma abbiamo già detto altre volte, ce n’è meno che a Milano. Il Pd della capitale per quanto sgangherato sembra rimesso sui binari giusti da Matteo Orfini ( 9 al commissario-presidente, smaliziato e coriaceo, nella migliore tradizione comunista).

 

 

Sindacalismo

 

Rutelli gestì con successo il Giubileo del 2000, qualche cantiere fu aperto e chiuso nei tempi, i trasporti non stavano una meraviglia ma non è che andassero sistematicamente in tilt. Idem con Veltroni. Poi venne Alemanno: non può essere tutto colpa sua, è troppo per un uomo solo per quanto sciagurato.

 

La capitale è lo specchio di mali nazionali. Tra questi il ruolo dei sindacati. Senza di loro non si cambia un paese ma con questi sindacati, così fatti, così governati, così strutturati, non si va da nessuna parte. Ci si è dimenticato di cosa furono e cosa fecero le grandi federazioni e le confederazioni negli anni Sessanta e Settanta per chiamare ancora sindacati le copie sbiadite e inservibili di oggi.  Chi plaude alla grande Germania e la vorrebbe come modello per l’Italia dimentica che la forza tedesca non nasce dalla politica ordinata, dai conti in ordine o dal surplus commerciale ma dalle relazioni industriali che hanno creato e diffuso virtù ovunque, da una cultura che accetta contratti e welfare a livello aziendale, salari alti, partecipazione dei dipendenti agli utili e all’azionariato, decisioni prese in comune. Si dirà che forse sono anche altri imprenditori, di certo però sono altri sindacati. Che tra l’altro se c’è da scioperare non esitano.

 

La IG Metall fu l’unico sindacato al mondo che pensò di usare la crisi degli anni Novanta per ottenere la riduzione dell’orario di lavoro, fu battuta e anche essa oggi ha i suoi vantaggi a fare sistema, almeno per ora.

 

In Italia dei sindacati così ce li sogniamo. Siamo zavorrati da confederazioni plumbee, più sono grandi più sono conflittuali e meno difendono il salario operaio. Sono opache nella struttura e poco democratiche nel funzionamento, abbarbicati a monopoli come la formazione professionale.

 

In più ci sono, fastidiose e nocive, migliaia di sigle autonome in grado di intercettare e prendere in ostaggio la nostra vita quotidiana.

 

Ci scandalizziamo per i partiti cosiddetti personali ma non per sindacati personalissimi. Non ci piace il populismo in politica ma accettiamo il populismo familistico delle micro corporazioni. E ci sta bene che della nuova legge che regoli oneri e doveri e diritti delle rappresentanze sindacali, si parli sempre come di qualcosa che verrà.

 

Pubblico e parapubblico fanno da brodo di coltura. Mentre i dipendenti delle imprese private hanno capito da tempo e a loro spese che la crisi rende obsoleto un modo di produrre e le relazioni industriali che ne conseguono:  in silenzio (per ora) accettano i cambiamenti necessari a reggere la competizione globale. 

 

Che debbano assistere allo sciopero sciagurato – e sicuramente vincente - di piloti di una compagnia aerea già più volte fallita e tenuta in piedi dalla collettività, è francamente troppo.  Zero spaccato ai buoni e fessi che riparlano di nuova politica industriale e tavoli di concertazione. Ci vorrebbe uno che non esiti a precettare i dipendenti dei servizi pubblici e se serve a mandare i carabinieri (10 alla memoria di una certa Margaret).

 

 

Se questo è un Hub

 

Oddio sarà pure sfiga che si sa che esiste. O il caso che è cieco e magari nato a Milano. Fatto sta che non è possibile che capiti tutto a Fiumicino: incendi dentro, incendi fuori, black-out, comportamenti sciagurati di compagnie low cost, passeggeri senza soldi costretti al bivacco prolungato. Non è colpa di Esterino Montini, sindaco del paese omonimo, nemmeno per gli incendi in pineta. E direttamente non ha colpe nemmeno Fabrizio Palenzona, presidente degli Aeroporti di Roma. Il quale però non può far finta di nulla e cavarsela dicendo che vogliono accollare ad Adr responsabilità che non sono sue. Presiede troppe cose, non è facile seguirle tutte con lucidità. Però almeno a dispositivi anti-incendio in stile centro della Nasa e a posti letto alla buona per sfigati bloccati a terra, avrebbe potuto pensarci. Voto 5, dunque, all’uomo di panza che stranamente non ambisce ad avere influenza. 

 

Azzollini

Non importa perché l’hanno fatto, se per  il diritto o per le manine dell’associazione scoutistica Renzi-Verdini-Azzollini: importa solo che l’abbiano fatto, che abbiano avuto il fegato di mandare a pascere i fabbricanti di teoremi giudiziari e il solito codazzo di cronisti aspiranti secondini. Voto 8 dunque al senatore Ncd, che ha retto spavaldo: ovviamente con “minzione” per via di quel ti piscio in bocca rivolto a una suora che non è vero ma gli resterà appiccicato addosso per tutta la vita. Massima lode al Senato. Di cui però è da recriminare il cammino a zig-zag del passato. Fossi Francantonio Genovese (voto 6, per la mitezza) mi porrei qualche domanda.

 

No Mattarella no

 

Il presidente nostro non è solo pop. E’ anche un po’ strabico: ha rivolto un accorato appello contro la pena di morte nel mondo, (Iran, Giappone, India, Cina, Stati Uniti) eppure anche il carcere in Italia non se la passa molto bene e ogni anno registra certamente più morti per suicidio dei tre condannati a morte dalla reproba Bielorussia. Al Presidente, voto 6. Marco Pannella che per longevità di servizio è il solo abilitato a parlare in modo autorevole del sistema penitenziario italiano, dice che da oltre venti anni deve essere giudicato ed è giudicato “criminale”. In generale si è stanchi dei Radicali, lottano da una vita e sai che palle, poi è in corso il contenzioso Bonino: ma per l’ottantacinquenne leader con “trenza”, voto 9, senza esitazione.

 

Dirittismo

 

Non si tratta della solita sparata del premier sbruffone che dice che non si cura di nessuno e tira dritto. Dirittismo è un neologismo per indicare la proliferazione incontrollata di diritti per questo o quel particolare gruppo di cittadini, è la malattia infantile di una sinistra senile. Un tempo il movimento operaio dapprima strappava conquiste pesanti, materiali, che so orario di lavoro, ferie pagate, riposo settimanale, poi le  metteva in forma giuridica per renderle irreversibili. La sinistra odierna sa che non è più in grado di modificare condizioni materiali di vita e allora la butta in caciara: in diritti per l’appunto. Da ultimi, quelli degli internauti. Boldrini e Rodotà hanno proposto che sia codificato il diritto umano alla conoscenza tramite internet  e abbozzata una sorta di costituzione democratica del web. A occhio sembra fuffa ma un 6 di incoraggiamento se lo meritano. Non capita spesso che politici importanti dedichino studio e attenzione a cose tanto diverse e così lontane dalla conquista di una poltrona o di uno sporco, ultimo voto.

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