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Congo senza pace

Alla vittoria di Tschikedeli, il meno tosto tra gli oppositori di Kabila, non crede nessuno

11 Gennaio 2019 alle 06:12

Congo senza pace

Sostenitori di Tschikedeli esultano dopo i primi risultati elettorali (foto LaPresse)

Dunque finalmente le urne congolesi si sono aperte e ne è venuto fuori vittorioso l’unico candidato che, fra i tre litiganti maggiori, era dato per battuto: Félix Tschikedeli. Pressoché nessuno crede alla correttezza del risultato proclamato (provvisoriamente, la conferma ufficiale verrà fra una settimana) dalla Commissione elettorale. Si pensava che il regime di Joseph Kabila, uscente dopo 18 anni, scegliesse fra due possibilità: falsificare brutalmente il voto, e allora il vincitore sarebbe stato il suo candidato-marionetta, Emanuel Ramazani Shadary, o accettare per la prima volta il responso, e allora il vincitore sarebbe stato Martin Fayulu. Dato, quest’ultimo, venti punti sopra Tschikedeli nei sondaggi e nelle rilevazioni. Allora, per chi non abbia voglia di persuadersi che davvero il voto abbia magicamente ribaltato se stesso, ci sono due spiegazioni principali, e forse complementari. Kabila può aver scelto di rassegnarsi per tempo a una sconfitta del suo candidato, la cui vittoria truffaldina avrebbe fatto esplodere un paese già in preda a ogni genere di turbolenza e di sventura, e puntare al più trattabile dei due concorrenti.

 

Tschikedeli, 55 anni, è come Kabila un politico per eredità, perché suo padre Étienne, morto nel 2017 a 84 anni, era stato l’oppositore storico nel Congo (Zaire) di Mobutu e poi di Kabila padre, e per tre volte primo ministro. Fondatore di un partito dal vasto seguito, l’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale, Udps, il vecchio Tschikedeli era diventato, secondo i suoi avversari, un oppositore troppo accomodante con Kabila. Félix Tschikedeli aveva concordato di appoggiare un unico candidato d’opposizione, il più accreditato Fayulu, e l’aveva revocato improvvisamente il giorno dopo, motivando la svolta con la contrarietà della sua base. Kabila può aver influito già sul voto favorevole a Tschikedeli abbandonando Shadary, che la Commissione ha dichiarato abbondantemente ultimo fra i tre, o può aver influito – è la seconda ipotesi – sul conteggio ufficiale dei voti, per il quale la Commissione si è presa il tempo e il silenzio convenienti, dilazionando la proclamazione e mettendo a tacere la rete, i messaggi e la radio più ascoltata. Fayulu (già manager internazionale nel petrolio, poi passato per intero all’impegno politico) ha protestato con veemenza contro il “colpo di stato elettorale”.

 

Opinione più delicatamente condivisa dagli Esteri francesi e belgi e di fatto dalla maggioranza dei commenti internazionali. Il segretario dell’Onu, Guterres, ha “preso atto” del risultato provvisorio auspicando che la sua verifica avvenga pacificamente attraverso la via istituzionale, che prevede il ricorso alla Corte costituzionale. Le Nazioni Unite hanno in Congo la missione militare più numerosa, 16 mila effettivi da 49 paesi, e dal mandato più ampio, e insieme la più controversa. La situazione più delicata riguarda la chiesa cattolica, che è l’organismo “nazionale” più autorevole nella Repubblica democratica del Congo – non ce ne sono altri – e ha condotto il più efficace controllo dell’andamento elettorale con oltre 40 mila osservatori, ricavandone la convinzione della vittoria di Fayulu. Ora la Conferenza episcopale congolese è stretta fra il proposito di sconfessare il risultato e la paura delle conseguenze sul disordine pubblico di un paese squartato dalle violenze.

 

Il Kasai dell’Udps di Tschikedeli, all’altro capo del nordest delle più micidiali guerre per bande, è dal 2016 teatro di una molteplice guerra, fra movimenti tribali locali, e fra l’esercito governativo di Kinshasa e i capi per tradizione, che ha toccato punte spaventose di ferocia: bambini, anche i più piccoli, soldato, stragi e stupri di migliaia, terribili riti di superstizione, un milione almeno di sfollati, più di 3 milioni di affamati, colera, 300 mila profughi in Angola ricacciati indietro nello scorso ottobre, un record di povertà – come sempre associato a una ricchezza enorme di diamanti e il resto. Ieri la proclamazione del voto ha visto festeggiamenti degli uni e proteste degli altri: per un giorno, le immagini sembravano somigliarsi, salvo avvicinare le fisionomie. Vedremo che cosa ancora aspetta al Congo. Cioè all’Africa. E a noi, e se non a noi, al cobalto dei nostri smartphone e delle nostre auto elettriche.

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