Il servizio pubblico televisivo

Massimo Scaglioni
Vita e Pensiero, 128 pp., 10 euro

15 Febbraio 2017 alle 11:11

L’81,4 per cento degli inglesi ritiene che la Bbc sia in grado di servire “bene” o “molto bene” il suo pubblico. Un dato eclatante e significativo, impietoso se raffrontato con quello dell’italiana Rai: una grande inchiesta, contemporanea a quella inglese, rivela che la maggioranza degli italiani è insoddisfatta per la qualità (56,1 per cento) la trasparenza (64,5 per cento) l’indipendenza (71,7 per cento) e l’innovazione (77,2 per cento) del servizio pubblico televisivo. “Ha ancora senso difendere il servizio pubblico?”, si chiede perciò Massimo Scaglioni, docente di Storia dei media e di Economia e marketing dei media alla Cattolica di Milano. Siamo in presenza di “due fazioni ideologicamente connotate e poco comunicanti fra loro”, avverte Scaglioni: da un lato coloro che ritengono che il servizio pubblico sia non solo superato, ma dannoso per il benessere individuale e collettivo; dall’altro lato ci sono coloro che si inerpicano talvolta a immaginare il libro dei sogni, destinato a illustrare quello che la Rai dell’oggi e del domani dovrebbe essere. “A osservare la genericità e talvolta persino la bizzarria di certe proposte, verrebbe da dare immediatamente ragione ai nemici del servizio pubblico”, ciò nonostante Scaglioni si sforza di trovare una risposta affermativa alla cruciale domanda. Dopo avere descritto la genesi del servizio pubblico, frutto di una serie di circostanze storiche particolari e ben individuate, l’autore si sottrae saggiamente al gioco insidioso delle definizioni: “Non c’è affatto bisogno di definire cosa sia la buona televisione, basta saperla riconoscere”. A partire dagli anni Ottanta, quasi tutti i sistemi televisivi europei introducono il principio della concorrenza fra pubblico e privato/commerciale, perciò la nozione stessa di servizio pubblico viene idealizzata retrospettivamente, nel momento in cui esso entra in crisi. La tv pluralista e generalista, finalizzata alla diffusione della cultura, prospera nel mito del controllo e degenera in un’informazione iper-politicizzata, fino ad assumere una centralità “quasi grottesca”. Negli anni Duemila questa situazione si sgretola, poiché si passa rapidamente dalla scarsità all’abbondanza dell’offerta. Nel 2000, le sette principali reti generaliste controllavano il 95 per cento dell’ascolto, nel 2016 sono scese al di sotto del 60. “Il problema più grosso e urgente del servizio pubblico in Italia è un deficit di legittimità”. “Il servizio pubblico deve essere ripensato sempre di più come un ‘bene comune’, poiché una buona qualità nella comunicazione, un sistema che produce qualità nell’informare (…) sono valori per nulla scontati e garantiti, da difendere oggi come ieri”.

 

IL SERVIZIO PUBBLICO TELEVISIVO – MORTE O RINASCITA DELLA RAI?
Massimo Scaglioni
Vita e Pensiero, 128 pp., 10 euro

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