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Separare le carriere dei giornalisti e dei pm. Dove guarda il Foglio?

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

18 Giugno 2020 alle 06:00

Al direttore - Più lapsus per tutti!

Giuseppe De Filippi


 

Al direttore - Tomo tomo cacchio cacchio il sistema di disinformazione continua a titolare su Mafia capitale nonostante la Cassazione abbia deciso che mafia non era. Tra la procura e i giornaloni non solo a Roma esiste un rapporto di collusione organico. Chi indaga?

Frank Cimini

 

Prima ancora che quelle di giudici e magistrati, le carriere che andrebbero separate sono quelle di pm e giornalisti.


 

Al direttore - Leggo che un giornalista radiofonico ha connotato il Foglio come un giornale che “fa riferimento alla destra” e che come conseguenza uno dei vostri collaboratori, uno che da 23 anni scrive sul Foglio tutto quello che gli passa per la testa, si arrovella se il Foglio lo sia davvero di destra. Me ne stranisco dato che per quanto mi riguarda la distinzione tra destra e sinistra conta zero e per quel che è dei libri che leggo, delle persone che incontro a cena, dei quotidiani che compro al mattino, delle cosucce che scribacchio. Ho detto zero ma forse dovrei dire meno di zero. Nel senso che me ne strafotto altissimamente se quando scrivo di Elias Canetti, o del giovane Indro Montanelli, o di Gianni Rodari, o di Morgan, o di Roberto Calasso sto percorrendo un sentiero caro alla sinistra o alla destra. Quale sinistra, quella del 1917 cui riuscì il gran botto a San Pietroburgo? Quale sinistra, quella che nel 1948 tifava alla grande per l’Urss del compagno Stalin? Quale sinistra, quella che dopo gli scioperi cruenti dei primi anni Sessanta aveva puntato tutto sulla classe operaia occupata nelle grandi concentrazioni industriali? Quale sinistra, quella dei tardi anni Sessanta che aveva piluccato un po’ dal femminismo, un po’ da Basaglia e un po’ dai ragazzi che scalpitavano sui pavé parigini? Quale sinistra, quella che innalzò al sole i pubblici ministeri di Tangentopoli, alcuni dei quali hanno detto vent’anni dopo che la loro azione aveva fatto un baffo alla cancrena rappresentata dalla corruzione in politica? Bravissime persone, figuriamoci. Solo che di quel mondo non esiste più una sola particella da almeno trent’anni. Siamo in un nuovo millennio, bellezza, e la linea che separa il Bene dal Male è terribilmente zigzagante. Gli operai delle grandi concentrazioni industriali non esistono più, il “comunismo” reale lo sappiamo tutti che nella realtà è stato zozzo quanto il “nazismo” reale, le topografie basate sulla lotta di classe ottocentesca non valgono più un soldo, di brave persone che si dicono di sinistra ce n’è tante ma altrettante che si dicono di destra. O per meglio dire questa è la realtà che si presenta a uno che non sia insozzato dallo spirito di fazione, da pregiudizi intellettualmente primitivi, dalla fiducia in nenie arrugginite da quanto sono vecchie e prevedibili e non mordono più sulla realtà.

Parlo di cose che ho sperimentato talvolta dolorosamente sulla mia pelle e non perché cercassi candidature o prebende a destra. Manlio Sgalambro era una figura autorevole della città (Catania) in cui ho vissuto la prima parte dei miei vent’anni. Più d’uno mi ha riferito un suo giudizio, che lui preferiva “il giovane Mughini” al Mughini successivo e adulto. Ossia preferiva il me stesso che sproloquiava all’università per poi tornare a casa dove trovava bell’e pronta la pappa che mia nonna aveva messo in tavola, e non il me stesso dai 34 anni in poi che lavorava tutte le domeniche e tutti giorni festivi per averne un reddito su cui pagava il 50 per cento di tasse. E dico le tasse perché pagarle e pagarne tante è un gran bel modo di avere un ruolo positivo nella società in cui vivi e ti muovi. Dipendesse da me, lo indicherei nel mio biglietto da visita e mentre invece provo solo spregio il più assoluto per le chiacchiere vacue, per le raccomandazioni morali, per le autocelebrazioni etiche (“io sì che sono migliore di voi e che mi sta a cuore il bene del popolo, la sorte degli ultimi” e così via via cianciando). Se questo è vero in generale è poi vero cento volte quando parliamo di roba scritta sui giornali. E’ di sinistra o di destra quello che scrivono Annalena Benini, Camillo Langone, Salvatore Merlo, Simonetta Sciandivasci, Michele Masneri, Giulio Meotti? Dirò di più, e prendo proprio il caso di Meotti. Io non condivido al cento per cento il suo animus, penso anzi che stia sempre a una determinata latitudine morale e intellettuale: solo che quello che scrive è per me sempre interessante, sempre imparo qualcosa di quel che succede al mondo e nei giornali, ci tengo proprio a non lasciarmi sfuggire i suoi parti. Langone? A essere grossolano (e non è il mio caso) potresti definirlo come uno che ha delle radici nelle destre spirituali, e chi se ne frega? E’ il suo bello, il suo sapore, è quello che rende scalpitanti e imprevedibili le sue asserzioni. Io sono felice quando una cosa sua sta a fianco di una cosuccia mia. Mi direte, ma quello che conta è la linea di un giornale. In primo luogo non è vero, e lo dimostrano tutti i giornali al mondo. Nel Libero di dieci anni fa cui collaboravo, le pagine più elettrizzanti erano quelle di Giampaolo Pansa, che non era armonico alla linea del giornale. Al Fatto io non mi perdo mai Paolo Isotta e Pietrangelo Buttafuoco, una spezia indispensabile a quel giornale. Voglio dire che meno uniformità e meno prevedibilità c’è e meglio è per tutti. Giornali ferreamente compatti nel predicare il Bene (più spesso il Bene da quattro soldi) sono i migliori per farti appoggiare la testa al cuscino e dormire. Chi è che oggi ha la ricetta giusta e assoluta per risolvere tutti i guai del presente? Nessuno, ma proprio nessuno. Io stesso quando inizio un articolo non so minimamente come lo finirò, non so se sarò d’accordo con me stesso. Quasi sempre in tutte le questioni che contano, sono d’accordo con Tizio al 35 per cento, con Caio al 50 per cento, con Isidoro al 15 per cento. E allibisco quando leggo di un grande giornale americano in cui è stato licenziato il responsabile della pagina delle “Opinioni” perché aveva osato pubblicare il pezzo di un signore favorevole all’uso dell’esercito quanto al parare la violenza che sta demolendo le città americane e di cui non sappiamo quanto demolirà fra non molto le città europee e italiane. Io quell’articolo lo avrei letto eccome, strafottendomene se apparisse come un testo di destra o di sinistra.

Giampiero Mughini

 

Siamo semplicemente foglianti. E grazie.

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