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La decente indipendenza di pensiero da dimostrare sul decreto sicurezza

Il caso della regione Toscana e la questione di incostituzionalità

4 Gennaio 2019 alle 06:00

La decente indipendenza di pensiero da dimostrare sul decreto sicurezza

Il governatore della regione Toscana, Enrico Rossi (foto LaPresse)

I giuristi hanno spiegato ieri che la “disobbedienza” dei sindaci rispetto al decreto sulla cosiddetta sicurezza, per arrivare a sollevare la questione di incostituzionalità (la questione di inumanità è già chiara), deve passare attraverso un giudice, perché un comune non può ricorrere alla Corte. Lo può fare però una regione. In particolare, la giunta della regione Toscana aveva già presentato a dicembre “una legge che tutela diritti essenziali delle persone: cure, salute, istruzione, dimora, adeguata alimentazione. Diritti che non possono dipendere dal possesso di uno status, ma dall’essere umani”. Così nelle parole del presidente Enrico Rossi.

 

Il provvedimento (“Disposizioni per la tutela dei bisogni essenziali della persona umana”) non vìola il decreto “sicurezza”, ma “intende offrire un quadro normativo nuovo per affrontare i possibili effetti del decreto Salvini sulla sicurezza”. Esso aggiorna e integra le leggi 41 del 2005 (sulle tutele della cittadinanza sociale) e 29 del 2009 (sull’accoglienza e l’integrazione). “Questa legge – ha detto l’assessore Vittorio Bugli – fa i conti con la realtà in crescita, soprattutto nelle aree urbane più importanti, di fenomeni di forte marginalità. Ci sono problemi di tutela sociale che riguardano non solo gli immigrati e gli stranieri. E’ materia dove le regioni e i comuni possono e devono intervenire. Con questa legge vogliamo consentire alle istituzioni, alle associazioni e anche ai privati che vogliono agire, di poterlo fare: perché questo sta diventando un paese dove aiutare chi è in difficoltà rischia di diventare un reato”.

 

Nel bilancio approvato dal consiglio è stato anche previsto un aumento di 2 milioni al fondo socio-sanitario per far fronte alle nuove necessità, mentre il governo nazionale ha tagliato i 30 milioni che erano previsti per l’assistenza sanitaria agli stranieri. “Chi non ha tutele e viene spinto ai margini della società – ha detto ancora Rossi– diventa più facilmente preda di sfruttatori o rischia di essere spinto verso attività criminali. In Toscana questo pericolo lo vogliamo combattere”.

 

Già nel 2010 la regione Toscana votò una misura per assicurare servizi sociali e sanitari ai migranti, che contraddiceva una legge voluta dal governo Berlusconi, il quale ricorse alla Corte costituzionale: la Corte dichiarò il ricorso inammissibile, dando ragione alla regione. Oggi un punto essenziale è quello dell’iscrizione all’anagrafe, garantita dal testo sull’immigrazione e cancellata ora dal decreto “sicurezza”: questione di competenza dei comuni. Ma la regione, d’accordo coi comuni, può rilevare l’incompatibilità, peraltro evidente, fra l’esclusione dall’anagrafe e il proprio diritto sulle materie dette “concorrenti” fra stato e regioni: salute, casa, istruzione e formazione al lavoro. Spetterebbe ancora al governo ricorrere alla Corte costituzionale. La legge regionale toscana sarà presto al voto del consiglio. In quella circostanza si vedrà se nel Pd toscano, oltretutto alla vigilia del voto a Firenze, prevalga la soggezione alla tracotanza leghista o una decente indipendenza di pensiero e azione.

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