L'archivio fotografico del Museo di Roma, mostra di città scorticata dal tempo

Stefano Ciavatta

Sarà aperta fino al 22 settembre “Roma nella camera oscura, dall’Ottocento a oggi”,l' esposizione di 320 immagini a cura di Flavia Pesci e Simonetta Tozzi

Lo scalone monumentale di Palazzo Braschi non si guasta mai. Per fortuna. E’ qui che ciclicamente si apre l’archivio fotografico del Museo di Roma, dalla prima grande mostra del ‘53 alla nuova “Roma nella camera oscura, dall’Ottocento a oggi”, esposizione di 320 immagini aperta fino al 22 settembre, a cura di Flavia Pesci e Simonetta Tozzi. Moderno archivio messo su nei decenni con un lavoro di ricerca senza precedenti (la foto, la cosa nuova dell’imago urbis dopo pinacoteche e gallerie) bussando a istituzioni, case, biblioteche, cantine di artisti e antiquari, soffitte della vecchia aristocrazia romana, e incrementato con le raccolte dei primi grandi collezionisti – il vaticanista del Corriere Silvio Negro, l’archeologo Valerio Cianfarani e lo studioso Piero Becchetti, triade che dovrebbe suonare a ogni romano come Fellini Flaiano Pinelli.

 

 

  

A due studentesse giapponesi racconto uno dei gioielli esposti, lo scatto di Carlo Baldassarre Simelli, pittore e soldato, poi fotografo papalino fino all’incontro esplosivo con l’archeologo inglese John Henry Parker, una specie di caposervizio che commissiona fondamentali reportage archeologici. Ecco le mura aureliane a Piramide, cinte d’assedio da una natura selvatica se le vigne son finite, all’orizzonte il deserto apostolico dell’agro. Ecco Roma antica spiaggiata come il Titanic sulla sabbia, circondata da una sterminata solitudine alla luce del sole (mentre il Titanic affonda al buio). Ecco un pezzo dello skyline del Grand Tour, il misto di miraggio e promessa di ogni città, orizzonte ormai perduto per sviluppo dell’urbe. Rimangono foto struggenti, come la scoperta di una barriera corallina a due passi dagli ombrelloni. Non c’è il sovrappeso della postproduzione digitale, sono foto senza nostalgia, la nitidezza non è una nostalgia. Si ha pietà di questa Roma scorticata dal tempo, che un’altra storia prenderà a cannonate proprio su quelle stesse mura a Porta Pia come nelle foto di Gioachino Altobelli e Ludovico Tuminello.

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