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L'incontro Trump-Kim è una trappola?

Per gli ottimisti il valore del dialogo va oltre ogni rocambolesca trattativa, i mediamente ottimisti dicono sì al dialogo ma non con le modalità di Trump, i pessimisti che la storia ci ha insegnato che ogni negoziazione con la Corea del nord è destinata a fallire

10 Marzo 2018 alle 11:37

L'incontro Trump-Kim è una trappola?

Foto LaPresse

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In primo piano: è una trappola?

  

È del Nikkei Asian Review l'infografica più bella sul possibile incontro tra Trump e Kim Jong-un 

   

In una settimana sono successe un mare di cose sul fronte nordcoreano. E' la settimana che effettivamente potrebbe cambiare le relazioni della Corea del nord con il resto del mondo. Oppure no. Ma siamo di fronte a una grande opportunità.

 

Cosa li ha resi così improvvisamente concilianti?

La risposta a questa domanda è particolarmente complicata. Perfino in Corea del sud c'è parecchia incredulità, perché tante concessioni, tutte insieme, devono nascondere per forza una qualche necessità, o un obiettivo. Che potrebbe anche essere, semplicemente, la necessità di cambiare i rapporti con anzitutto con il Sud.

Kim Jong-un potrebbe aver sentito ormai insostenibile il peso delle sanzioni economiche, che dal novembre dello scorso anno sono più dure che mai - come abbiamo già scritto su Katane varie volte.

Il potere centrale di Pyongyang potrebbe poi essere in difficoltà con l'Amministrazione Trump, che finora ha risposto a tono a ogni provocazione, anzi, perfino abbassando il livello. Potrebbe essere poi "genuinamente spaventato" dall'idea di un attacco militare, notizia che era girata sempre più insistente fino alla scorsa settimana.

 

Ora, il mondo degli analisti e dei politici è diviso in tre: ci sono quelli ottimisti, che dicono che il valore del dialogo va oltre ogni rocambolesca trattativa, quelli mediamente ottimisti, che dicono sì al dialogo ma non con le modalità di Trump, e ci sono i pessimisti, che dicono che la storia ci ha insegnato che ogni negoziazione con la Corea del nord è destinata a fallire e l'unica soluzione è la massima pressione, quando non lo strike militare.

 

Una cosa è certa: il dialogo, la negoziazione, anche se per breve tempo, allenta la tensione e quindi il pericolo di incidenti. Ci allontana, quindi, dall'idea sempre più concreta di un conflitto. Ed è un bene. Ma le cose potrebbero pure andare malissimo.

 

Jeffrey Lewis, capo del programma di non proliferazione dell'Asia orientale all'Istituto di studi internazionali Middlebury, su Twitter è uno dei più seguiti quando si parla di questioni nordcoreane. Ha scritto su FP che la Corea del nord per anni si è disperata pur di avere un presidente americano a Pyongyang, cosa che naturalmente la Casa Bianca ha sempre evitato. Quindi, a ben guardare, accettare l'invito di Kim Jong-un per l'Amministrazione Trump è effettivamente una concessione fatta alla Corea. E mentre Trump va all'incontro sperando di trattare la denuclearizzazione, Kim si sta preparando per nient'altro che una visita di stato. (Anche se non è detto che il Potus andrà a Pyongyang). Molto simile è la posizione di Victor Cha, lo ricordate?, l'uomo che avrebbe dovuto essere ambasciatore americano a Seul - una poltrona che è ancora incredibilmente vuota - ma che all'ultimo momento era stato allontanato, molto probabilmente per le sue posizioni critiche sulla possibilità di un intervento militare. Beh, Cha ha scritto sul Nyt un editoriale poche ore dopo l'annuncio, nell'evidente tentativo di mandare qualche suggerimento al presidente. Perché la Casa Bianca in questo momento, dopo le dimissioni di Joseph Yun (un altro storico negoziatore) è praticamente priva di vecchi esperti di Corea del nord. Cha scrive qualche consiglio, tra le righe, e poi chiude con un messaggio piuttosto chiaro: partitre con una negoziazione ai massimi livelli, tra leader, vuol dire mettere tutto sul piatto della diplomazia. Se il negoziato fallisce, non hai più nessuna altra arma, se non la guerra.

 

Cosa vuole la Corea del nord dall'America? Cosa chiederà?

Non sappiamo niente di quello che effettivamente ha promesso Pyongyang. Sappiamo solo quanto riportato dalla delegazione sudcoreana, e sulla stampa ufficiale nordcoreana non c'è alcun accenno alla "denuclearizzazione". L'ambasciatore nordcoreano alle Nazioni Unite, Pak Song Il, ha scritto in una email a Anna Fifield e David Nakamura del Washington Post che "l'incredibilmente coraggiosa decisione del Supremo Leader" servirà a conseguire la pace nella penisola. Niente di più.

 

Per capire meglio la strategia nordcoreana bisogna far ricorso alla propaganda. Sempre Lewis ricorda un recente film colossal nordcoreano che si chiama "The Country I Saw", che parte dalla vita di un professore di Relazioni internazionali giapponese (quindi nemico) che smette di preoccuparsi per i test nucleari nordcoreani. Perché? Perché ha capito che servono solo a "parlare" con l'America (l'altro nemico). Qui c'è la recensione del film.

 

Per capire meglio, invece, cosa è andato storto negli ultimi negoziati con la Corea del nord Bob Gallucci, storico negoziatore dei Clinton, usa l'immagine di uan famosa striscia dei Peanuts: Lucy che convince Charlie Brown a giocare a football, Charlie Brown che prende la rincorsa per calciare la palla e Lucy che gliela sfila via subito prima dell’impatto con il piede, facendolo volare per terra.

 

Prima dell'annuncio del summit Trump-Kim, avevo scritto questo pezzo sul "peggior scenario". William Newcomb, visiting scholar allo US-Korea Institute della Johns Hopkins SAIS ma soprattutto ex membro del panel di esperti dell’Onu che studia il funzionamento delle sanzioni, mi ha detto: "L’omicidio del fratellastro di Kim con il nervino VX ha mostrato la capacità e la volontà di Pyongyang di usare le armi chimiche". Tra quattro giorni il nuovo report degli esperti dell’Onu sarà pubblicato, e per Newcomb quello "mostrerà l’importanza e rafforzerà l’urgenza di  riuscire in questi negoziati e porre fine al programma nordcoreano che minaccia la pace e la sicurezza. Quei dati ci serviranno anche come lente attraverso la quale il mondo potrà vedere la vera natura del regime, in netta contrapposizione con la maschera indossata durante i Giochi olimpici”.

 

La location

Come si trova un posto dove due come Trump e Kim si stringono la mano? Per Kim Jong-un la soluzione migliore sarebbe Pyongyang, per ovvi motivi propagandistici, ma è possibile che almeno su quello la Casa Bianca fermi il presidente. C'è poi il problema che Kim jong-un da quando ha preso il potere non è mai uscito dalla Corea del nord (almeno per quanto ne sappiamo noi). La Zona demilitarizzata sarebbe perfetta: è un luogo sicuro per entrambi. Pechino potrebbe essere una soluzione per consegnare alla Cina un ruolo (per i motivi di cui sotto) - ma sarebbe un ulteriore smacco alla Cina, in realtà, visto che Kim non ha mai chiesto di vedere Xi (per quanto ne sappiamo). C'è poi l'opzione "paese neutro", tipo la Svizzera, dove Kim ha studiato, o la Svezia, che cura i rapporti americani in Corea del nord. La più suggestiva opzione venuta fuori in queste ore è quella dello "Ship Summit", cioè una nave in mezzo alle acque internazionali: ricorda il vertice tra Reagan e Gorbachev al largo di Malta nel 1989, poche settimane prima della caduta del Muro di Berlino.

 

La reazione cinese

Difficile da interpretare. Donald Trump e Xi Jinping nella giornata di ieri hanno parlato al telefono, e sono stati piuttosto cordiali. E' chiaro che ufficialmente la Cina è contenta dell'apertura al dialogo, che da sempre sosteneva insieme con la Russia. Ma è pur vero che Trump sin dall'inizio del suo mandato ha colpevolizzato la Cina per la questione nordcoreana, e, come scrive Bill Bishop, aveva fatto a Pechino alcune "concessioni" affinché si muovesse sul dossier: "Ma se c'è un canale diretto di comunicazione tra Washington e Pyongyang, alla Cina quali carte restano da giocare contro l'America?". L'analisi della stampa cinese è eloquente: Pechino non vuole essere marginalizzata in questa fase, vuole prendersi almeno alcuni meriti, e non lascerà che la Corea denuclearizzata venga schiacciata dal peso americano.

 

La reazione giapponese

Subito dopo l'incontro con la delegazione sudcoreana, Trump ha parlato al telefono con Shinzo Abe. Il primo ministro giapponese è quello che da sempre invoca una posizione internazionale dura, di massima pressione e isolamento. Una strategia che gli serve anche a preservare l'obiettivo di modifica della Costituzione, nella parte in cui vieta al Giappone di avere un esercito (insomma, se hai un nemico è più facile). La missione di Abe, però, è anche quella di risolvere la questione dei cittadini giapponesi rapiti negli anni Settanta dalla Corea del nord. E' anche per questo che a fine aprile Abe volerà a Washington per chiarire bene la situazione. Ma ovviamente adesso Tokyo, che aveva uno specialissimo rapporto (soprattutto sulla politica estera) con Washington, si sente un po' messa da parte.

 

È della Yonhap l'infografica più bella sui tre incontri tra il presidente sudcoreano Moon Jae-in e Kim Jong-un  

 

Non dimentichiamoci che prima dello storico incontro tra Trump e Kim, che potrebbe anche non avvenire mai, a fine aprile ci sarà un più sicuro summit intercoreano, il terzo della storia della Corea divisa (tutti i dettagli qui).

 


 

PENISOLA COREANA

Nel frattempo, nel caso ve lo foste dimenticati, ieri c'è stata la cerimonia d'apertura di Giochi paraolimpici invernali. La delegazione nordcoreana è composta di 24 persone, di cui soltanto due atleti, ma è la prima volta nella storia che atleti paraolimpici nordcoreani partecipano alle gare. Alla cerimonia la delegazione nordcoreana e gli atleti che giocano in casa, i sudcoreani, hanno sfilato divisi – a differenza di quel che era successo un mese fa alle Olimpiadi.

 

In Corea del sud il movimento #MeToo sta avendo il suo momento. Non è esattamente una "guerra al patriarcato", ma qualcosa di più legato a una tradizione confuciana che inizia a star stretta a un paese che sta cambiando. In questo articolo ho raccontato la storia di Ahn Hee-jung, governatore della provincia del Chungcheong del sud, una "stella nascente" – scrive il New York Times - della politica sudcoreana, costretto alle dimissioni giorni fa. Ne parla anche l'ultima edizione dell'Economist, che racconta che un membro del suo partito, il Partito democratico, il giorno delle dimissioni (e della catastrofe comunicativa) ha spaccato un vetro della residenza del governatore con una mazza da baseball (per i partiti democratici non è proprio un bel periodo).

 

Jo Min-ki, attore cinquantaduenne molto famoso in Corea del sud, è stato trovato morto nella sua casa di Seul. Era stato accusato di molestie da otto ragazze, tutte studentesse del suo corso di recitazione. Lui prima aveva negato, poi si era scusato.

 

Ma la vittima più in vista di quest'ultima carica di accuse è il regista Kim Ki-duk, autore di film come "Moebius" che non è esattamente una commedia sentimentale (si parla di evirazioni e gelosie). Comunque, Kim è stato accusato da più attrici di stupro - una dice che "Kim fa i film solo per fare sesso". Il 12 aprile prossimo esce nelle sale cinematografiche italiane "Il Prigioniero coreano", film di Kim che tratta il difficile tema dei rifugiati nordcoreani.

 

Mi fa molto ridere questa polemica che vede protagonista il miliardario chef Gordon Ramsey, che in Corea del sud per qualche strano motivo è diventato testimonial della Cass. Ora, la birra non è esattamente una birra di qualità, anzi. E' la più venduta, perché è economica e perché i coreani di solito la correggono col soju. Ad ogni modo, per i coreani è come se Vissani si fosse messo a fare la pubblicità al dado Star.

 


 

GIAPPONE

 Per gli appassionati: torna Lupin. Anche se per ora solo in Giappone. Il messaggio dell'immagine è ovviamente per Shinzo Abe

 

A parte la Corea del nord, il primo ministro giapponese Shinzo Abe è in guai serissimi. E la causa è sempre la stessa, lo scandalo della scuola della Moritomo Gakuen, che finirà per inguaiare definitivamente Abe.

La storia detta poche parole è questa: c'è un terreno di proprietà dello stato che nel 2015 viene venduto a un prezzo irrisorio a un operatore scolastico, la Moritomo Gakuen gestita da Yasunori Kagoike. Quest'ultimo è amico personale sia di Shinzo Abe sia della first lady Akie, che anzi, per un breve periodo fa da presidente onoraria della scuola elementare di Osaka. Poi esce un articolo dell'Asahi shimbun in cui si capisce che il terreno è stato venduto al 14 per cento del valore. Non solo, lo scandalo si fa più grosso perché l'idea di educazione alla Maritomo è molto conservatrice e nazionalista. Yasunori Kagoike e sua moglie sono attualmente accusati di frode.  Nel frattempo, però, adesso è venuto fuori un altro dettaglio e si indaga sulla falsificazione di documenti ufficiali, perfino dal ministro delle Finanze.  Nobuhisa Sagawa, direttore dell'Agenzia delle entrate giapponese, si è dimesso venerdì, assumendo su di sé parte della responsabilità della vendita del terreno. Un ufficiale del governo, che non è stato mai nominato, è stato trovato morto in un apparente suicidio. Altri disastri in arrivo.

 

Il presidente e ad di Kobe Steel, gigante giapponese dell'acciaio, Hiroya Kawasaki, ha annunciato le sue dimissioni in una conferenza stampa che si è tenuta giorni fa. L'ad ha dovuto chiedere scusa ai consumatori per una frode sui prodotti del terza siderurgia giapponese che andava avanti da cinquant'anni. Nel tentativo di rinnovare l'immagine dell'azienda ci sarà un rimpasto ai vertici.

 

Su una cosa è protagonista davvero, il Giappone: il Tpp, il trattato di libero scambio tra paesi del Pacifico. Era stato concepito (da Obama) per fermare l'avanzata cinese ma, da quando l'America di Trump si è sfilata, Tokyo ha preso il ruolo di gran ciambellano delle trattative. E alla fine l'accordo si è fatto, negli stessi giorni in cui Trump firmava nuovi dazi - che a dire la verità colpiscono più il Giappone e la Corea che la Cina. Il Nikkei Asian Review questa settimana dedica la copertina al Tpp.

 

Se c'è un'altra cosa in cui in Giappone sono bravissimi, è capire e intercettare le tendenze del sesso. Basta fare un giro in alcune zone di Tokyo, insomma, con ogni quartiere dedicato a una diversa ossessione. In ogni caso, ora hanno scoperto un nuovo business: il sadomaso. "In one club in Minato-ku, for a mere 15,000 yen, two mistresses will bind you in saran-wrap, abuse you verbally, humiliate you in “mummy play” and possibly pinch your nipples and other body parts". Jake Adelstain su Asia news.

 

Domani è il settimo anniversario dal terremoto e lo tsunami che ha cambiato per sempre la storia del Giappone. A Roma, alle ore 14 e 30 nella Basilica di Santa Maria Maggiore ci sarà un concerto gratuito organizzato dal Comitato esecutivo giapponese e Patrocinato dall’Ambasciata del Giappone presso la Santa Sede.

 


 

CINA   

Il South China Morning Post ha fatto un paio di scoop notevoli sulle negoziazioni che riguardano i dazi introdotti dall'Amministrazione Trump. Come sappiamo, Liu He, vicinissimo di Xi Jinping e special advisor in materia economica, ha guidato a fine febbraio una delegazione a Washington per capire "come evitare la guerra commerciale" con l'America – collaborare, insomma. Prima Liu aveva proposto a Washington di arrivare con una delegazione di quaranta persone, ma la Casa Bianca ne ha accettate soltanto dieci. Ma una fonte dice pure che gran parte del problema, per la delegazione cinese, è stato capire con chi parlare, cioè chi fosse la controparte di Liu. Per dire, uno degli uomini con cui l'advisor di Xi ha avuto un incontro è Gary Cohn, che dopo un paio di giorni si è dimesso dal suo ruolo alla Casa Bianca.

 

C'è stata l'ultima conferenza stampa di Zhou Xiaochuan, governatore della Banca centrale cinese che ha finito il suo mandato iniziato nel 2002 - il più lungo della storia. Ha detto che il modello di regolamentazione finanziaria cinese non è quello inglese, e che le criptovalute non sono una priorità. Si passa ora al totonomi su chi lo sostituirà.

 

Per comprendere gli sviluppi che potrà avere nei prossimi anni l’accordo in dirittura d’arrivo tra la Santa Sede e la Cina è quanto mai utile sapere cosa si aspetta Pechino dalle confessioni cristiane presenti nell’immenso paese orientale, scrive Matteo Matzuzzi. Nel frattempo, secondo alcuni Xi Jinping deve essere considerato una divinità anche per i buddisti tibetani (certo, come no).

 

"Questa settimana, l'elettorato italiano ha ravvivato l'insurrezione populista che si è diffusa tra le democrazie occidentali avuta inizio con la Brexit e l'elezione di Trump. Gli elettori hanno trasformato il Movimento Cinque stelle, co-fondato dal comico Beppe Grillo, nel partito di maggioranza in Italia, con la Lega, partito di estrema destra, al secondo posto. In Cina, l'Assemblea nazionale del popolo domenica darà al presidente Xi Jinping lo status di imperatore, rimuovendo i limiti del termine che garantivano una successione ordinata e il trasferimento del potere, permettendogli così di governare all'infinito. Il clown e l'imperatore segnano i due opposti di un radicale cambiamento politico che sta trasformando il mondo di oggi". Le incredibili vite parallele di Xi Jinping e Beppe Grillo, la cosa più azzardata che abbiamo letto questa settimana, l'ha scritta Nathan Gardels sul Washington Post.

 

Altre storie

Sri Lanka. E' ancora in vigore lo stato d'emergenza per tutto il territorio nazionale, imposto dal governo per via degli scontri sanguinosi "tra la maggioranza etnica singalese, buddista, e la minoranza musulmana locale". Ne parla Matteo Miavaldi su East.

 

India. Dimenticate la pessia figura fatta da Justin Trudeau e famiglia in India. Il primo ministro Narendra Modi si è innamorato del presidente francese Emmanuel Macron, in visita di stato a Delhi, e l'alleanza tra i due paesi sembra ai massimi livelli. Macron ha promesso molte armi e si è garantito l'accesso all'Oceano Indiano.

 

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