Trump ha due mesi per preparare l’incontro con Pyongyang, ma non esiste un team

Il caos dell’Amministrazione americana fa gioco alla strategia di Kim Jong-un, ma il licenziamento di Tillerson e il cambio ai vertici potrebbe essere un problema perfino per loro

Giulia Pompili

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15 Marzo 2018 alle 06:00

Trump - Kim Jong Un: incontro a maggio

Trump - Kim Jong Un: incontro a maggio (foto LaPresse)

Roma. In una delle celebri tirate d’orecchie del presidente Donald Trump nei confronti del neolicenziato Rex Tillerson, il tycoon scriveva via Twitter che l’ex segretario di stato stava “perdendo il suo tempo” nel cercare un dialogo con la Corea del nord. Eppure la fotografia simbolo di quest’apertura americana al dialogo – quella in cui il direttore dell’intelligence sudcoreano, che aveva da poco incontrato il leader Kim Jong-un, siede nello Studio Ovale con Donald Trump e altri membri dello staff della Casa Bianca – il grande assente è proprio Rex Tillerson. La decisione di accettare l’invito di Kim Jong-un a un incontro bilaterale con il presidente americano, Trump l’avrebbe presa in poco tempo, e quasi sicuramente senza prima consultare il segretario di stato.

  

Durante tutto il 2017, la Casa Bianca ci ha abituati a minacce molto poco sottintese: “Tutte le opzioni sono sul tavolo”, con la Corea del nord, intendendo che il “Rocket man” stava rischiando “fire and fury”, il fuoco e la furia. A ogni occasione, però, Rex Tillerson aveva il ruolo del poliziotto buono, con il compito di ribadire la priorità della via diplomatica. Era difficile trovare un filo conduttore nella strategia di Washington nei confronti di Pyongyang già una settimana fa, ma a due mesi da uno dei più importanti incontri della storia, di quelli che si leggono poi sui libri di storia, la Casa Bianca cambia alcuni dei ruoli chiave nell’organizzazione del summit. “L’allontanamento di Tillerson arriva adesso perché Trump vuole mettere insieme un nuovo team prima dei colloqui”, ha detto una fonte anonima della Casa Bianca a Usa Today.

 

I problemi, però, sono parecchi: anzitutto l’assenza di un vero team che si occupi di Corea del nord all’interno del cerchio magico della Casa Bianca. Non è un caso se le agenzie d’intelligence americane un anno fa abbiano iniziato ad assumere qualunque cittadino americano sia in grado di parlare coreano, segno che fino ad allora c’era stata poca attenzione a ciò che, invece, serviva studiare. Il direttore della Cia Mike Pompeo, che sostituirà Tillerson come segretario di stato, è uno che conosce il dossier nordcoreano (è stato il primo ad apparire in televisione per spiegare il summit Trump-Kim) ma è considerato un falco anti nordcoreano. In un’intervista concessa alla Bbc il 30 gennaio scorso, Pompeo ha detto che la Corea del nord “sarà in grado di colpire l’America con un missile nucleare nel giro di pochi mesi”, riferendosi alla linea rossa posta da Trump sin dall’inizio, e cioè la capacità dei tecnici di Kim Jong-un di miniaturizzare le testate nucleari e installarle su un missile balistico intercontinentale.

 

In un’altra intervista alla Cnn del luglio scorso, Pompeo si diceva favorevole a un regime change a Pyongyang: “Sarebbe una grande cosa denuclearizzare la penisola, ma ciò che è ancora più pericoloso è la persona che ha il controllo su quelle armi oggi. Quindi, dal punto di vista dell’Amministrazione, la cosa più importante che possiamo fare oggi è separare queste due cose: la capacità di costruire le bombe da quel qualcuno che potrebbe avere la tentazione di usarle”. Secondo varie fonti anche del Foglio, l’intelligence della Corea del sud avrebbe costituito e addestrato un team in grado di eliminare fisicamente il leader Kim Jong-un su richiesta degli alleati americani. Nelle esercitazioni Ulchi Freedom dell’agosto dello scorso anno, il team sudcoreano si è esercitato con il suo “gemello” americano, il Team 6 dei Seal, nei cosiddetti “decapitation strikes”, un’operazione militare per eliminare la leadership di Pyongyang.

  

Nel frattempo Kim Jong-un sembra non aver dato alcuna risposta dopo l’accettazione da parte di Trump dell’invito a incontrarsi. Sulla stampa nordcoreana nessuna notizia circa l’imminente incontro, e le attività del Supremo Leader sono ferme al 6 marzo scorso (a parte un messaggio di congratulazioni inviato al presidente Bashar el Assad l’8 marzo, festa nazionale in Siria). Il caos dell’Amministrazione americana fa gioco alla strategia del giovane Kim, ma è anche vero che difficilmente i nordcoreani si muoveranno senza poter prevedere i passi successivi, e il cambio ai vertici potrebbe essere un problema perfino per loro. Negli ultimi due mesi due dei più famosi collaboratori della Casa Bianca sulle questioni nordcoreane sono andati via: il primo, Joseph Yun, inviato speciale sulla questione nucleare che da trent’anni cura i negoziati tra America e Corea del nord, e subito prima Victor Cha, proposto come ambasciatore americano a Seul e poi all’improvviso licenziato senza nemmeno essere stato assunto – si dice per le sue posizioni contrarie a un intervento militare.

  

Oggi Kang Kyung-wha, ministro degli Esteri sudcoreano, arriverà a Washington: avrebbe dovuto incontrare Tillerson, incontrerà il vice John Sullivan. Eppure, secondo vari analisti, a questo punto sarà proprio Seul a organizzare l’appuntamento tra Trump e Kim.

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