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Prima delle influencer

Fashion blogger adulta e pacificata, mente creativa di Vogue Japan. Vita e opere di Anna Dello Russo, star della moda che ha amato gli eccessi e il brillio e adesso se ne va a meditare nel suo trullo pugliese

1 Aprile 2019 alle 11:29

Prima delle influencer

Foto LaPresse

Facile farlo oggi. Ma Anna Dello Russo ha passato i migliori anni della sua vita a vestirsi in favore di camera anche quando Instagram non esisteva. Celebre per mise massimaliste che vorticosamente cambiavano più volte al giorno (da angelo, o da diavolo, in costume da bagno e tacchi con le favolose gambe muscolose oppure con cappellino a forma di fetta d’anguria), adesso si è un po’ placata, dopo aver retto su di sé il peso di un’ossessione che in tanti frenano, e che lei invece ha incoraggiato: che cosa mettersi. Per vent’anni fashion editor di Vogue Italia, poi direttrice dell’Uomo Vogue, ora editor at large del Vogue del Giappone, è un’influencer globale, ma un’influencer analogica, priva della ragazzaggine della Ferragni o di quelle ancor più giovani, quelle cresciute all’ombra del bosco verticale. E’ nata infatti e ha prosperato nei giornali, quei vecchi manufatti di carta, e ha prestato il suo corpo ai social solo come ultima tappa di un lungo percorso quasi da body art. La si cerca, ma niente. Dopo qualche giorno risponde, “mi scusi, sono fuori”. Dove sarà? Forse a Tokyo, a fare il suo Vogue giapponese? “Ma no, sono a Cisternino”. Il lungo percorso parte infatti dalla Puglia.

 

Per vent’anni fashion editor di Vogue Italia, ora editor at large del Vogue del Giappone, è un’influencer globale analogica

“Non faccio più tutto”, non si cambia più in macchina, insomma. Non va a tutte le sfilate, e a Bari ormai la venerano

E’ nata il 10 settembre del 1962, a Bari, padre psichiatra, “avrei potuto essere bouticcara, il sogno era quello di aprire una boutique, oppure di fare la giornalista di moda, perché la moda è sempre stata la mia ossessione, e lì mio padre mi ha spinto a seguirla”. Sbarca dunque a Milano negli anni Ottanta, dopo il liceo classico e la laurea in lettere, la Domus Academy e si imbatte subito nel mondo di Vogue grazie ad Annalisa Milella di Vogue Italia, pugliese come lei, che la instrada al mitico giornalone. Sarebbe facile dire: il Diavolo veste trullo.

 

Bilancio: ha un milione e seicentomila follower, ha disegnato una collezione di accessori per H&M, un profumo a forma di scarpa, ha fatto una canzone che si chiama “Fashion shower” (Fashion is my alphabet/I'm the guardian/I'm the guardian of fashion/You need a fashion shower!). Che cos’è dunque lei, in definitiva, Dello Russo? Una influencer, una fashion blogger, una giornalista? Dal trullo, dove passa molto tempo quando non è a Milano o in giro per il mondo: “Eh, tutti me lo chiedono. Oggi direi che non c’è più una definizione univoca. Però alla fine dico giornalista, che è la parola più convincente, riassume l’editing che io faccio di immagini, di vestiti, di foto, come altri editano le parole. Mettere una certa modella con un certo vestito in un certo contesto significa parlare di moda come altri fanno scrivendone. In questo io mi definisco una giornalista di moda”. “Ma oggi è cambiato tutto con Internet, posso fare consulting, posso esprimermi con la mia persona, posso fare un editoriale su di me”. Un editoriale? L’editoriale – poi si capisce – è un servizio di moda, quelli che si fanno sui giornali, e qui si entra in uno dei misteri più fitti, quelli dello styling. Perché lei è anche e soprattutto una stylist. I suoi modelli sono stati Anna Piaggi, e la meno celebre ma non meno rilevante Manuela Pavesi, musa di Miuccia Prada. Signore che fecero di sé opere d’arte, arte editoriale e sartoriale, archivi viventi che facevano la fortuna e lo stile insieme di giornali e case di moda. Grazie a una ricerca su suggestioni, immagini, oggetti. “Pavesi mi chiese un giorno di portarle delle conchiglie. Io le portai il mare intero”. Ma in che senso? “Oggetti, abiti, accessori, le portai qualunque cosa avesse un legame col mare e le conchiglie”. “Adesso non si fa più così, ora c’è Google, tutti vedono tutto, ma all’epoca la ricerca si faceva per negozi, archivi, magazzini”. Non era facile: “Pavesi aveva delle ossessioni, se mi chiedeva di portarle dei guanti bianchi intendeva solo guanti di capretto sottilissimo, e bianco color pelle d’uovo, non certo bianco ottico. O le velette. Voleva una certa veletta, quella che potevi trovare solo negli archivi dei tessuti, l’ultimo scampolo anni Sessanta, quella ritrovata nel retrobottega di un negozio. “Avevo una rubrica che nella sezione guanti aveva più di cento indirizzi”. Dello Russo, che amava i vestiti, che voleva essere bouticcara, è stata accontentata (recentemente ha ripercorso con la tv di Repubblica la sua giovinezza tra le boutique del centro barese. “E’ stata la mia formazione negli anni del sogno”, ha detto in una specie di pellegrinaggio su via Sparano, la via dello shopping, tacchi altissimi, vestito un po’ Lady Gaga). Lei nel ricercare, fiutare, rimescolare vestiti è una maestra, glielo riconoscono tutti, a Milano e non solo. Ha lavorato coi maggiori fotografi, da Helmut Newton a Michel Comte a Mario Testino, ha contribuito a lanciare stilisti come Dolce e Gabbana e Roberto Cavalli. Ma chi decide cosa in un editoriale? “Di solito sei tu che proponi un tema, e poi negozi col fotografo, e lo devi sedurre con le tue idee. Il fotografo dice: questo mi piace, scegliamo questa location, usiamo questa modella. Per fare un servizio con Helmut Newton negli anni Novanta tutto sul tema del silver, del metallo, come si era visto nelle sfilate di quell’anno, io arrivavo lì mica solo coi vestiti; ma con tutta una serie di accessori che andava dalle maschere da minatore ai guanti d’amianto. Tu dovevi portare tutto. Una volta in un altro servizio – avevamo quasi finito – lui chiese, per l’ultima foto: avresti mica un fazzoletto da naso con le iniziali, e io ce l’avevo, era quello della mia prima comunione. Dovevi pensare a qualsiasi cosa; e in questa mania assoluta di ricerca, ‘noi eravamo i tesorieri di questo scibile’”.

 

Lei per questi tesori voleva un caveau tutto suo: così nasce il leggendario appartamento di Milano, che accompagna il mito di Anna Dello Russo, un luogo fatato con 4.000 paia di scarpe “ma le altre cose erano anche di più, cappelli, vestiti, borse, accumulati in trent’anni. Serviva, era necessario per fare questo lavoro. Sono come gli strumenti di un chirurgo, devi averli a portata di mano”. L’appartamento, tipo deposito di Zio Paperone in cui sguazzare, sta di fronte a quello in cui vive, è famoso per non aver riscaldamento, che rovina i vestiti. Un regno fatato in cui sguazza nella sua ossessione, i vestiti, ma in realtà anche nell’appartamento della vita lo spazio umano si restringe e aumenta quello tessile: la cucina tolta e sostituita da armadi, e “sì, maglioni anche nel forno, vero”. Poi tutto ‘sto archivio, che era diventato famoso come il Duomo, a Milano, dietro corso Como, le è esploso addosso e lei a un certo punto ha cominciato a metterseli tutti, i vestitini, e ad andare alle sfilate non più da medium ma da messaggio.

 

“Ah, quello è stato con l’avvento del web e dello street style. Sarà stato il 2007” (si capisce che è un capitolo fondamentale e un’epoca insieme lontanissima, nel mondo velocissimo della moda). Quando la Ferragni era ancora Diavoletta 87 lei era già una star. Cambiandosi in macchina, o dove capitava, più e più volte al giorno, presenziava, e offriva il suo corpo all’obiettivo. “Tutti questi fotografi hanno cominciato a postare le foto di noi che andavamo alle sfilate”. Lo show si è trasferito fuori. Hai capito che più strani vi vestivate più vi fotografavano. “No, non è proprio così, piuttosto ho capito che gli editoriali che facevo sulle modelle adesso li potevo fare su di me, era semplicemente un altro canale: noi davamo un’interpretazione che poteva arrivare alle persone, erano anni che i giornali di moda erano troppo aulici, serviva una celebrazione della moda fuori dalle sfilate. Così ho cominciato a vestirmi come se andassi a una festa, invece che a una sfilata”. Il segreto di Anna Dello Russo è infatti che andava vestita soprattutto da sera, di giorno. Lo dice anche la sua fashion shower. “Lesson number five: Wearing night clothes in the day time is unexpected”. “A me piacevano gli eccessi, e poi ho sempre pensato: visto che la sera non esco mai, li metto di giorno, i vestiti. Coi gioielli che brillano di più alla luce del sole, è ancora più bello” (tra le regole dellorussiane, occhio al nero, “i materiali neri riflettono la luce in diverso modo, la luce mette in risalto tutti i difetti dei capi”). “Al di là di tutto”, dice, “vestirsi è un messaggio di divertimento, di autostima, di celebrazione. Sempre mantenendo una responsabilità. La moda comporta infatti una responsabilità pubblica: significa divertiti, esprimiti, parla. Osa, esci dal conformismo. E’ una forma anche di coaching. Perché diciamoci la verità: quando incontri quelle donne che ti dicono ‘non so cosa mettermi’ si ha a che fare chiaramente con una forma depressiva! Ci dev’essere un impegno, uno sforzo, per uscirne!”.

 

Lei in questa depressione, forse grazie ai consigli del padre psichiatra, o forse troppo impegnata a cambiarsi, vestirsi e rivestirsi, non c’è mai entrata. I risultati si vedono. Nel frattempo – forse per vestirsi ancora di più – si è sdoppiata, è diventata un marchio: AdR, “ei-di-ar”, come pronuncia lei in milanenglish. “Il marchio serve a proteggermi”. Proteggerla da cosa? “Dal pubblico, per tenere separate le due sfere, quella che sono io e quella che è la mia figura pubblica”. Un anno fa un librone celebrava tutte e due, l’AdR e la Anna Dello Russo, “ei-di-ar sarà tutto quello che volete che io sia”, dice, “ho fatto anche un calco di cera, di me stessa, il mio alter ego, in occasione del libro”. Più che un libro, una specie di scatola magica, con dentro una raccolta di figurine Panini fatta di lei con 300 diversi look, una raccolta dei suoi editoriali; le celebri sue regole di stile, tra cui: “Mai rosso e verde insieme (sembrereste un albero di Natale)”, “mai mettersi un cappotto o qualcosa sopra il vestito”; “scegliere, o il cappello o il trucco. Se mettete il cappello e il trucco sembrerete un travestito”. “Mettete un sacco di gioielli, il loro rumore vi distoglierà dai cattivi pensieri”.

 

E poi anche un diario, che parte dalla prima comunione a Bari. Ma dove sta il calco di cera, adesso? Nel trullo? “No, a Milano, nell’appartamento, ormai vuoto”. Perché il magazzino archivio nel frattempo “era diventato un fardello, mi sembravo Tutankamon nella tomba”, “quando una collezione diventa così ossessiva prende un aspetto che non è per niente healthy”, dice, quindi l’anno scorso ha fatto una grande asta benefica e ha smantellato tutto, dato via tutto a prezzo politico, “per vedere questi vestiti addosso a delle ragazze giovani, per vedere come li avrebbero reinterpretati”. E’ seguito party leggendario. E adesso tanto come archivio c’è Google.

  

Così oggi Anna Dello Russo, o AdR, pur coi suoi 1,6 milioni di followers, è una fashionista pacificata. Oltre a dirigere Tokyo pure da Cisternino, è “fashion brand ambassador e direttore scientifico” dell’istituto Marangoni, la fondamentale scuola di moda milanese. Insegna, “certo, ma a modo mio, faccio dei workshop, dei playground”. “Non faccio più tutto”, non si cambia più in macchina, insomma. Non va a tutte le sfilate. E mette in guardia. “Bisogna stare attenti, lavorare sull’interiorità, altrimenti risulta poi difficile stare a galla. Io me ne vengo a meditare nel trullo”. Qui la venerano. A Bari l’hanno appena incoronata giornalista dell’anno, col presidente della regione Emiliano che la stritola in un abbraccione. Quando sto qui, dice lei, “sto molto tranquilla. Dedico molto tempo allo yoga”. Niente feste memorabili come quelle descritte nel romanzo “Festa al trullo”, scritto dalla giornalista barese Chicca Maralfa (edizioni Les Flaneurs), appena uscito, chiaramente ispirato a lei. Narra di una fondamentale influencer che sta preparando l’evento dell’estate, in Salento, una gran festa naturalmente in masseria per il lancio di un nuovo brand, “Ciceri&tria”, come un piatto tipico della cucina salentina, ceci e pasta fritta. E accade un delitto.

 

“Pavesi aveva delle ossessioni, se mi chiedeva di portarle dei guanti bianchi intendeva solo guanti di capretto sottilissimo”

“Quando incontri quelle donne che ti dicono ‘non so cosa mettermi’ si ha a che fare con una forma depressiva!”

“Ah, ma io non ne so niente di questo libro, niente” dice AdR, che pure party ne fa ancora. Nei trulli e fuori. “Mah, qualcosa, ma per promuovere il territorio, per uno scopo sociale”. Celebre uno dedicato al pomodoro, l’estate scorsa, con invitati stilisti e modelli globali a far conserve e pelare pomodori in grembiule e pettorali guizzanti, coi gemelli Dean e Dan, pr, influencer, pure il modello professore di matematica “iconico” Pietro Boselli. Six pack e pummarola.

 

Il romanzo ha pure un finale apocalittico. Gli abitanti dei trulli infatti si ribellano all’invasione dei milanesi della moda; qualcuno considera anche la Xilella, la nota epidemia degli ulivi, una nemesi biblica alla “cultural appropriation” dei modaioli che qui son venuti a travestirsi da contadini, a fare le salse. Nel libro la protagonista si chiama Chiara, ma sembra proprio Adr, ei-di-ar. Dello Russo, ma lei della Ferragni si sente un po’ mamma o zia? “Direi più compagna, ecco, abbiamo vissuto lo stesso periodo”: e sembra contenta che sia un po’ finito.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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