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The Quake - Il terremoto del secolo

La recensione del film di John Andreas Andersen, con Kristoffer Joner, Ane Dahl Torp

9 Agosto 2019 alle 16:03

Neanche d’estate si può stare tranquilli. Due erano le certezze, finora: film catastrofici e film horror. Ma da quando l’estate non è quella di un tempo (e secondo promesse dovrebbe sommergerci di meraviglie in contemporanea con i paesi che vanno al cinema tutto l’anno) il disaster-movie viene dalla Norvegia e vuole distaccarsi dal modello americano. Vuol dire lentezza, e personaggi che per dirsi “Ciao” mettono a frutto anni di studio all’accademia d’arte drammatica. Il doppiaggio italiano accentua il vizio: padre e figlia si salutano con Sofferenza & Imbarazzo, lui vive in un fiordo a trecento chilometri da Oslo, eroe nazionale dopo la catastrofe avvenuta nel film precedente, “The Wave” (campione di incassi in patria). Un pezzo di montagna era finita in acqua causando l’onda anomala e assassina. Il nostro eroe era riuscito a salvare la famiglia, ma ancora si sente in colpa per le altre vite perdute. Quindi colleziona ritagli e fotografie, in una stanza-sacrario. Tre anni dopo l’onda, un collega e amico muore mentre ispeziona un tunnel. E’ il primo segnale, ne seguono molti altri, Kristian (così si chiama) sospetta che la faglia di Oslo si stia muovendo, come si era mossa nel disastroso terremoto del 1904. Profeta di sventura, cerca di avvertire scienziati e autorità che lo pigliano per matto – il primo disastro, ovvio, non ha insegnato nulla, il governo cerca sempre di minimizzare. Giurano che la Norvegia è un posto sicuro, nulla risulta dai monitor. Fino alla prima scossa, e allo sciame sismico che segue, i grattacieli vengono giù come se fossero di cartone. Altro film, come “Men in Black”, del genere che una volta guardavamo con risate o con spavento, a seconda dei generi, ma senza temere ricadute sulla credulità umana. I terremoti non si possono prevedere, ognuno lo sa. Ma a furia di credere nella prevenzione che tutto dovrebbe sanare, anche in caso di disastri naturali si tenta di dare la colpa a qualcuno. E invece no: la natura è matrigna – già lo diceva Giacomo Leopardi – e tende a fare i capricci suoi. Il cinema catastrofico invece dovrebbe essere un po’ più avvincente, dopo un minuto il cacciatore di disastri non ha più segreti.

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Commenti all'articolo

  • Dario

    Dario

    13 Settembre 2019 - 19:36

    Vuole distaccarsi dal modello americano? Da quello che dice mi pare un copione che fa fede all'etimologia del termine. Da guardare proprio perché ripropone il solito rassicurante canovaccio ripetuto per l'ennesima volta.

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