Non si può semplificare la democrazia come un sistema nel quale c'è chi delega e chi decide

Anche l’unto dal Signore, il Messia, può sbagliare. Una democrazia non può più funzionare se rinuncia alla fase “deliberation”. Parla Sabino Cassese

Professor Cassese, Di Maio ha dichiarato l’11 ottobre 2018 “se la Banca d’Italia vuole un governo che non tocca la Fornero, la prossima volta si presenti alle elezioni con questo programma”. Salvini, rivolto ai giudici, ha dichiarato il 28 febbraio 2019: “Se c’è qualcuno a cui non va bene, si tolga la toga, si presenti alle elezioni”. Il 24 marzo 2019, rivolto a un giovane immigrato che si era meritato con il suo coraggio la cittadinanza italiana e ne aveva proposto la concessione anche ai suoi compagni, “vorrebbe avere lo ius soli? E’ una scelta che potrà fare quando verrà eletto parlamentare”.

“Si faccia eleggere”, per prendere decisioni. L’eletto come nuovo Messia, l’unto dal Signore. Un punto di vista sbagliato, che non corrisponde alla realtà. Infatti, quel sistema politico che chiamiamo oggi democrazia non consiste solo in elezioni. Quasi tutti gli ordinamenti moderni mettono accanto e insieme alle elezioni altri strumenti. E ciò per due motivi, che riguardano uno il passato lontano delle democrazie, uno il passato recente. Le democrazie si affermano dopo i regimi liberali, con i quali per qualche tempo convivono in uno stato di tensione, ora superato dal fatto che gli ordinamenti attuali sono riusciti a mettere insieme in modo armonico elementi liberali e elementi democratici. Più tardi, nel secolo scorso, è accaduto che ordinamenti democratici (la Repubblica di Weimar e prima il Regno d’Italia) si siano trasformati in regimi autoritari e totalitari. Donde la lezione che delle elezioni non ci si può fidare, perché il popolo può sbagliare. Di qui la necessità di correttivi.

 

Quindi, le democrazie sono sistemi misti.

Proprio così, come l’antica Roma, che aveva un elemento democratico (i tribuni del popolo), uno aristocratico (il senato), uno monarchico (i consoli).

 

E gli attuali sistemi politici?

Per quanto possa sembrare strano, rimane un criterio “capacitario” come limite al suffragio nell’indicazione di una età minima alla quale si può essere eletti e si può leggere. Non tutto il popolo partecipa alle elezioni, ma chi ha più di 18 anni o di 25 e non tutti possono esser eletti, ma solo quei cittadini che hanno più di 25 anni o più di 40, a seconda dell’organo rappresentativo (Camera o Senato, in sede nazionale). Perché il requisito dell’età? Perché si assume che col passare degli anni si acquisti esperienza e capacità di ponderazione. Comunque, aggiungo che anche una forza politica come il M5s, prima sostenitore della tesi che “uno vale uno” (cioè che siamo tutti eguali, indipendentemente dalle conoscenze, competenze e di altro) per scegliere i candidati alle elezioni europee 2019, ha stabilito un sistema chiamato “meriti”, per premiare chi aveva titoli di studio e persino cosiddetti “supercompetenti”.

 

Gli altri criteri e limiti che si aggiungono alle elezioni?

Per quanto possa apparire strano, il fatto che democrazia significhi ripetute elezioni e diverse elezioni (a diversi livelli). Ci vedo un segno del fatto che anche l’unto dal Signore, il Messia può sbagliare: meglio dargli modo di correggersi, e meglio dare al popolo la possibilità di votare in tempi e modi diversi (elezioni europee, nazionali, regionali, comunali). E altresì di esprimersi direttamente, mediante referendum.

 

Così, però, siamo sempre nel sistema elettorale.

E ci restiamo con la differenziazione della durata nelle cariche, in Italia limitata (ad esempio, 7 anni per il Presidente della Repubblica, 5 per i due rami del parlamento, 9 per la durata nella carica dei giudici costituzionali, che però hanno ciascuno una durata diversa, e quindi ruotano). Negli Stati Uniti, la differenziazione delle durate è ancora più accentuata: 4 anni più 4, al massimo, il presidente, 6 anni i senatori (ma con rinnovo ogni due anni di un terzo dell’assemblea), due anni i membri della Camera dei rappresentanti, senza limiti i giudici costituzionali, che possono restare nella carica a vita. Usciamo dalle elezioni con un altro accorgimento, che risale al 700, la separazione dei poteri. In altre parole, il potere non è concentrato in una mano sola. Quindi, c’è un gioco tra i titolari dei poteri. Un esempio è dato dai conflitti che videro, per circa sei mesi, su sponde opposte il presidente della Repubblica Gronchi e il governo, a proposito delle nomine governative (Gronchi voleva che gli fossero comunicate previamente) e della lettera di Gronchi al presidente americano Eisenhower (che il governo non voleva trasmettere) (su questa vicenda sappiamo ora quel che è scritto nei diari di Segni, A. Segni, Diario (1956 – 1964), a cura di S. Mura, Bologna, il Mulino, p. 46, 104, 120, 135-137, 140-142 , 145, 149 – 150).

 

Finisce qui questa concezione “larga” della democrazia?

Nient’affatto. Quel regime misto che chiamiamo democrazia è anche fatto di “deliberation”, discussione prima di decidere, dibattimento. Gli eletti non sono ambasciatori, come rilevò Edmund Burke nel famoso discorso agli elettori di Bristol del 1774; cioè, non sono porta-parola. In Parlamento c’è un dialogo governo-opposizioni. La manifattura delle decisioni è estremamente complessa, non si risolve a colpi di maggioranza, né con un sì o un no. Anche perché le decisioni da raggiungere non si risolvono in un bianco/nero. Vi sono molte sfumature intermedie, compromessi, posposizioni, rinvii. Non si può semplificare la democrazia come un sistema nel quale c’è chi delega e chi decide.

 

Di tutto questo fa parte la contrapposizione maggioranza-opposizioni.

Per Schumpeter la democrazia è, infatti, “competizione che ha per oggetto il voto popolare”. E la Costituzione italiana, all’articolo 49, prevede che i partiti “concorrano” per la formazione della politica nazionale. Qui c’è una carenza che si fa sentire, quella di una vera opposizione, che ha trovato un leader dopo un anno di silenzio, non ha ancora una offerta politica, non ha una sua “idea di società” (per adoperare l’espressione usata da Emanuele Felice su “La Repubblica” del 12 dicembre 2018; ma di Emanuele Felice bisogna ora leggere tutto il “diario civile” contenuto nell’ultimo suo libro, Il Sud, l’Italia, l’Europa, Bologna, il Mulino, 2019) sta raccogliendo una squadra, non riesce ancora a stabilire un rapporto con la propria base.

 

E il rapporto tecnici e politici, élite e popolo, esperti e gente comune?

Qui bisogna partire da un dato di fondo, così bene analizzato da Tullio De Mauro. In Italia, la metà degli abitanti appartiene a tre categorie, analfabeti, analfabeti di ritorno, semianalfabeti. Di qui la necessità di un forte impegno nella scolarizzazione e nella politicizzazione della cittadinanza, distinguendo la politica dalle politiche e facendo in modo che la prima non oscuri le seconde, convincendo i “media” e chi ci lavora che una parte del compito educativo spetta anche a loro, cercando di far capire che i fatti sono cosa diversa dalla narrazione dei fatti e che gli orientamenti e le decisioni debbono maturare sulla base dei fatti, non sulla base della percezione dei fatti.

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