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C’era una volta la cupola

L’arresto di un boss di 28 anni e la cupoletta siciliana che non deve fare paura come la mafia di un tempo

22 Gennaio 2019 alle 20:44

C’era una volta la cupola

L'arresto di Leandro Greco (foto LaPresse)

C’era una volta la cupola: cupa e roboante, tetra e scellerata. E dentro la cupola c’erano i boss, tragici ed efferati, che ordinavano stragi e delitti, che accumulavano potere e miliardi, che intessevano collusioni e complicità, che taglieggiavano costruttori e imprenditori, che ricattavano la politica, che sfidavano la legge e anche lo Stato.

 

E al vertice della cupola c’era lui, Michele Greco, detto “il Papa”, che dalla sua villa di Favarella, con vista su Palermo e la Conca d’oro, governava la vecchia e la nuova mafia: quella di Stefano Bontade, detto “il Principino”, cresciuto nella cosca di Santa Maria di Gesù; e quella di Totò Riina, spavaldo e sanguinario capo dei corleonesi. Erano gli anni Settanta.

 

Era il tempo del dominio malvagio di Salvo Lima e Vito Ciancimino, proconsoli andreottiani di Sicilia; era il tempo dei terribili cugini di Salemi, Nino e Ignazio Salvo, spregiudicati esattori delle tasse; era il tempo dei morti ammazzati, che in un anno si contavano a cento a cento. Ma era anche il tempo – e siamo già negli anni Ottanta – in cui nasceva, nelle istituzioni e nei palazzi di giustizia, un’antimafia altrettanto forte e altrettanto dura, fatta di coraggio e di senso dello Stato. Era l’antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di Rocco Chinnici e Peppino di Lello.

 

Quella che da lì a poco avrebbe portato nell’aula bunker dell’Ucciardone oltre quattrocento padrini – da Luciano Liggio a Leoluca Bagarella – inchiodati dietro le sbarre da prove inoppugnabili e dalle rivelazioni di due pentiti, Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno, che fino a pochi mesi prima avevano vissuto con loro tutte le nefandezze della criminalità organizzata. “Giudice, lei è il Maradona del diritto: quando prende la palla non gliela leva nessuno”, disse Michele Greco a Giovanni Falcone nel giorno in cui si ritrovò in manette. Era il 20 febbraio 1986.

 

Per fortuna – ripetiamolo: per fortuna – quella mafia padrona, spietata e stragista, non c’è più. Lo Stato ha vinto e Cosa nostra ha perso. Dei grandi boss non è rimasto in piedi nemmeno uno: molti, da Totò Riina a Bernardo Provenzano, sono finiti al camposanto; tutti gli altri, da Pippo Calò a Leoluca Bagarella, sono murati a vita dietro i rigori del carcere duro. Con la conseguenza che del vecchio impero del male resta solo una scalcagnata cupoletta; il cui boss, mostrato martedì in manette dai carabinieri, altro non sarebbe che un ragazzo spocchiosetto di 28 anni: Leandro Greco. Nipote, manco a dirlo, di Michele Greco, “il Papa”.

 

“Una brillante operazione antimafia”, hanno dichiarato magistrati e investigatori dopo avere fornito nel corso di una conferenza stampa l’elenco dei sei malavitosi finiti nella retata assieme al giovane Greco. Vincenzo Lo Voi, procuratore di Palermo, ha detto che si tratta di “mafiosi di alto lignaggio”, ma si è guardato bene dall’ostentare l’enfasi e l’orgoglio dei grandi momenti. Del resto, che mafia sarà mai quella guidata da un picciottello di primo pelo, che mentre esce dalla caserma “Carini” per essere trasferito al carcere di Pagliarelli manda bacetti agli amici radunati lì, davanti al portone, per tributargli un’ultima deferenza? Che mafia sarà mai quella che ha scelto come proprio capo un ragazzo col giubbotto a colori e scarpe Nike, senza arte né parte; uno sbarbatello dalla faccia gelida che, per darsi una caratura da mammasantissima, aveva rinunciato al proprio nome e si faceva chiamare Michele, come il nonno, allo scopo di dire ai gregari e alle altre mezze tacche che l’erede del grande boss era lui e solo lui?

 

Più che una mafia, sarà stata forse una mafietta. Pericolosa, certo: perché qui anche una piccola mala pianta può diventare, crescendo, un albero selvaggio di intimidazione e violenza, di sangue e terrore. Ma niente a che vedere con la “grande mafia tentacolare” evocata senza tregua dai professionisti dell’antimafia per alimentare la paura della gente ed evocare sempre nuove e forcaiole leggi d’emergenza.

 

Per carità, se lo Stato ha vinto e Cosa nostra ha perso, il successo si deve non solo agli eroi che hanno pagato il proprio coraggio con la vita – da Falcone a Borsellino, dal commissario Montana al vice questore Cassarà, dal generale Dalla Chiesa al capitano Basile – ma anche a tutte le persone oneste che hanno semplicemente fatto il proprio dovere. Un merito non secondario va pure a tutte le strutture – Procura nazionale, Direzione investigativa antimafia, Commissione parlamentare – che lo Stato ha creato per contrastare in maniera robusta e decisa un fenomeno che, soprattutto nella maledetta stagione delle stragi, tentava di incuneare nella vita democratica il corpo maligno dell’arroganza e della sopraffazione. Punti fermi, non c’è dubbio. Da ringraziare e preservare.

 

Ma sull’antimafia delle chiacchiere, e anche degli affari; sull’antimafia che distribuisce patenti e costruisce carriere forse un discorso andrebbe fatto: fino a quando continueranno a impastare, per sopravvivere, una colossale impostura fatta di cosche inespugnabili, di picciotti infiltrati in ogni angolo potere, di regie occulte e trame oscure, di boss che pilotano appalti, di un mondo corrotto dove tutto è marcio e tutto è scandalo?

 

Al tempo di Michele Greco, detto “il Papa”, queste scempiaggini erano magari possibili: c’erano i morti ammazzati, c’erano i sanguinari corleonesi, c’erano i kalashnicov, c’era il tritolo. Oggi invece il capo dei capi – o presunto tale – è un ragazzino di 28 anni. Il nipotino di Michele Greco. Un mafiosetto di terza generazione. Un rimasuglio della grande mafia. Un piscialetto che si trincera dietro il nome del nonno e che, mentre lo spediscono in galera, manda bacetti a perenti e amici.

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