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A Sanremo si divertono solamente i maschi

Amadeus e Fiorello fanno gli amici al bar mentre le signore si smazzano gli oneri della presentabilità

6 Febbraio 2020 alle 10:29

A Sanremo si divertono solamente i maschi

Fiorello ha aperto la seconda serata del Festival di Sanremo travestito da Maria De Filippi (foto LaPresse)

Boys just want to have fun (essì, ci hanno scippato pure questa, che vogliamo farci, ragazze, da quando li abbiamo fatti entrare in cucina per equamente dividere gli oneri domestici, questi si sono allargati e si sono presi tutto, dal Bimbi alla skin care passando per Cindy Lauper).

 

  

Avrete certamente notato che iersera i soli a spassarsela, sul palco dell’Ariston, sono stati i maschi. Loro lì a travestirsi (Fiorello da Maria De Filippi, in apertura), a giocare a tennis (Fiore e Ama con Djokovic – ragazzo spassoso, veramente, proprio l’anima della festa, da fermo assomiglia pure a Bashar el Assad e alle sue playlist su Spotify con dentro i New Order); a sputarsi l’acqua in faccia o tra le orecchie (Fiore ad Ama but not viceversa, ché il fairplay a volte richiede ineguaglianza); a duettare (Fiorello coi Ricchi e Poveri; Ferro con Ranieri; Bashar el Djokovic con Fiore e Ama); a tirar mattina (eran #tuttimaschi pure nell’omonimo libro di Umberto Simonetta, che al netto del sessismo vi consigliamo di leggere in caso ancora non l’aveste ancora fatto); a somministrare al pubblico il suo quarto d’ora d’acquagym (I Pinguini Tattici Nucleari, quota indie ché abbiamo capito che l’indie a Sanremo reca il momento aerobico, hanno fatto saltare più d’un abbonato dalla sedia, come loro soltanto i R&P).

 

  

E le ragazze? S’accendono? Si fidanzano? C’hanno una festa dentro al cuore? Si mettono quel vestito lì che ti sembra d’essere al mare? Pungono come zanzare? Manc pa cap, neanche per l’encefalo. Le ragazze si sbrigano tutte le rogne, tutte tranne una, che siccome era di peso è stata lasciata a lorsignori, e ci riferiamo naturalmente al teatrino sulla malattia motivazionale per il quale questo paese dovrebbe essere declassato a sit com censurata dal governo iraniano, bandito e spazzato via dal consesso di paesi adulti e membri di un qualsiasi club, dall’Unione europea al centro sociale per anziani di Paderno Dugnano.

 

 

Dormivate? Noi no, purtroppo, ed ecco cos’abbiamo visto (abbiamo anche controverificato, abbiamo chiamato le amiche, ci siamo sincerate che stesse accadendo anche nei loro televisori, e sì, ci hanno detto tutte un altro sì, quindi è tutto vero). A un certo punto Amadeus ha raccontato delle selezioni dei giovani. Un inciso sui giovani: finora dalle buone proposte non è venuto niente di buono, la cosa migliore è stata tal Sentieri Marco che, vestito da poliziotto in libera uscita a una prima comunione, ha cantato un orrendo pezzo sul bullismo intitolato Billy Blu – il calembour ci porterà alla rovina, proprio come le sigarette elettroniche. E insomma c’erano 1500 canzoni (popolo di sanremisti aspirazionali, poi vi lamentate che non c’è più lavoro e non c’è più decoro) e una di queste si chiamava Io sto con Paolo e non è stata selezionata ma alla fine poi s’è scoperto che l’aveva scritta un ragazzo sardo malato di Sla e allora eccolo qui, Paolo, facciamogli un applauso. E così, probabilmente per la prima volta nella storia dell’imbarazzo, abbiamo assistito alla performance musicale di un ragazzo malato di Sla, seguita da un suo lungo messaggio su come noi sani non capiamo il valore di ogni singolo giorno, attimo, momento, non valutiamo che là fuori, mentre noi sprechiamo la nostra esistenza a prendercela per le inezie, c’è un guerriero che combatte per restare vivo. La malattia ridotta a life coaching, signori e signore, che vergogna assoluta, e meno male che almeno questa ad accollarsela sono stati #tuttimaschi.

 

 

Torniamo alle ragazze e al chiaro sms subliminale inviatoci dalla squadra olimpionica di quella straordinaria disciplina che è la retromarcia sulla civiltà, composta quest’anno dagli autori del festival. Ovvero: avete voluto la parità? Bene! Adesso affaticatevi, spremetevi, esponetevi, andateci voi alla guerra con il pubblico italiano e insomma adesso gli italiani, come urla Marina Confalone in “Parenti Serpenti”, “ciucciateveli voi!”. E infatti alle vallette impegnate della serata, che Amadeus ha chiamato “presentatrici di canzoni”, sapendo che se avesse usato la parola vallette sarebbe finito a friggere il pollo al Kentucky Fried Chicken di Milano in Cordusio (o Cordusio in Milano, come si dice per non sembrare dell’hinterland?), insomma a Emma D’Aquino e Laura Chimenti sono toccati in sorte due monologhi sul loro mestiere che sembravano uno status Facebook della nuova fidanzata del vostro ex, quella con la quale siete state rimpiazzate perché eravate troppo impegnative (non vi preoccupate, è successo a tutte, abbracciamoci). D’Aquino ha dovuto spiegare che i giornalisti in giro per il mondo muoiono ancora ammazzati e allora non lasciateci soli perché “La libertà è partecipazione” (Giorgio Gaber, scusaci). Chimenti, ancor peggio, povera stella, ha dovuto performare una lettera aperta ai suoi figli nella quale diceva loro quanto è difficile essere madre e lavoratrice, ma che mai e poi la fatica che ne deriva la farà pentire di averli messi al mondo e mi raccomando amori della mamma quando la mamma fa il tg e non è a casa non restate appiccicati al telefono e invece leggete un libro, “nutrite la vostra anima” e ricordatevi che “l’approvazione non è un like ma una carezza”. In confronto, il discorso di Diletta Leotta sull’essere diversamente belle e fare tre figli e cinque nipoti (o viceversa, non importa, invertendo l’ordine della prole il risultato non cambia) beh, quello in confronto era pura Amanda Lear o, se preferite, Mary Wollstonecraft.

 

  

Per non parlare dell’onere più oneroso di tutti e cioè tentare di far sì che Amadeus non scivolasse sulla sua educazione sentimentale presso La Capannina, santo cielo, ma possiamo avere un conduttore che a Sabrina Salerno dice “Sei identica a 35 anni fa”? Ma come le viene in mente, Signor Retromarcia, scusi, ma la vuole smettere di essere il più alto rappresentante di quelli che quando incontrano una madre e una figlia dicono loro “siete sorelle?”, purtroppo credendoci? Andiamo, Ama, su, lei è migliore di così, e qua fuori, dove tutto è guerriglia urbana contro la malattia e spreco di risorse, sa, è pur sempre il 2020.

 

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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