Chi l'ha detto che un libro per l'estate deve essere frivolo?

Manuel Orazi

La summa del filosofo e sociologo tedesco Simmel. Ce n'è per tutti

A torto si pensa che un libro per l’estate debba essere leggero, frivolo o inutile come l’ennesimo sciocchezzaio di Fabrizio Corona. Fra i migliori libri usciti in quest’estate sbalestrata c’è infatti Georg Simmel, Stile moderno. Saggi di estetica sociale (Einaudi), finalmente una raccolta ragionata e in nuova traduzione di un autore disperso fino a oggi in uno spezzatino fra piccoli e piccolissimi editori, che consente una visione sistematica dell’opera quanto mai asistematica del filosofo e sociologo tedesco.

    

Nato nel 1858, coetaneo di Edmund Husserl e John Dewey, Simmel è più noto attraverso le interpretazioni di allievi diretti – tutti di prim’ordine: Ernst Bloch, György Lukács, Walter Benjamin, Gianluigi Banfi – o esegeti postumi come Massimo Cacciari, che da giovane lo ha letteralmente saccheggiato. La sua prolifica asistematicità lo ha portato a confrontarsi con gli oggetti quotidiani della modernità emergente nel suo tempo, solitamente disprezzati ma ancora ben presenti fra noi. Ce n’è per tutti, c’è un saggio simmeliano per chiunque: potremmo consigliare Psicologia della discrezione a Giuseppe Conte, Filosofia dell’avventura ad Alessandro Di Battista, Sulla psicologia dell’imbarazzo al ministro Di Maio, Sociologia del pasto a Matteo Salvini, Ponte e porta a Papa Francesco, Sulla psicologia del denaro a Mario Draghi, Le rovine. Saggio di estetica al commissario per il sisma Giovanni Legnini, Filosofia della moda a Miuccia Prada, Psicologia del flirt a Silvio Berlusconi, Sociologia della socievolezza a Nicola Zingaretti, Filosofia del paesaggio al Ministro Franceschini e si potrebbe continuare. Unicuique suum.

    

Lo stile antiaccademico di Simmel, molto apprezzato viste le tante traduzioni coeve nel mondo anglosassone, lo ha lasciato ai margini dell’università sebbene alle sue conferenze berlinesi partecipasse un pubblico molto vario fra cui molte signore impellicciate e forse proprio per questo successo divulgativo, peccato capitale per l’accademia, ottenne una cattedra solo molto tardi, nel 1914 a Strasburgo cioè in una città di provincia posta sul fronte bellico e molto lontana dall’amata Berlino. Secondo Sigfried Kracauer, Simmel possiede una “capacità inesauribile nel dimostrare l’esistenza di analogie” e qui sta il suo fascino, nell’uso disinvolto dell’analogia appunto. Tutto il contrario del metodo scientifico insomma tanto che, oltre alle critiche dei suoi detrattori, Simmel ricevette anche quelle del suo ammiratore e amico Max Weber, costretto però ad ammettere come le intuizioni simmeliane apparentemente infantili e quasi magiche, scientificamente insostenibili, alla fine risplendessero rispetto alla limitatezza e povertà di quelle degli studi considerati autorevoli. Il saggio più celebre, che chiude il volume come una summa, è ovviamente La metropoli o la vita dello spirito, dove tutti gli elementi della modernità trovano una collocazione definitiva: “La grande città è sempre stata il luogo di elezione dell’economia monetaria, perché il carattere molteplice e la densità spaziale delle transazioni economiche assegnano al mezzo di scambio un’importanza che la vita economica di provincia, più frugale, non avrebbe mai potuto conferirgli”.

   

Da qui la mutazione antropologica dell’homo metropolitanus negli inediti caratteri del blasé e della civetteria: forme di autodifesa dall’intensificazione della vita nervosa nella grande città. “La civetteria propriamente detta deve far sentire al diretto interessato quanto sia labile il confine tra il ‘Sì’ e il ‘No’, quanto siano relativi quel negarsi che è forse una forma indiretta del concedersi e quel concedersi che ha come sfondo, a titolo di possibilità o di minaccia, l’eventuale revoca di ogni favore”: non si potrebbe spiegare meglio l’attuale trattativa sulle alleanze regionali fra i 5 Stelle e il Pd. Luogo di libertà economica e perciò anche di libertà individuale, la metropoli odiata allora dai Ruskin e dai Nietzsche – e oggi dagli Steve Bannon e gli Aleksandr Dugin, o tempora o mores – è invece amata da Simmel che però ne ha anche per i sovranisti delle aree interne, i cultori del genius loci agreste, spiegandogli perché ci piacciono tanto i paesaggi: “Ogni volta che invece di un prato, di una casa, di un ruscello e di qualche nuvola errabonda vediamo un ‘paesaggio’ facciamo né più né meno quello che fa l’artista quando isola un segmento nel flusso caotico e nel continuum infinito del mondo”, in altre parole ci sentiamo pittori mancati abbandonandoci all’estetismo e per questo vorremmo che le colline toscane o le vallate pugliesi coi trulli restassero immutabili come un quadro, immagine priva di vita cioè. La metropoli al contrario è sempre antiestetica e muta in continuazione. Quando uscì il libro su Goethe, José Ortega y Gasset scrisse che “finora l’unico leggibile è quello di Simmel, sebbene, come tutti i testi di Simmel, sia insufficiente, poiché quello spirito acuto, sorta di scoiattolo filosofico, non si poneva problemi sull’argomento che sceglieva, ma lo assumeva come una piattaforma su cui eseguire i suoi meravigliosi esercizi di analisi”.

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