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La fotografia di Letizia Battaglia: “Per me è stata salvezza e verità”

Alla Casa dei Tre Oci di Venezia una grande retrospettiva con scatti raccolti in sessant’anni di carriera: “Qui dentro c’è la mia vita”

7 Aprile 2019 alle 06:00

Venezia. Cosa significa fotografare e cos’è la fotografia se non uno dei mezzi più diretti per descrivere e raccontare la nostra società, i suoi innumerevoli e veloci cambiamenti, oltre alla maniera più efficace per alterare e modificare la realtà e la sua messa in immagine? Susan Sontag riteneva che fotografare fosse “un appropriarsi delle cose fotografate”, il porsi in una certa relazione con il mondo, e che le foto fossero “una nuova grammatica”, “un’etica della visuale”. Per Letizia Battaglia è un fatto mentale e fisico insieme. “Faccio sempre foto, la mia è un’esigenza fisica, però sono una persona prima che una fotografa”, racconta al Foglio. “La macchina fotografica mi ha permesso di essere me stessa e la fotografia è stata come un’acqua dentro la quale mi sono immersa, lavata e purificata, l’ho vissuta come salvezza e come verità”. “Con la macchina fotografica – aggiunge – sono diventata una donna più sicura e fotografare è stato ed è per me una maniera per portare il mondo dove vogliamo”.

  

Letizia Battaglia, Palermo 1 dicembre 2018 © Roberto Strano


 

La città della laguna la celebra con una mostra a dir poco spettacolare come la location che la ospita, la Casa dei Tre Oci, a Giudecca, una grande retrospettiva visitabile fino al 18 agosto prossimo che lei – “una giovane ottantaquattrenne con i capelli rosa”, come ama definirsi – ha visitato il giorno dell’inaugurazione e non prima, “perché va vista con la gente”. Si è affidata completamente alla curatrice Francesca Alfano Miglietti che, grazie al contributo di Marta Sollima e alle ricerche di Maria Chiara Di Trapani, è riuscita a recuperare e a mettere insieme trecento immagini, quasi tutte in bianco e nero, scattate in più di sessant’anni. “Sono foto che io non avrei mai pubblicato – precisa la Battaglia senza nascondere la commozione – ma qui dentro c’è la mia vita”. “Sono sbalordita, perché in tutto quello che ho fatto, anche la deputata e l’assessora alla Vivibilità urbana nella giunta Orlando, il periodo più bello della mia vita, non ho mai teorizzato nulla. Era sempre tutto lì, dentro di me, io ho solo interiorizzato la cosa con impeto e amore nonostante in alcuni casi fosse davvero molto difficile”.

 

“La fotografia è una parte di me, ma non è la parte assoluta, anche se mi prende tantissimo tempo. Fotografo quello che mi emoziona, è la mia vita, vi sono dentro tutte le mie gioie e le mie tristezze, sono tutti lì, in quegli scatti”. Qui in mostra ce ne sono trecento, ma sono tante, tantissime quelle realizzate fino ad oggi, un archivio immenso che si trova a Palermo e che la curatrice – conosciuta nel mondo dell’arte e non solo come FAM – ha aperto e stravolto fino a scovare qualcosa di nuovo e inaspettato.

 

Le foto della Battaglia, scatti dal grande valore etico e civile sono rimaste nella mente di tante persone, ma ciò che vi colpirà visitando questa mostra – organizzata da Civita Tre Venezie, promossa dalla Fondazione di Venezia e raccontata su carta da un prezioso catalogo pubblicato da Marsilio – saranno tante altre in bianco e nero che vi faranno scoprire una Battaglia insolita, quella meno conosciuta dal grande pubblico, una donna che è sempre andata alla ricerca della bellezza nonostante tutto. Sì, perché accanto alle foto di mafia scattate nella sua città natale, accanto agli omicidi, ai lutti, agli intrighi politici e a figure indimenticabili (da Falcone a Borsellino, da Peppino Impastato al giudice Cesare Terranova), ci sono uomini, donne, animali, coppie che si baciano, le bambine del quartiere Cala, a Palermo, le processioni religiose, i volti di Pier Paolo Pasolini, quelli del suo amato sindaco Leoluca Orlando, di Elvira Sellerio e di tanti altri, conosciuti e non, soprattutto donne, osservate e fotografate spesso anche nude. “Ho attrazione per la follia e per il corpo nudo femminile, ma non sono lesbica: se lo fossi, non mi nasconderei affatto, ma non ho interesse a fotografare uomini”, precisa la fotografa, da poco tornata dallo Utah dove al Sundance Film Festival di Robert Redford è stato presentato il film “Shooting the mafia”, a lei dedicato.

  

“Il corpo nudo femminile mi piace perché è felice, pulito, sereno e intelligente. Siamo nati nudi, ma ora, con tutte queste sovrastrutture che ci sono, con le mie foto cerco di fare dei miracoli, anche se lo faccio solo per un attimo”. Quello che vi troverete davanti, è, come ci ha fatto notare FAM, “un vero e proprio manifesto”, “un lavoro nato esponendo le sue convinzioni in maniera diretta, vera, politica e colta, un modo tutto suo per rivoluzionare il ruolo della fotografia di cronaca e non solo. In mostra, come ricordato, ci sono anche alcune foto che fece a Pasolini e alla coreografa e ballerina Pina Bausch, “due persone straordinarie che ho amato da lontano prima ancora di conoscerle”. Pasolini, ricorda accendendosi l’ennesima sigaretta, era quello che io volevo: la vita sincera, pulita, democratica e coraggiosa. Per me fu una luce, un vero mito come la Bausch. Non sapevo che sarei diventata una fotografa, ma li andai a cercare con la mia macchina fotografica. Con quell’oggetto al collo e poi tra le mani è stato tutto più facile e interessante, è stato tutto più sicuro”.

  

Proseguiamo la nostra visita tra i due piani del palazzetto veneziano da cui potrete godere una vista mozzafiato sulla laguna. Lei, che quando non è in viaggio per il mondo è a Palermo a gestire, tra non poche difficoltà, il Centro Internazionale di Fotografia, (inaugurato nel 2017 presso i Cantieri Culturali alla Zisa), è sconcertata davanti a un omaggio del genere (ancora più grande e diverso da “Per pura passione”, la mostra ospitata tre anni fa al Museo MaXXI di Roma), “una specie di santuario, ci dice, con molte foto mie che sono come tanti miei figli: li ami tutti, forse qualcuno un po’ di più, ma non lo puoi mai confessare”. Quella fatta a Rosaria Schifani, vedova del bodyguard di Falcone, Vito Schifani, è una delle poche ad occhi chiusi, “perché a volte lo sguardo può essere banale”.

 

“In lei cercavo una forza straordinaria e lei dentro ce l’aveva. Quando mi guardava era banale, ma con gli occhi chiusi riuscì ad assumere una forza straordinaria capace di far intuire tutto quello che c’era dietro. Le chiesi di chiuderli, perché il personaggio era potente e volevo restituirle potenza”. Quel volto, come molti altri presenti nelle sue foto, è il simbolo di Palermo, “una città arrabbiata, una città che sento malata e questo fa male”, la definisce lei che la vive e ama a suo modo. “Vorrei andare via , ma non ci riesco, perché lì ho ancora tante cose da fare. Ho 84 anni, ho i capelli rosa e voglio poter dire ancora molto, magari un domani tingendomeli di blu”.

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