Piccola Posta

Che cosa ci insegna il duplice omicidio di Lecce? Niente. Allora non ci resta che descriverlo

Adriano Sofri

La psichiatria è in un vicolo cieco: come dichiarare normale uno che ha meditato un crimine come l'assassinio di Daniele e Eleonora? I giornalisti vanno capiti: come riuscire a scrivere del “delitto perfetto”? Il linguaggio e dei suoi attori

I grandi romanzi di Dostoevskij prendevano avidamente le mosse da fatti di cronaca nera, e a volte li anticipavano. Un delitto come quello di Lecce lo avrebbe appassionato e sconvolto. Appassiona e soprattutto sconvolge anche noi, con una differenza. Che Dostoevskij vi riconosceva una rivelazione del suo tempo e del suo mondo, della sua Russia. Noi – benché qualcuno ci provi, l’ultimo con qualche efficacia è stato Pasolini – non ce la sentiamo di farne un sintomo rivelatore del nostro tempo e del nostro mondo, perché li sappiamo esplosi, andati in frantumi, mondo e tempo, sicché ogni cosa convive con ogni altra senza una spiegazione che non si riduca alla descrizione.

 

Certo, l’impressione è quella contraria, i media sociali e soprattutto la televisione metteranno in scena analisi, spiegazioni, grafici e plastici della cucina e del pianerottolo, ed esperti, soprattutto, esperti a iosa nell’età dell’inesperienza. Con il risultato di banalizzare, o di nobilitare, la stessa cosa, dunque razionalizzare l’imbecillità dell’orrore. Che cosa ci insegna il crimine di Lecce sulla nostra società? Niente, fuori dal racconto. Ci sono due, una donna e un uomo, giovani, belli, presumibilmente sicuri di sé e della propria felicità, che mettono fuori un inquilino ventenne, forse fastidioso, forse ridicolo, per avere la casa per sé, e il ventenne, vocazione di infermiere, torna una sera – ha le chiavi – e li massacra a partire dalla cucina con sessanta coltellate da caccia, pretendendo troppo da sé, dunque dovendoli finire sul pianerottolo e sulle scale, coi vicini che sentono le urla e forse vedono dagli spioncini. Tutto qua. Ci insegna questo.

 

Si può tirar fuori qualcosa di più, forse, dal linguaggio degli attori. Del ventenne, ammesso che le parole riferite siano vere: “Li ho uccisi perché erano troppo felici”. Suona perfettamente persuasivo, esauriente. Quale movente migliore? C’è un colonnello dei carabinieri, evidentemente autorizzato o esortato a rispondere largamente ai giornalisti, e lo fa con intelligenza, attento a sventare insinuazioni (quelle sì rivelatrici) sulle vittime, che “se la siano cercata”, attento anche a fermarsi in extremis prima che parole ovvie – loro avevano tutto quello che a lui mancava… – diventino una giustificazione, o sfiorino l’incapacità di intendere. Del resto, la psichiatria è in un vicolo cieco in una storia come questa: come dichiarare normale uno che ha immaginato, meditato e attuato questo? E come dichiararlo incapace di volere?

 

E lui, ho visto nella riproduzione sui giornali solo un brano del post sul suo Facebook a proposito della vendetta: “Se da una parte, fantasticare la vendetta può essere liberatorio, non bisogna esagerare”, non c’è il punto, forse dopo spiegava che cosa intendesse per esagerare. I giornalisti: vanno capiti anche loro. Non è sempre facile, per esempio quando scrivono del “delitto perfetto”. Uno che aveva appena abitato in quella casa, che si scrive le istruzioni per l’uso – come rasentare i muri per eludere le telecamere, come ripulire dal sangue con la varechina, eccetera, tutto – dandosi del tu su dei bigliettini, e poi li semina sul luogo del delitto, che studia scrupolosamente il raggio d’azione delle telecamere ma ci finisce dentro, uno che non aspettava altro che di essere preso – il delitto perfetto.

 

I conoscenti, gli amici: fino a poco fa, quanto più smisurato fosse il crimine, tanto più sicuro era il commento di conoscenti e amici, e specialmente dei portieri del condominio, quelli su cui si era regolato, prima di Dostoevskij, Balzac: “Tranquillo. Un tipo tranquillo”. Morale: guardarsi dai coinquilini tranquilli. Ora prevale: introverso. Guardarsi dal prossimo introverso. “Introverso, con poche amicizie e anche con i pochi amici che aveva intratteneva comunicazioni compartimentate, limitandosi a un sì o a un no”. Qui siamo già all’elaborazione dei tecnici, nessuna portinaia direbbe “comunicazioni compartimentate”. La lingua dei tecnici può suscitare un sorriso, ma benevolo, hanno fatto bene il loro lavoro: “il cronoprogramma” – le tappe del delitto nell’appunto dell’assassino – le coltellate inferte “in vari distretti corporei”, le “attività prodromiche”, il “percorso adducente al condominio”. Hanno un loro gergo, o più probabilmente leggono i verbali parodiati da Camilleri, come tutti.

 

Prima del carabiniere aveva parlato il procuratore, in strada, a distanza, con la mascherina in mano, i jeans e un eloquio piano e sobrio. Aveva ricordato che “l’accaduto è una rarità nella criminologia penale”. Si chiama Leonardo Leone de Castris. Forse è figlio, chissà, di Arcangelo Leone de Castris, 1929-2010, storico e critico letterario dell’Università di Bari, marxista gramsciano, fondatore della rivista Lavoro critico. Uno dei suoi ultimi libri, forse l’ultimo, del 2001, era “Una fine sinistra. Trent’anni di storia degli intellettuali”. Faceva un bilancio sconsolato ma non domo dell’intellighenzia di sinistra, il titolo sconfinava già nella criminologia.

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