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Il ritornello (fake) di Oxfam

La povertà non è in crescita e la sua riduzione costante è un fenomeno dovuto proprio alla globalizzazione

23 Gennaio 2019 alle 06:00

Il ritornello (fake) di Oxfam

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I ricchi sempre più ricchi, i poveri più poveri. La diseguaglianza causa la povertà. Se i paperoni non evadessero le tasse, ci sarebbero le risorse per “erogare servizi sanitari ed educativi universali e gratuiti, mettendo fine alla privatizzazione dei servizi pubblici”. In queste quattro frasi sta il cuore dell’edizione 2019 del Rapporto Oxfam, quest’anno intitolato “Bene pubblico o ricchezza privata?”. Peccato che ciascuna di esse sia dimostrabilmente falsa.

      

Secondo Oxfam, l’1 per cento della popolazione detiene il 47,2 per cento della ricchezza mondiale, mentre la metà più povera deve accontentarsi dello 0,4 per cento. Soltanto ventisei fortunati hanno un patrimonio pari a 3,8 miliardi di persone. Sono dati impressionanti; tuttavia vanno approfonditi per evitare facili (e forse volute) confusioni. Il rapporto si basa su uno studio di Credit Suisse, il “Global Wealth Report” che offre, per ogni paese, una stima sulla ricchezza netta delle famiglie, cioè la differenza tra il patrimonio e i debiti. Ciò implica, per esempio, che un giovinotto benestante di New York che faccia un mutuo per studiare a Harvard appaia, dal punto di vista statistico, più povero di un contadino del Laos che, non avendo nulla, non sarà mai neppure in grado di ottenere un prestito. Secondo Credit Suisse, la percentuale di adulti con una ricchezza netta inferiore a 10 mila dollari è del 40,6 per cento in Germania ma solo del 14 per cento in Grecia e addirittura dell’8 per cento in Italia (dove moltissimi possiedono la casa). Non a caso l’Italia è un paese in cui la disuguaglianza della ricchezza è tra le più basse (e in cui la quota di ricchezza detenuta dal “top 1%” è tra le più basse).

 

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Uscendo dai confini europei, si scopre che i “poveri” tedeschi se la passano peggio dei “ricchi” libici, che solo per il 28,2 per cento hanno meno di 10 mila dollari, praticamente nella stessa proporzione degli americani. Non è che la ricchezza netta sia un dato privo di significato: è, semplicemente, che non trasmette il tipo di informazione che i più percepiscono scorrendo il lavoro diffuso l’altro ieri a Davos. Ugualmente, non è vero che la povertà sia in continua crescita. Anzi, la sua costante riduzione è forse il più importante fenomeno sociale degli ultimi decenni, e lo dobbiamo all’odiata globalizzazione e agli odiatissimi mercati. E’ curioso che a Oxfam sia sfuggito il primo grafico di uno studio della Banca mondiale, pure citato: le persone che vivono in condizioni di povertà estrema nel mondo sono letteralmente crollate da 1,9 miliardi nel 1990 (il 35,9 per cento) a 736 milioni nel 2015 (il 10 per cento). Ci vuole una bella faccia tosta a negare questi immensi progressi. Il che, naturalmente, non significa che tutto vada bene, o che non vi siano aree del globo che arrancano – come l’Africa subsahariana. Il problema, però, è il nesso di causalità sottostante: questi paesi non sono vittime del capitalismo o della malvagità dei ricchi, ma pagano un tributo enorme per il fatto che sono rimasti ai margini del sistema globale. Ciò è generalmente effetto di sistemi istituzionali inaffidabili, antidemocratici e autarchici.

      

Se anche così non fosse, la soluzione caldeggiata da Oxfam non va a segno. Da un lato perché la supposta privatizzazione dei servizi pubblici poco ha a che fare con la loro fruibilità da parte dei cittadini: questa dipende soltanto dai contratti di affidamento. Dall’altro perché l’enfasi sulla progressività delle imposte è miope: Oxfam sembra guardare al mero dato formale (le aliquote) disinteressandosi degli effetti sostanziali (il gettito). “Nei paesi ricchi – si legge – in media la più alta aliquota di imposta sul reddito delle persone fisiche è passata dal 62 per cento nel 1970 al 38 per cento nel 2013”. Con quali conseguenze? Nel Regno Unito, la quota delle imposte sul reddito pagata dai più fortunati è cresciuta, tra il 1974 e il 2015, dall’11 al 27 per cento, mentre l’aliquota marginale scendeva dall’83 al 45 per cento. Negli Stati Uniti, i ricchi hanno visto lievitare la loro fetta di gettito dal 20 per cento del 1980 al 37,3 per cento nel 2016, mentre l’aliquota marginale calava dal 70 al 39 per cento. Di conseguenza, il peso sui contribuenti più poveri si è alleggerito, con un maggiore effetto redistributivo. Sarebbe ingenuo trarre conclusioni affrettate, ma un dato è certo: aliquote più elevate non necessariamente si traducono in maggiore gettito. Anzi, stimolano l’evasione e l’elusione, spingendo i più ricchi a investire considerevoli somme di denaro per minimizzare il proprio esborso (o, semplicemente, a cambiare residenza).

 

Equità e diseguaglianza sono problemi seri, ma la terapia di Oxfam sembra più utile a soddisfare la sua fame di visibilità che il desiderio di crescita dei poveri.

Carlo Stagnaro

E’ nato nel 1977. E’ direttore Energia e ambiente dell’Istituto Bruno Leoni. Oltre che col Foglio, collabora con varie pubblicazioni italiane e straniere. Fa parte della redazione della rivista Energia e ha pubblicato articoli su testate specializzate quali Oil & Gas Journal ed Energy Tribune. Per l’IBL cura l’Indice delle liberalizzazioni; il suo ultimo libro è “Sicurezza energetica. Petrolio e gas tra mercato, ambiente e geopolitica”. E’ sposato con Silvana e ha un figlio, Andrea.

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