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Toccate Zelensky ed è come se toccaste me, ha detto calmo Biden. Mai vista una cosa così

Adriano Sofri

Kennedy a Berlino? Ma la guerra di allora era fredda. Per il resto, i presidenti americani in Europa erano accolti dall’invito energico a tornarsene a casa. Putin sta rivedendo gli appunti dei suoi discorsi, dicono i bene informati

Odessa, dal nostro inviato. “Ich bin ein Ukrainer”, ha detto Biden, o è come se l’avesse detto. Toccate il mio giovane ospite, la metà dei miei anni, e sarà come se toccaste me. L’ha detto con una gran calma. Il giovane ospite era emozionato e felice. Non era mai successo niente di simile in Europa, né altrove. Kennedy a Berlino, ma la guerra di allora era fredda. Per il resto, i presidenti americani in visita erano accolti dall’invito energico a tornarsene a casa. Putin, dopo le cinque ore di Biden a Kyiv, sta rivedendo gli appunti dei suoi discorsi, dicono i bene informati. Si aspettava lui, all’anniversario, è arrivato l’altro. E dunque, a che punto siamo. Da giorni in Ucraina cresce una tensione legata oscuramente, senza fissa dimora, al primo anniversario della guerra, dell’operazione speciale. Che possa succedere qualcosa, che la cosa che possa succedere sia brutta o terribile. Che forse non succeda niente, e che anche questo possa essere terribile. Ieri le sirene non hanno smesso di suonare perfino a Odessa, chissà perché. Ieri qualcosa è successo. Biden è andato a Kyiv, Zelensky è rimasto serio com’è da un anno, la gente ucraina ha respirato, anche quelle, quelli, che sono stanchi: non è solo in Italia o negli altri paesi in pace, non è solo per le bollette, che si cede a una stanchezza. Succede anche dove si muore e si soffre e si ha paura. I russi erano stati avvisati, naturalmente, che Biden arrivava a Kyiv. Che non commettessero errori. Anche per uccidere Zelensky e la sua famiglia forse si è fatto troppo tardi – o troppo presto, è lo stesso. C’è Bakhmut, per uccidere, a migliaia al giorno, sull’uno e sull’altro fronte, fra quelli che difendono la propria casa e quelli che la vogliono rubare, saccheggiare e far saltare dalle fondamenta. Anche questa è una strana guerra – tutte le guerre sono strane guerre.

 

Si scambiano i prigionieri, si fa attenzione alle visite dei capi di stato alla capitale in guerra bombardata, si calcolano meticolosamente le distanze di rispetto. “Non può durare così”, mormora qualche anziana signora col cagnolino. Fra le motivazioni che rendono l’Ucraina invisa a una parte dell’Italia più consistente che in qualunque altro paese europeo c’è la renitenza del nostro paese alla tragedia. L’Italia non sa e non vuole misurarsi con la tragedia anche quando le finisce dentro senza scampo. Anche con il suo record coloniale. Anche con la sua legislazione razzista. Anche con la sua guerra civile. Anche con l’agonia il rinnegamento e la morte di Aldo Moro. La brava gente italiana ci scherza su. Rende affabile l’orrore. Addomestica i suoi mostri, li rende di famiglia. Il duce, di famiglia. Putin, di famiglia. Berlusconi è un italiano vero. “Ho riallacciato un po’ i rapporti con il presidente Putin, un po’ tanto. Nel senso che per il mio compleanno mi ha mandato venti bottiglie di vodka e una lettera dolcissima. Gli ho risposto con bottiglie di Lambrusco e una lettera altrettanto dolce”. Zelensky ha afferrato il meccanismo: abbiamo una buona vodka in Ucraina, se una cassa di vodka è abbastanza per portare Berlusconi dalla nostra parte, allora risolveremo finalmente questo problema. La storia dell’Ucraina è tragica, come poche altre, e ancora irreconciliabile. L’apparente conciliazione che vi sta avvenendo grazie alla guerra è ancora una volta provvisoria e unilaterale, avrà bisogno di ben altre rese dei conti. Sono tanti, quasi tutti, quelli che hanno una famiglia di assassini e di assassinati. E sono pochi gli altri, quelli che ce l’hanno solo di assassinati.

 

Il ridicolo proprio e la derisione altrui sono il rifugio in cui la pusillanimità italiana si rintana. Basta ridurre la serietà altrui alla misura della propria buffoneria per sentirsene protetti. Zelensky è vivo, addirittura un anno dopo, vivo lui, moglie, figli. Intollerabilmente vivo, e con quell’aria seria, risoluta, ultimativa, uno che era venuto sulla scena per far ridere il pubblico. Doveva morire come un buon buffone di corte, un anno fa, il 24 febbraio, o il 25, o, a farla lunga, il 26. Doveva morire con un elmetto sulla testa e un kalashnikov in pugno, di ridicolo. Vi ricordate com’era ridicolo l’elmetto sulla testa di cordiale borghese di mezz’età di Salvador Allende, e la giacca e l’arma che usò per farsi fuori? O tutt’al più, con un elmetto calato a far ridicola la sua faccia rotonda, Zelensky doveva lasciarsi esfiltrare dall’amico americano, e andare a servire da presidente legittimo in esilio a Las Vegas, lui e famiglia, un’intervista ogni tanto. Un suo generale fellone, o un fellone oligarca, avrebbe preso il suo posto, e avrebbe accolto Putin a Kyiv come un altro Lukashenko. Invece è vivo, serio, chiede armi, dice che non può perdere, dice che quando è andato a Bakhmut, il giorno prima di andare a Washington, è stato colpito dalla devastazione in cui nemmeno un cane restava ad aggirarsi fra le macerie.

  

Abbiamo dei veri buffoni in Italia, li avevamo sottovalutati, quelli che hanno indetto un corteo a Sanremo per protesta contro l’eventualità che la faccia e la voce di Zelensky vi fossero ospitati. Un vero buffone si riconosce dalla smania, dalla necessità intima, di ridurre il prossimo alla propria misura: di sputtanarlo. Tanto più quando il prossimo tiene per un anno la faccia indurita e chiede armi, e spiega che la guerra contro chi ti ha invaso è oggi una questione di umani e della loro fede, ma almeno altrettanto questione di armi.

  

Ieri è stata una gran giornata per la società dello spettacolo. Zelensky, l’indulgente bocciato di Sanremo, ha dato interviste congiunte ai principali giornali italiani, ha detto che ogni villaggio vale Bakhmut, si è disposto a ricevere la presidente del governo italiano, ha ricevuto a casa sua e nelle sue strade il presidente degli Stati Uniti, l’ottuagenario che grazie al suo rifiuto di fuggire ha riscattato la propria infamante fuga da Kabul, e adesso vuole addirittura correre di nuovo per la Casa Bianca. Alla vigilia era stata resa nota l’indignazione veemente di Matteo Messina Denaro contro il buffone Zelensky, il suo cinismo verso il suo popolo, e i suoi crimini di lesa maestà nei confronti del povero Putin. Intendiamoci: non intendo infierire sui compagni di fazione di Messina Denaro e le posizioni così intimamente coincidenti con le sue. Tutto è possibile, e Messina Denaro avrebbe potuto pontificare con la sua interlocutrice dicendo il contrario, lodando Zelensky, deridendo Putin, vantando la tenacia dell’occidente. In quel deprecabile caso, non avrei riconosciuto a chi volesse specularci sopra il minimo diritto e la minima decenza. Ho però due dubbi di margine. Il primo, che non avrebbero fatto altrettanto, gli sputtanatori di Zelensky. Il secondo, che non sia esattamente un caso la simpatia del capomafia per Putin.

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