Un tedesco contro Hitler

Sebastian Haffner
Skira, 256 pp., 19 euro

Un uomo come tanti, un tedesco con tanta voglia di imparare e di cambiare, un conservatore liberale cresciuto in una famiglia di funzionari prussiani devoti allo stato e fedeli alle sue istituzioni. Studiò legge per diventare giudice, ma solo “per compiacere i suoi genitori”; aveva molti amici ebrei, tra cui una giovane donna con cui aveva un rapporto d’amore e d’amicizia allo stesso tempo e disprezzava tutto quello che stava accadendo a Berlino, soprattutto in quei dodici mesi in cui Hitler fece di tutto. Quella città, la osservò prima da lontano – da Londra, dove emigrò nel 1938 per fuggire al nazismo – poi da molto vicino – quando decise di proporsi come inviato proprio da lì per il quotidiano Observer, ruolo che ricoprì fino al 1961, anno della costruzione del muro. Era questo Sebastian Haffner (1907-1999), scrittore, giornalista e storico tedesco, la cui storia personale, assieme a quella del suo popolo e della sua nazione, è lui stesso a raccontarcela in questo libro (Geschichte eines Deutschen è il titolo originale) scritto alla fine degli anni Trenta, ma tornato alla ribalta solo negli anni Duemila. Nella Germania di quegli anni – una grande democrazia europea forte della sua tradizione culturale e filosofica – Hitler riuscì in poco tempo a diventare cancelliere, ad abolire i partiti politici e i sindacati, ad approfittare dell’incendio del Reichstag per togliere di mezzo i comunisti e a riportare persino il paese alle urne, ottenendo così dal popolo pieni poteri. L’intera società – dalla funzione pubblica alle attività forensi – venne militarizzata e furono promulgate le prime disposizioni contro la comunità ebraica tedesca. “Di continuo, energumeni in camicia bruna irrompevano negli uffici o in luoghi pubblici e malmenavano gli ebrei lì presenti, gettandoli in strada”, scrive l’autore che – come ricorda Sergio Romano nella prefazione all’edizione italiana (tradotta da Claudio Groff) – disapprovava tutto questo, ma era convinto, all’inizio, che una tale follia non potesse durare”. Nel momento del suo maggiore successo il Partito nazista aveva conquistato il 44 per cento dell’elettorato. “Era una percentuale importante – fa notare Haffner – ma dove era il 56 per cento che non aveva votato per Hitler, perché non si alzava in piedi e non gridava il suo ‘no’ a quella brutale esibizione di forza e arbitrio?”. Da un lato, dunque, c’era uno stato presente, forte e brutale, dall’altro un privato cittadino, anonimo e sconosciuto che non era preparato all’aggressione di cui era vittima e che venne a trovarsi esclusivamente e continuamente sulla difensiva, non desiderando altro che proteggere ciò che, a torto o a ragione, considerava la sua personalità, la propria vita e la propria privata onorabilità. Come era possibile, dunque, che un grande popolo civile accettasse di rinunciare alla propria autonomia intellettuale quando veniva costretto a gridare “Heil Hitler!” di fronte a una croce uncinata o di balzare in piedi se la radio trasmetteva un suo discorso? Fra terribili minacce – scrive Haffner – quello stato pretendeva che il privato cittadino abbandonasse i suoi amici, lasciasse le sue ragazze, rinunciasse alle proprie idee, salutasse in modo diverso da come era abituato, mangiasse e bevesse cose diverse dalle solite, impiegasse il tempo libero in occupazioni detestabili, rinnegasse il proprio passato e il proprio Io, e, cosa fondamentale, mostrasse costantemente nei riguardi di tutto questo il massimo entusiasmo e la massima riconoscenza”. Con il suo libro, sicuramente necessario, l’autore ragiona e fa ragionare analizzando il tutto con una lucidità a tratti disarmante, ma la morale non c’è perché – nonostante ne abbia una “che attraversa tutto e va oltre il tutto” – è quella muta la più efficace e non va affatto dimenticata.

 

UN TEDESCO CONTRO HITLER
Sebastian Haffner
Skira, 256 pp., 19 euro

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