“Lamiere”, viaggio a fumetti nel rovescio esistenziale del Kenya vacanziero

Marco Archetti

“Lì ti senti su una soglia”. Disegnare La bidonville Deep Sea

"E voi, a che cosa siete interessati?". E’ Topolino a chiedercelo, accigliandosi pugni sui fianchi in un riquadro del capitolo “Contrasti 3, Col culo per terra” mentre prende improvvisamente vita dalla maglietta di un bambino keniota sieropositivo che si sta infilando le dita nel naso. Ora, a esser sinceri, dati lo Zeitgeist e il mainstream nazional-felpista, il suggerimento sarebbe quello di non abboccare, cioè di non farsi la domanda che il Topo pretenderebbe di imporci dalle pagine di “Lamiere”, ultimo edito in casa Feltrinelli comics, collana diretta con competenza e inventiva da Tito Faraci e premiata dall’attenzione dei lettori. Se però la voglia di mettersi in viaggio – e anche in guai autointerrogativi – dovesse, nonostante tutto, prevalere, quest’opera di graphic journalism concepita a tre menti e scritta a tre mani (quelle di Danilo Deninotti, Giorgio Fontana e Lucio Ruvidotti) è il libro giusto. Lo è soprattutto per una ragione: i suoi autori hanno assecondato il disorientamento più che l’orientamento e quello “scetticismo metodologico non cinico” – racconta Fontana – che ha permesso di portare sulla pagina dubbi, mozioni istintive, strettoie di coscienza anche narrativa. Uno degli aspetti più vivaci di questo viaggio nella bidonville Deep Sea, rovescio esistenziale del Kenya vacanziero, è infatti proprio quello di partecipare alla forma che prende di volta in volta la narrazione, continuamente plasmata dagli interrogativi di chi scrive e disegna. Partecipare, cioè, a un racconto concomitante, che si fa tanto sotto i nostri occhi quanto nei pensieri di chi ce lo consegna. Un viaggio in prossimità continua, durante il quale di giorno ci si addentra e di sera ci si siede in veranda coi tre narratori a fare il punto. Di cosa? Di un delirio con terribili potenzialità per il futuro: nella sola Nairobi, capitale da quattro milioni di anime, il 60 per cento degli abitanti vive negli slum.

 

Ecco la definizione operativa di questi inferni folli e a loro modo funzionanti, offerta dall’Onu nel 2002: “Luogo urbano sovraffollato, con case scadenti, accesso inadeguato ad acqua e servizi igienici, e stato abitativo precario”. In aree simili vive una persona su otto nel mondo, ossia una su quattro della popolazione urbana complessiva. Numeri destinati a una crescita esponenziale, anche perché per gli esosi proprietari di baracche gli slum sono un vero affare. Per chi ci vive, un po’ meno (eppure, alla mercé di un soffocante degrado, in un limbo insalubre di miseria e sopraffazioni, sfruttato ogni giorno ma prontamente sgomberato se imminenza elettorale comanda, ognuno cerca di sopravvivere come può, e spesso perfino di prendersi cura di qualcun altro). Ed è proprio a questo punto del racconto, quando cioè i tre autori attraversano lo slum e la sua ricca, straziante, contraddittoria realtà, che ogni definizione astratta si ispessisce e si solidifica amaramente. E tra sniffatori di colla, puzza di escrementi, spazzatura bruciata e case fatiscenti che in caso di pioggia si inzuppano come spugne, passo dopo passo comprenderanno che “mini slums, mega problems”, come scrive Michael, rifugiato ugandese col dono della sintesi, che vive del proprio orto e scrive articoli che raccontano la realtà di quella parte della popolazione keniota costretta ad abbandonare le campagne a causa della siccità e di politiche agrarie sregolate, e che nonostante le speranze di miglioramento alla fine resta arenata negli slum, tra diritti sospesi e conflitti violenti. Per fortuna in questi pozzi ciechi del mondo brilla la luce di umanità di una manciata di medici volontari non pagati che prestano servizio durante le ferie, preziosi ubiqui che, a spese proprie, li aiutano a casa loro dopo che hanno assistito noi a casa nostra.

 

“Lì ti senti su una soglia,” racconta Fontana, “e ti rendi conto che scrivere serve, purché non lo si investa di valore taumaturgico. Però per me è sempre più importante la lezione di Alessandro Leogrande: raccontare deve generare qualcosa”. Lezione infinita, perché “questa non è semplicemente povertà,” si dice a un certo punto nel libro. “È miseria che lede la dignità umana. E non c’è nulla da imparare vivendo in quel modo. Nulla di morale”.

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