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Il filo di Chiara Gamberale, la salvezza di Arianna, i nostri perché

Romanzo carnale, poetico e psicanalitico che contiene in sé la strada e ci costringe a dire: e io?

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

22 Febbraio 2019 alle 09:17

Il filo di Chiara Gamberale, la salvezza di Arianna, i nostri perché

Un uomo labirintico non cerca mai la verità, ma sempre e soltanto Arianna.

Albert Camus, Taccuini

 


 

E Arianna vive da sempre nella paura. Di perdere chi ama, di perdere Teseo, poi di perdere suo figlio. Di perdere il filo che la collega a se stessa. Paura di perdersi, paura di sentirne il sollievo.

 

Arianna è la protagonista del nuovo romanzo di Chiara Gamberale, L’isola dell’abbandono (appena uscito per Feltrinelli): una storia totalmente contemporanea e insieme antichissima, carnale e psicanalitica, che contiene in sé una strada, ma come nei veri labirinti bisogna prima infilarsi nei vicoli ciechi e in un grande amore sparito, bisogna toccare il fondo della disperazione, l’ansia pazza, l’attesa di qualcosa di tremendo, bisogna restare appesi con ostinazione anche a tutto quello che fa malissimo. Noi che leggiamo dobbiamo fidarci di Arianna, che ha quarant’anni e non ha tette ma solo capezzoli, fuma un pacchetto di Marlboro Rosse al giorno, disegna libri per bambini e soffre, tecnicamente, umanamente, di “fantasia drammatica”: scappa dalla realtà per rifugiarsi nel meraviglioso, o nel tremendo. Vorrebbe che ogni ora le arrivasse un messaggio sul cellulare: siamo tutti vivi. Le basterebbe, o forse no.

 

 

Dobbiamo fidarci di lei, allora, anche quando crede che l’uomo che dice di amarla non la pianterà più in asso, che la farà sentire sempre viva. Invece lui la tradisce nel modo più brutale, e la lascia sola sull’isola, Naxos, che aveva scelto per loro. Arianna da sola con la paura, il dolore, il ricordo del corpo di lui, da sola con questa incredulità che brucia e che però, maledettamente, la fa sentire protetta, quasi a casa: abbandonata. A contatto con l’oscurità e i minotauri, ma anche con la luce gloriosa vista senza chiedere aiuto ad altri occhi. Da soli, in asso: ripartire da lì, dove tutto è sfuggito al controllo. E poiché ci sono molte vite dentro una vita, ci sono anche strade che a poco a poco diventano visibili, perché noi adesso siamo pronti a prenderle.

 

Chiara Gamberale riesce a tenere tra le mani l’equilibrio sottile tra le voci di dentro e le luci fuori, con una storia intima in cui sempre inventa il mondo e lo adatta ai suoi personaggi e ai loro labirinti. E’ il suo filo, e sa tenerlo stretto e muoverlo delicatamente anche quando crea il coniglio bipolare il cui umore va su e giù e cambia colore. Tutto è strettamente legato all’identità, e alla dipendenza tra fuga e abbandono, tutto è illuminato, sempre, dalla poesia.

 

E poi c’è il momento in cui la paura di Arianna, l’attesa di Arianna, il filo di Arianna, l’abbandono di Arianna lasciano il posto al figlio di Arianna, il momento in cui tutte le voci tacciono, e tacciono anche le domande.

 

“Di consapevolezze non ce ne sono più, se l’è portate via tutte l’onda anomala di questo amore nuovo, immenso, spaventoso, inconcepibile, sembra pronto per abbracciare l’umanità intera un amore così, tanto è forte, e invece no, dell’umanità intera se ne frega, dell’umanità intera ritaglia solo un minuscolo rappresentante che ancora non ci vede bene, fa la cacca verde, strilla beve latte e dorme, quello lì, eccolo, è lui: è il mio”. E’ così che si passa dall’assoluta libertà all’assoluta devozione, da tutte le paure a niente paura, dal labirinto dentro di sé a un essere umano nuovo fuori da sé: tu prima gli hai fatto spazio dentro e poi lo hai spinto nel mondo fuori.

 

Continuerai a essere chi eri? Questa è la domanda forse più importante di un romanzo profondo che costringe a chiederci: e io? Io nel mio mondo, io a Naxos, io in libertà, io in dedizione. Che cosa mi serve ancora? “Ma se sapessimo di cosa abbiamo bisogno, non avremmo bisogno dell’amore”, scrive Chiara Gamberale. Emily Dickinson le avrebbe risposto, dal suo mondo: “Che sia l’amore tutto ciò che esiste / E’ ciò che noi sappiamo dell’amore”. E allora non resta che tenersi il solco che lascia nel cuore, e continuare ad avere paura.

Annalena Benini

Annalena Benini

Nata a Ferrara nel 1975, laureata in Legge, è al Foglio dal 2001. Scrive di costume, di persone, di libri e di quello che succede. Cura per il Foglio un inserto settimanale, Il Figlio, che esce ogni venerdì. Vive a Roma, è sposata e ha due figli.

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